Ci sono voluti ben 80 anni ma alla fine il cinema si è deciso a rendere omaggio alle imprese – sportive e umane – di James Cleveland Owens, detto Jesse, atleta afroamericano vincitore di quattro medaglie d’oro alle controverse Olimpiadi del 1936 di Berlino.

Fortemente voluto e approvato dalle figlie del velocista, questo biopic è stato affidato a Stephen Hopkins (Nightmare 5, Predator 2, Lost in Space,…) uno che negli anni Ottanta e Novanta veniva considerato un buon mestierante e un buon artigiano, ma niente di più. Ad avercene però…

Race – Il colore della vittoria (si gioca ovviamente sul doppio significato della parola race, che in inglese significa sia “razza” che “corsa”) narra le vicende del campione dalla sua immatricolazione all’Ohio State University fino al ritorno in patria da eroe (ma in realtà, negli Stati Uniti ancora segregati di quei tempi mica tanto) in seguito alla sua prestazione durante i Giochi Olimpici sopracitati. Ancora discriminazione razziale, riscatto sociale, e sport, dunque. Sì, ma questa è una storia vera e probabilmente la più iconica di tutte quante. Qui si sta parlando di un uomo che ha dovuto farsi carico di responsabilità che andavano ben oltre l’aspetto sportivo, rappresentando un’intera comunità in una delle epoche più difficili e drammatiche della storia dell’umanità. Ma non è finita qui. Il fardello che gravava su Jesse lo attanagliava infatti su più fronti, sia da quello dell’America bianca, sia da quella nera. Il quesito però era sempre lo stesso: “partecipare o no a queste Olimpiadi? Lo sport è la forma più pura di competizione umana e dunque non va contaminato con la politica, oppure gli atleti sono cittadini del mondo che con la loro presenza agli eventi organizzati da paesi antidemocratici rischiano di legittimarne l’immagine, le ideologie e l’operato?

Nonostante le pressioni provenienti da una parte e dall’altra, Owens ha le idee chiare. Lui in Germania ci andrà perché, oltre a voler realizzare i suoi sogni di carattere prettamente sportivo “quando la pistola spara nessuno può fermarmi. In pista non esiste bianco o nero, ma solo veloce o lento. Non conta nient’altro. Né il colore, né il denaro né la paura e neanche l’odio. Per quei 10 secondi sei completamente libero.”

La visione della pellicola risulta coinvolgente e piacevole, ma va messo in chiaro che già di base la carne al fuoco era troppo succosa perché così non fosse. Tuttavia, appunto perché la materia prima – il personaggio iconico e il delicato contesto storico – è di tale spessore, lo spettatore è costantemente pervaso da una sensazione di incompiutezza. In altre parole, si poteva osare di più, sia per quanto riguarda l’analisi e la denuncia politica/sociale degli USA segregati e del Terzo Reich, sia nella sfaccettatura dell’uomo Jesse Owens (quanto sarebbe stato bello approfondire ulteriormente il suo rapporto con i genitori, l’allenatore, la moglie e la figlia?). Race – Il colore della vittoria manca di una sceneggiatura in grado di farlo decollare e di esprimerne l’immenso potenziale. Questa sua volontà di mantenersi politically correct, per esempio conducendo il film sul binario parallelo del riscatto del coach bianco insieme al campione nero, riduce il tasso di tensione e l’insistente e ingombrante retorica, caratterizzata da una musica sempre troppo enfatica e da una regia che cerca il sensazionalismo ad ogni costo, finisce per soffocare e in parte sminuire l’impresa leggendaria, sportiva e umana. Insomma, se da una parte siamo comunque in presenza di un prodotto di buon livello, dall’altra esso non rende sufficiente giustizia ad un uomo che, una volta ritornato in patria dopo tutti i sacrifici compiuti e tutti i record infranti, non ricevette nemmeno un telegramma di congratulazioni dal suo allora presidente Roosevelt e non poté ancora entrare dalla porta principale nei locali o sedersi accanto ad un bianco sui mezzi pubblici.