“È successo quello che temevamo” diceva lapidario, nell’ottobre del 2012, Cesare Prandelli. L’allora ct della nazionale italiana parlava in questi termini di un calciatore che, pur non militando nel massimo campionato, era riuscito a guadagnarsi le luci dei riflettori per un gesto che andava al di là del rettangolo verde: Simone Farina.

Alto poco meno di un metro e ottanta, biondo, viso pulito. Il ragazzo cresce nelle giovanili della Roma e dal 2002 inizia una carriera professionistica che per lo più lo vede impiegato in Serie C con le maglie di Catania, Cittadella, Gualdo, Celano e Gubbio. Nel 2011 con la maglia umbra si guadagna la possibilità di disputare la Serie B, dove però la compagine non fa sicuramente una figura memorabile. La compagine in cui milita, infatti, retrocede dopo un solo anno di permanenza in cadetteria, senza sussulti degni di nota. Perché, insomma, parlare di Farina? Un passo indietro.

Siamo nel novembre del 2011 e Gubbio e Cesena stanno per sfidarsi in Coppa Italia. Farina riceve una telefonata da un ex compagno in maglia giallorossa, tale Alessandro Zamperini, per truccare il match in cambio di 200mila euro. Un bel gruzzolo, considerando soprattutto gli stipendi dei calciatori delle serie minori. Che fare, quindi? Farina rifiuta la proposta e non solo, denuncia Zamperini nel mese seguente. Un gesto forte in seguito ad anni in cui l’ombra del calcioscommesse si era nuovamente posata sul calcio italiano, ed inizialmente Farina viene trattato come un vero eroe, un emblema di ciò che dovrebbe essere un calciatore. Prandelli lo invita simbolicamente ad uno stage azzurro, mentre Blatter lo chiama sul palco alla cerimonia del Pallone d’oro dello stesso anno. “Vorrei presentarvi questo giocatore che ha avuto il coraggio di dire no a chi voleva manipolare una partita e ha fatto scoprire una nuova rete criminale”, dice l’allora numero uno della Fifa, che aggiunge: “Se tutti facessero così, potremmo vedere un futuro migliore”. Tanto marketing, tanto utilizzo del nuovo uomo immagine, che però nell’agosto del 2012 si ritrova senza squadra dopo la rescissione del proprio contratto con il Gubbio e, pur volendo restare in campo ancora per qualche anno, non trova nessuno disposto ad offrirgli un accordo. Un eroe dimenticato troppo in fretta.

Che fine ha fatto?

“Ho preferito non guadagnare tanti soldi, ma mantenere l’integrità”.

La disoccupazione di Farina, e i timori di Prandelli e di chi vuole che questo giocatore sia un esempio incancellabile, durano soltanto pochi mesi, per fortuna. L’ex difensore del Gubbio, dopo essere rimasto senza squadra in Italia, firma con l’Aston Villa per il ruolo di ‘community coach’: insegnare i valori dello sport alle nuove generazioni. Per lui scuola calcio e non solo: lezioni di lealtà, sportività, integrità morale, onestà. Nel 2015 gli viene offerto anche un ruolo in Lega B italiana, e può quindi rientrare in terra natia. Un peccato non aver rivisto tale nobiltà d’animo in campo, ma forse è bene che questa sia al servizio dei giovani e di quelle categorie di calciatori per i quali qualche soldo piovuto dal cielo grazie ad un accordo sottobanco fa maggiormente gola.

“Quei soldi sarebbero serviti, ma non avrei più potuto guardare in faccia i miei figli”. Ad majora, Simone Farina, cavaliere senza macchia!