Nasce a Liverpool, tra le infinite file di case a schiera, tra i tetti blu e i camini fumanti che portano a Goodison Park, la casa dei Toffees, la sua casa. Quando nasci in una città come Liverpool, una delle prime scelte a cui vieni sottoposto riguarda i colori da tifare. Blue or Red. All’età di sei anni Wayne decide di cucirsi lo stemma dell’Everton sul cuore, la maglia che indossa ogni fine settimana diventa la sua seconda pelle, il pallone il suo migliore amico. La tecnica, la corsa, la capacità realizzativa e la tenacia che mette in campo lo portano a guadagnarsi un soprannome tutt’altro che leggero: Roonaldo, il fenomeno. Ma non finisce qui, durante la stagione 2002/03 e all’età di 16 anni, un David Moyes alle prime armi decide di buttarlo nella mischia, tra i frenetici ritmi della Premier League. Rooney concluderà la stagione segnando 6 reti in 33 apparizioni, i primi passi di una carriera stratosferica che come prologo avrà una rete dai 25 metri, la prima, quella contro l’Arsenal stellare di quegli anni.

Quando poi, a 18 anni, fornisci prestazioni esaltanti mostrando la stoffa di un veterano, su di te ricadono inevitabilmente gli occhi dei club più blasonati. E se alla grinta, alla facilità nel giungere alla conclusione, alla capacità di trovare varchi laddove gli altri scorgono unicamente le maglie degli avversari, ci si aggiunge lo striscione di un giovane tifoso dello United, beh, il tuo futuro è segnato. “Please, buy Rooney” questo il desiderio di un giovane amante del calcio, condiviso da un signore che ha fatto la storia nel mondo del pallone. Sir Alex Ferguson, con un’offerta di circa 25 milioni, riuscirà a far vestire a Wazza la maglia dei Red Devils. A Liverpool non lo dimenticheranno facilmente. Quel carattere da guerriero, l’incredibile abnegazione. Le reti. Un vizio che porterà anche a poche miglia. Tre per l’esattezza quelle che mette a segno al suo esordio con la compagine di Manchester, un Fenerbahçe annichilito cade sotto i colpi del nuovo idolo dell’Old Trafford. Alle soddisfazioni personali come la convocazione in nazionale, poi, si accodano quelle collettive. La conquista della FA Cup, 14 anni dopo, è l’antipasto alla vittoria della Premier League 2006/07 con, in entrambi i casi, Wayne Rooney a tessere la trama del gioco, coadiuvato da un giovane Cristiano Ronaldo.

Nel calcio, si sa, ci sono molti elementi che, mattone dopo mattone, permettono ad un giocatore di costruire la propria carriera. Un mattone importante in quella di Wazza è sicuramente l’addio di un campione, colui che per anni ebbe la nomea di “Erede di Van Basten”. Ruud van Nistelrooij passa il testimone all’inglese, spianando la strada ad una vera e propria macchina da gol. Il tempo passa, le responsabilità aumentano, la fiducia nelle proprie capacità cresce. Forse per questo motivo Wayne decide – nell’estate 2007 – di abbandonare la numero otto per indossare la ben più pesante numero 10. Lo United cresce e il ragazzo di Liverpool va di pari passo. Il dominio dei Diavoli Rossi non si limita ai confini inglesi – il secondo titolo di campioni nazionali è una formalità – ma si estende a quelli europei. In quella tragica notte a Mosca, quella in cui John Terry getta al vento la possibilità di rendere il Chelsea campione d’Europa con uno sciagurato calcio di rigore, è Wayne Rooney a salire sul tetto del Vecchio Continente, a soli 22 anni. È vero però che una volta raggiunta la vetta, è difficile trattenersi ad ammirare il panorama senza il rischio di precipitare. Il terzo successo consecutivo in terra inglese e la finale di Champions League persa sono tra gli ultimi sussulti di un Manchester United in fase di smantellamento. Carlitos Tevez e Ronaldo lasceranno a Wazza le chiavi dell’attacco ma, nonostante ciò, a Manchester la gente resta fiduciosa. Pur conquistando solamente l’ennesima Football League Cup, il bottino di Rooney conterà 34 reti realizzate. Magnifico, per chi lo ammira a ogni controllo, a ogni scatto verso la porta, a ogni conclusione. Non per lui che, privo di stimoli, apre a una possibile cessione. A un futuro lontano dalla città che l’ha trattato come un figlio. L’umore del fuoriclasse inglese è a terra e le sue prestazioni sono desolanti, generando malumore nell’ambiente. I rapporti, però, sono fatti per essere – a volte – ricuciti. Le ferite si rimarginano, i campionati si recuperano, si vincono. Si vincono grazie a una rovesciata che vale il 2-1 nel derby con il City. Il boato dell’Old Trafford che squarcia il cielo, il quarto titolo in cinque anni. Il quinto in sette arriverà due anni dopo.

Da qui, complice l’arrivo di Robin van Persie, le impagabili prestazioni di Rooney vanno calando. Le reti diminuiscono, il rapporto con Ferguson – che lo arretra nello schieramento – s’incrina. E poi, la seconda ventata di voci che vuole il campione britannico lontano da Manchester e sempre più vicino alla Londra Blue di Mourinho. Sarà David Moyes, suo primo mentore giunto a sostituire l’uscente Sir Alex, a convincerlo a restare. La squadra però arranca, le sue apparizioni di fronte alla porta si fanno sempre più rade ma, quando ne ha l’occasione, dimostra di non aver perso lo smalto (come testimonia l’incredibile rete da cineteca che realizza dalla metà campo contro il West Ham).

Nel 2014 e sotto la guida di Louis van Gaal diventerà capitano dei Red Devils. Il 21 gennaio 2016, Wayne da Liverpool diventerà il miglior realizzatore dello United, scippando il primato a un signore illustre del calcio: Bobby Charlton. Un riconoscimento di tutto rispetto che si aggiunge a quello di realizzatore più giovane con la maglia dell’Inghilterra e a quello di miglior realizzatore di tutti i tempi, sempre con i Leoni Inglesi.

In questi giorni, così come Liverpool tredici anni fa, anche Manchester è costretta a salutare Wazza. Questa volta per davvero, il capitolo è chiuso. L’amore tra la piazza e Wayne Rooney è stato forte, intenso, morboso, folle. La cavalcata, a tratti tortuosa, che ha portato un giovane ragazzo con il fiuto del gol a diventare uno degli attaccanti più completi e spettacolari da vedere, s’è arrestata.

 

Un amore ancora più forte lo attende, il primo, quello che non si scorda mai. Quello che, nonostante tutto, resterà l’unico.

I’m blue, i’m blue forever.