Non hanno saputo accontentarsi del ping-pong (tennis tavolo), uno degli sport nazionali più famosi, non si sono fatti bastare la ginnastica e nemmeno i tuffi. Ora i cinesi vogliono primeggiare nel calcio. E come fare se delle tue 1,3 miliardi di anime non arrivano a 11 quelle che sanno fare almeno 5 palleggi? Beh, semplice, alzi la cornetta, digiti il prefisso europeo o sudamericano e attendi il classico “Pronto?”. A quel punto il gioco è fatto:

“Sì, salve, sono il presidente del Shanghai Shenhua, senta, quanto prende il suo numero 10 all’anno? Anzi aspetti, sa cosa le dico? Facciamo presto va, gli dica che gli diamo 5 volte quello che prende ora”.
“Sì, ok, ma a noi quanto dà per il cartellino?”
“Cartellino? Ah funziona così? Mmh, ma che ne so io, facciamo 50 milioni?”
“Fatta”.

Mi immagino conversazioni di questo tipo, con da una parte le società europee incredule davanti a certe proposte, dall’altra dei cinesi dal portafoglio inesauribile che sparano cifre a caso e chiudono le trattative in breve tempo. Dopo tutto è l’unico modo, se la Cina vuole primeggiare anche nel calcio deve fare così, importare materia umana che sappia di cosa si stia parlando, capace di rendere più attrattiva e qualitativamente più appetibile la Chinese Super League.
Ma facciamo un passo indietro, cercando di capire da dove viene questa ossessione per il pallone.

Siamo nell’estate del 2013, più precisamente è il 15 giugno. In Asia è tempo di amichevoli tra le varie nazioni del continente. Quel giorno è prevista Cina – Thailandia, partita che si disputa all’Olympic Sports Center Stadium di Hefei, capitale della provincia di Anhui. La partita è una débâcle clamorosa per i padroni di casa, che vengono sonoramente sconfitti per 5-1. Una sconfitta come tante nella storia calcistica della Cina, se non fosse per un dettaglio, chiamato Xi Jinping.

Xi Jinping è il presidente della Repubblica cinese, e quel giorno è allo stadio. Ma non è un giorno qualunque, perché il 15 giugno è anche il suo compleanno. Xi Jinping ama profondamente il calcio e quella sonora sconfitta non gli va proprio giù, come a tanti cinesi che l’indomani si sfogano sui social.

“Noi, 1,3 miliardi di cinesi, abbiamo perso con la Thailandia, 65 milioni di abitanti, per un quarto militari, per un quarto monaci, un quarto trans e solo il resto utile per il vivaio calcistico”
(post virale condiviso migliaia di volte dopo la partita)

Così il presidente prende in mano la vicenda, deciso a voler cambiare la situazione, definita addirittura “fonte di imbarazzo nazionale”. Due anni più tardi il governo elabora il primo programma sul calcio cinese, che nel mese d’aprile del 2016 prende forma in un documento di 14 pagine. Molti gli obbiettivi, che cercheremo di sintetizzare.

In primis la Cina vuole rendere più popolare il football, ed ecco che nel piano è prevista la costruzione di 20 mila scuole calcio sparse per il Paese. Questo dovrebbe portare alla creazione di oltre 50 milioni di calciatori. La nazionale dovrà scalare le classifiche, diventando la prima forza asiatica entro il 2030, anno in cui si proverà ad organizzare i Mondiali, e una superpotenza mondiale entro il 2050, termine scelto per il programma, che intende portare i Dragoni Rossi alla conquista della Coppa del Mondo.
C’è spazio anche per la squadra femminile, la quale dovrà essere in grado di competere con le squadre di prima fascia. Il calcio sarà anche materia da studiare nelle scuole, tanto che sarà inserito sin dalle primarie a partire dal 2017.

Parte fondamentale del programma è quello di rendere come detto il campionato più attrattivo. A questo proposito sono scesi in campo sponsor come Alibaba e Wanda, che hanno messo a disposizione dei club fior fior di milioni. Come abbiamo potuto notare, sono stati sempre maggiori gli investimenti fatti dalle società cinesi, che se prima si potevano assicurare calciatori a fine carriera, ora stanno riuscendo a portare giocatori più giovani, ancora nel pieno della loro maturità calcistica, vedi Oscar e Witsel. La Cina è una sorta di terra promessa per chi bada più al conto in banca che ai titoli. Servono anche dei veri e propri maestri, che sappiano far crescere i giocatori. Quindi non solo calciatori, ma anche allenatori, pronti a sobbarcarsi il viaggio in Oriente per insegnare calcio.

Come detto, c’è un solo modo per imparare il mestiere, ed è quello di capire come funziona in contesti più esperti. Non è dunque un caso che negli ultimi anni uomini d’affari cinesi siano entrati nelle posizioni chiave di alcuni club europei. Basti pensare all’Italia, dove la Suning ha preso il 68,55% dell’Inter per 270 milioni. Anche l’altra squadra di Milano sembra vicina al grande passo, con la trattativa con Sino-Europe Sports molto vicina a dare alla società asiatica il 99,93% del Milan.

Se in Italia stiamo assistendo a un primo approccio di quello che potrebbe accadere da qui in poi, le cose stanno andando diversamente in giro per l’Europa, basti pensare alla Premier League, che vede varie società cinesi avere le mani sul 13% del Manchester City, sull’88% del West Brom e addirittura sul 100% del Wolverhampton. Pure nella Liga spagnola la presenza dei cinesi è a buon punto (Atletico Madrid, Espanyol e Granada), così come in Francia (Lione, Auxerre, Nizza e Sochaux).

Per capirne di più, chiudiamo con alcune dichiarazioni rilasciateci da Lai Keji, giovane studente cinese che sta seguendo un master a Lugano:“I capitalisti cinesi sono ricchi, ma non stupidi. Non investono alla cieca. Ci sono due ragioni per cui la Cina sta facendo così tanto per il calcio. La prima è che il governo vuole cercare una nuova industria per stimolare l’economia locale. Secondariamente investendo in altri settori si rende la moneta locale più preziosa. Stando al nostro presidente l’industria del calcio non è sola, bensì connessa ad altri campi. Partendo da questo starting point è possibile sviluppare altre industrie. Il problema è che solitamente gli investitori vogliono guadagnare immediatamente, mentre con il calcio si dovrà attendere anche 20 anni. Questi potrebbero non avere abbastanza pazienza. Non va trascurato il fatto che Xi Jinping sia un uomo a cui interessa particolarmente il calcio, ma cosa succederà se il prossimo presidente cinese non sarà dello stesso avviso?” 

Come accaduto in altri sport, la Cina sta dunque provando con ogni mezzo a diventare una superpotenza anche nel calcio. L’obbiettivo non è sicuramente dietro l’angolo, ma qualora riuscissero a concretizzare il loro piano, non sarebbe così sorprendente assistere nei prossimi decenni a un’ascesa del movimento calcistico, che potrebbe portare la Nazionale a livelli mai visti prima.

Se quei pochi palleggiatori di prima diventassero una dozzina, potremmo vederne davvero delle belle.