La domenica la sveglia suona presto. O meglio, mio padre scalpita e di passare qualche ora in più a letto (tra l’altro comodissimo) proprio non ha voglia. Eludo il suo primo tentativo di farmi alzare, scampo il secondo ma non desiste. Doccia al volo e si parte. Dobbiamo tornare a Manchester. Cerchiamo un posto per fare colazione ma è come cercare un po’ di acqua nel deserto: per loro è prestissimo, tutti dormono (cosa che farei anche io peraltro…). Vabbè, la nostra “english breakfast” aspetterà. Attiviamo il navigatore e ci dirigiamo verso Manchester. Dopo una decina di minuti siamo davanti a un bivio: non si capisce se la strada corretta sia a destra o a sinistra. Scegliamo la seconda opzione. Sbagliando. Ti pareva… Ma poco male, alla fine allunghiamo il nostro itinerario di appena 4 minuti. Una scelta che in realtà si rivelerà vincente. Non so che diavolo di strada abbiamo percorso, ma è stato bellissimo. Un viaggio in un’Inghilterra sperduta, da cartolina, da film, immersa nel verde, tra cavalli e pecore. Salite e discese. Ma soprattutto ettari ed ettari di verde. Non c’è nulla. Ed è bellissimo! Più di una volta ci domandiamo se il navigatore non sia impazzito. Con il passare delle miglia siamo sempre nel verde, arriveremo davvero a Manchester? O tra poco troveremo il cartello di benvenuto in Galles? Ci fermiamo per una sigaretta. A dire il vero fumare è un’impresa, il vento ti alza dal suolo, figuriamoci la sigaretta. Risaliamo sulla nostra mini-auto e ripartiamo. Si scende. Si scende ancora. E ancora. Probabilmente la strada, alla fine, era quella giusta e in maniera un po’ diversa giungeremo a Manchester. È stato un bell’errore, che ci ha mostrato uno spaccato un po’ insolito e a noi sconosciuto dell’Inghilterra. Proseguiamo e arriviamo nella Terra Promessa: un pub. Colazione al top e torniamo in strada.

 

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Arriviamo, consegniamo l’auto e prendiamo un taxi. Giunti al nostro hotel (Mac Donald Hotel, super consigliato!) non possiamo ancora prendere possesso delle camere, non sono ancora pronte. Risaliamo su un taxi e senza pensarci ci dirigiamo verso l’Etihad. È la prima volta che lo vedo.

 

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Sono già stato a Manchester, ma all’Old Trafford. L’Etihad è un impianto di recente costruzione. È stato inaugurato nel 2003 sotto il nome di City of Manchester Stadium, poi sono arrivati li sceicchi e il nome è cambiato per la modica cifra di circa 400 milioni, spicciolo più, spicciolo meno (tanto che la Uefa ha aperto un’inchiesta: chi è il proprietario dell’Etihad?). Non è il tipico stadio inglese: è moderno e ben fatto, curato in ogni dettaglio, ma devo dire che mi è parso un tantino anonimo, forse perché al match mancavano più di quattro ore. Ci presentiamo all’entrata e ritiriamo i nostri tagliandi. Con i biglietti in mano facciamo ritorno nel centro di Manchester per il pranzo e per vedere la partita dello United. Entriamo e i rossi sono già avanti di un gol.

 

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Un ragazzo ci invita al suo tavolo, l’unico libero. Ci accomodiamo e gli chiedo chi ha segnato. “Fellaini”. E io: “Di testa vero?”. “Assolutamente, in che altro modo può segnare?!” mi risponde lui con un po’ di polemica. La partita scorre senza sussulti e lo United vince. È quasi il momento di andare allo stadio. Saliamo su un taxi old school e arriviamo nei pressi dell’impianto. Devo dire che il mio livello di tensione, nonostante giochi il mio amato Liverpool, è basso. Strano. Adesso c’è un gran movimento e un bambino intrattiene la folla. È simpatico: parla, canta e presenta. Forse avrà un futuro. Intanto arriva il pullman del City e alla spicciolata escono i giocatori. Che il “One child show” presenta con grande enfasi. I giocatori ricambiano con affetto.

 

Entriamo nell’impianto e la vista sullo stadio è mozzafiato.

 

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L’Etihad detiene un record: è il rettangolo da gioco più grande d’Inghilterra (105 metri di lunghezza e 68 di larghezza). È classificato 4 stelle dall’UEFA ed è uno – secondo un recente studio – degli stadi più apprezzati e accessibili d’Inghilterra. Ma torniamo a noi. Manca poco più di mezz’ora. Scatto qualche fotografie e torno nella zona “lounge”. Comando una birra e una pie per sentirmi un po’ come il portiere del Sutton finito nella bufera. La birra è buona, il tortino un po’ meno e mi chiedo come abbia fatto il buon Wayne Shaw a ingrassare con quella robaccia.

 

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Poi mi piazzo al banco delle scommesse e faccio le mie solite puntate azzardate. Quando sono allo stadio punto sempre cose improbabili, o, meglio, con una quota alta. Ho giocato che il primo gol lo avrebbe realizzato uno dei due difensori centrali del Liverpool. In più ho aggiunto Milner, un ex, non si sa mai…
Le squadre, sotto le note della musica della Premier, del celebre Blue Moon (l’inno dei blu di Manchester) e di Hey Jude (sì, a Manchester, città rivale di Liverpool, ascoltano i Beatles) scendono in campo. La partita inizia e l’ambiente è davvero caldo, seppure lo stadio non registri il “sold out”.

 

Cantano tutti, in ogni zona. E forte. Davvero forte. Da Liverpool – che dista poco più di mezz’ora – sono in tantissimi. La Traveling Kop”, i più scatenati tifosi del Liverpool. Il City attacca alla grande e la partita è bellissima, da subito. I padroni di casa sembrano vicini al gol, in più di un’occasione, ma il Liverpool regge. Gli ospiti contrattaccano e hanno delle occasioni limpide. Vorrei urlare un c’mon reds, ma non posso. È come essere al luna park. Milner viene fischiato ogni volta che tocca il pallone, gli contestano di aver percorso la M62 per accasarsi ai Reds. Ci divertiamo e speriamo che l’arbitro non fischi mai la fine. Zero a Zero. Che poteva benissimo essere due a due. Si riparte e al Liverpool viene concesso un rigore sacrosanto. Dal dischetto si presenta l’uomo più fischiato di giornata che risponde con una rete. Palla da una parte e portiere dall’altra, per la più classica delle reti dagli undici metri. Ah, vi ricordate? Io l’avevo puntato come primo marcatore, per me la gioia è doppia. Anche se non posso esultare. Rispetto il fatto di essere a casa loro. E soprattutto il mio vicino è immenso, meglio non farlo arrabbiare troppo. Il Liverpool tiene, per un po’, poi il solito Agüero pareggia. Peccato. Da lì in poi è la sagra dell’errore: ognuno fa a gara per sbagliare il gol più clamoroso. Si aggiudica la sfida Lallana con l’errore dell’anno. Secondo Agüero con una scivolata a pochi passi dalla gioia e terzo Firmino per aver sciupato un contropiede bellissimo tutto brasiliano. Uno a uno e siamo tutti contenti. Io mantengo il mio record di non aver mai visto perdere il Liverpool dal vivo (in Inghilterra) in una quindicina di occasioni. Pareggiare all’Etihad ci sta, dopo tutto. È tempo di rientrare. E anche qui l’impianto si dimostra comodo. Il centro cittadino, e così anche il nostro hotel, distano una ventina di minuti a piedi. Il tempo è gradevole e quindi ci incamminiamo. Finalmente depositiamo le valigie e poi si va a cena. È la festa del papà (auguri a tutti i papà) e mi tocca pagare il conto. La scelta ricade su un ristorantino messicano. È bello e il cibo ottimo. Mangiamo e beviamo. Prima di rientrare, per completare al meglio la serata, ci beviamo un whiskey. Ok, adesso la giornata è conclusa. E infatti di lì a poco crollo. Potrei dormire e andare a prendere l’aereo o svegliarmi prima e andare al Museo del calcio. Cosa scelgo? Il calcio, of course. Il museo mi era stato consigliato da un amico appassionato che sul tema “calcio inglese” è come la Michelin per la cucina. E infatti è stata una tappa necessaria, obbligata. Insomma, qualcuno è mai andato a Parigi senza fotografare la Tour Eiffel?

 

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Il viaggio è finito. Si torna a casa, alla vita di tutti i giorni.

See you soon, England…