È il 29 giugno 2016. Reinhardt Grindel, presidente della FDB (federcalcio tedesca) dichiara: “La Confederations Cup è diventata anacronistica e dannosa”. Con la manifestazione organizzata dalla Fifa, infatti, Müller e compagni si ritroverebbero a giocare per tre estati consecutive: Europeo 2016, Confederations 2017 e Mondiale 2018, con il rischio di appesantire le preparazioni e, di conseguenza, le stagioni dei gioielli tedeschi.

Ma dove la federazione vede un ostacolo, Joachim Loew dipinge un’opportunità. E la lista di convocati è una dichiarazione di intenti: Lars Stindl, Sandro Wagner, Plattenhardt, Rudy. Esclusi i grandi nomi. La Germania della Confederations è stata una B-Side;  tanta classe operaia, impreziosita da qualche gioiellino ancora grezzo. Una nazionale teutonica meramente “sperimentale”? Solo una grave illusione. Ter Stegen, Rüdiger, Sanè e Draxler (Capitano per l’occasione) hanno guidato una selezione giovanissima (24 anni e 4 mesi di media) a cui Loew, rinunciando ai big, ha regalato l’opportunità di mettersi in mostra in un palcoscenico che rimane di prim’ordine. Con un unico obiettivo principale, quasi la “Besessenheit”, l’ossessione di stampo germanico: vincere. Detto, fatto.

“La Germania è una macchina che sforna vittorie. Se la giornata è proprio nerissima, è una macchina capace di non perdere”.

Per la Confederations Cup, Cile, Portogallo e Messico sanno che il versetto quasi biblico di Jorge Valdano è un avviso: la nazionale da battere è sempre la Germania. E se ne serve una dimostrazione, questa arriva all’esordio a Sochi: gli uomini di Jogj Loew affrontano i Socceroos della meteora interista Sainsbury. Segna Stindl, pareggia Rogic, ma Draxler e Leon Goretzka allungano e nemmeno il gol di Juric e la giornata grigia di Leno fermano la Mannschaft. Li aspetta il Cile di Juan Antonio Pizzi, un’aspirante Germania del Sud America, reduce dalla doppietta in Copa America 2015 e 2016 e dall’esordio vittorioso sul Camerun. I cileni sono il primo vero banco di prova per i tedeschi, e diventeranno pure l’ultimo. Guidata dall’energia di Alexis Sanchez, infatti, la Roja passa subito in vantaggio,  proprio con il numero sette che diventa il miglior marcatore nella storia della sua nazionale, superando sua maestà Marcelo Salas. Ma si sa, la Germania è anche una macchina che non sa perdere: ci pensa ancora Lars Stindl, gol alla Pippo Inzaghi prima dell’intervallo. Un pareggio accontenta entrambi, così è 1-1 al novantesimo. Alla Germania basterà poi superare il Camerun tre giorni dopo. E contro i leoni indomabili, con il consolidato 3-4-2-1, di guardiolana apparenza, Loew punta su Timo Werner, supportato da Draxler e Demirabay. Il folletto del Lipsia ripaga la scelta con una doppietta che, aggiunta al gol del numero 10 dell’Hoffenheim,  porta i tedeschi in semifinale. A Sochi, la Germania demolisce la seconda classificata dell’altro girone: il Messico. Nel frattempo, in Polonia, la nazionale tedesca under 21 vince il titolo di categoria, come dicevamo? “La Germania è una macchina che…”.

Ancora il Cile dunque, favoriti sì, ma non troppo. La forza della “lacrima del Sudamerica” è nota a tutti, il valore indiscusso. Ma lo stratega del Baden-Württemberg è riuscito a sistemare anche l’unico reparto che lasciava qualche speranza ai cileni: la difesa. Davanti a Ter Stegen, la linea a tre è diventata una certezza che ha saputo prescindere dagli interpreti. Il centrocampo ha mostrato al mondo due equilibratori come Rudy e Can, fenomenali nel liberare la corsa degli esterni (brilla in tal senso l’intelligenza tattica di Kimmich). Meriterebbe un capitolo tutto suo il talento esagerato di Julian Draxler, che sembra aver raggiunto, partita dopo partita, una tanto agognata maturità che lo può rendere il pilota di lusso della macchina tedesca dei prossimi anni. Una macchina che viaggia sulle rotaie disegnate con rigore e coraggio architettonico dal genio di Loew, che ha trasformato un problema nella sua stessa soluzione. Ricordate? La Germania non perde mai, anzi, forse Gary Lineker ci aveva visto giusto in quella semifinale mondiale del 1990:

“Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince”.