La notizia è nota ormai da tempo: a fine stagione Tranquillo Barnetta appenderà le scarpette al chiodo e con loro anche i rimpianti per quello che forse avrebbe potuto fare in più. Una carriera in chiaroscuro, quella di “Quillo”, che cresciuto nel San Gallo, è partito alla volta della vicina Germania nel 2004. A notare le sue doti di esterno talentuoso e dotato di ottima gamba, fu il Bayer Leverkusen, che puntò su di lui quando non aveva ancora vent’anni. Troppo giovane e troppo inesperto, i tedeschi lo mandarono a maturare all’Hannover.

 

Barnetta ha fatto parte della “generazione d’oro”, o presunta tale, del calcio svizzero: quella dei Senderos, dei Djourou, dei Behrami, dei Lichtsteiner, tutta gente nata a metà degli anni Ottanta. Il 34enne ha fatto anche parte della Nazionale U17 che nel 2002 si laureò campione d’Europa, sconfiggendo ai rigori la Francia, con lo stesso Barnetta a siglare il primo tiro dagli undici metri.

Poi l’esordio in Nazionale maggiore, l’8 settembre 2004 in uno Svizzera-Irlanda valevole per le qualificazioni al Mondiale 2006. Il 2004 è anche l’anno in cui lo svizzero conosce i primi guai fisici. Ottobre, la Nazionale è in Israele a caccia di tre punti importanti per la qualificazione, Barnetta è uno dei giovani più promettenti ed è ovviamente in campo. Il ragazzo parte bene, si fa notare per un paio di spunti, è agile e leggero, a volte sembra davvero inarrestabile, ma poi il ginocchio fa crack al minuto 33′. Il responso è di quelli pesanti: rottura del legamento crociato. Il sangallese starà fuori dai giochi per sei mesi.

Gli infortuni, come in molti casi, hanno minato la crescita di Barnetta, che tante volte si è fermato sul più bello. È sempre tornato, ma sempre un po’ più ammaccato, un po’ meno brillante e, forse, un po’ meno sicuro della sua integrità fisica. Il miglior Barnetta l’abbiamo probabilmente visto nel 2006, quando fu l’arma in più di Köbi Kuhn nella rassegna tedesca della Coppa del Mondo.

In quell’occasione il numero 16 fu probabilmente il migliore dei rossocrociati, firmando anche un gol decisivo contro il Togo, grazie allo storico assist, almeno qui in Ticino, di Mauro Lustrinelli. Le gioie con i colori elvetici non sono poi più state molte. Prese parte all’Europeo casalingo del 2008, quello che a detta di molti avrebbe dovuto vedere la Svizzera fare strada, ma che si rivelò un flop, con Frei che si infortuna all’esordio e la squadra che viene eliminata al gironi pur battendo il Portogallo con una doppietta del redivivo Hakan Yakin.

Un altro momento degno di nota con la Nazionale fu la doppietta a Wembley contro l’Inghilterra nel 2011, quando ormai stava diventando un comprimario, lasciando spazio alla “nuova generazione d’oro”, quella dei nati negli anni Novanta. A livello di club, una vita quasi del tutto spesa in Bundesliga: Hannover, Bayer Leverkusen, Schalke 04 ed Eintracht Francoforte. Prima di tornare in patria, nella sua San Gallo, ecco giungere l’esperienza a stelle e strisce della MLS statunitense.

Due anni con la maglia del Philadelphia Union prima per provare un nuovo calcio, una nuova cultura. Il richiamo di casa, dopo tanto girovagare, è però forte. Il primo gennaio 2017 torna a vestire la maglia biancoverde che l’aveva lanciato 15 anni prima. La 10 sulle spalle e un sogno chiamato Europa League da conquistare da protagonista quest’anno: 8 gol in 23 presenze, meglio di lui, in squadra, solo Sierro Vincent. Un bottino che non aveva mai raccolto prima d’ora tra Svizzera, Germania e Stati Uniti.