Ammettiamolo pure, chiunque abbia praticato un po’ di calcio, anche a livelli amatoriali, avrà almeno una volta nella vita dedicato un pensiero poco cordiale verso l’arbitro di giornata, reo ad esempio di non averti fischiato un fallo evidente. Poi che tu sia scivolato perché hai sbagliato i tacchetti (“uno tecnico come me non mette ferro”) non importa. Chiacchierati, odiati o amati, i direttori di gara fanno sempre discutere. Per fortuna a fine giornata esiste la quasi poetica birra buvettiana che quando è necessario rimette a posto gli animi. Abbiamo dato spazio a molti atleti, in futuro lo faremo ancora, ma questa volta abbiamo deciso di passare il microfono a due giovani arbitri. Martina e Fabrizio De Zolt, fratello e sorella che oltre al cognome condividono evidentemente anche la stessa passione. Ma bando alle ciance, l’arbitro ha fischiato il via.

Arbitri si nasce o si diventa? Raccontateci il vostro percorso per arrivare ad arbitrare.

Fabrizio: Credo che arbitri non si nasca, ma lo si diventi. Chi ha delle capacità comportamentali già sviluppate (determinazione, gestione rapporti interpersonali, autorevolezza,…) è sicuramente più avvantaggiato rispetto a chi deve anche combattere contro propri vincoli (timidezza, insicurezza,…), ma entrambi cresceranno e miglioreranno la propria autostima e determinazione nel tempo. Trovo che l’arbitraggio sia un’importante palestra per la vita quotidiana.
La mia carriera calcistica si è limitata al campetto con gli amici e ad un paio di stagioni nei pulcini, dove però non esisteva un vero e proprio arbitraggio.
Sono però appassionato di calcio fin da piccolo e grande frequentatore dello stadio. Sono infatti stato abbonato, per diversi anni, alla mia squadra del cuore (il Milan). Con l’arbitraggio, spesso alla domenica, il tempo a disposizione si è notevolmente ridotto, ma ancora oggi appena posso, vado a Milano a vedermi una partita.

Martina: Penso che arbitri si diventi. Io, per prima, ho sempre avuto un carattere molto timido, caratteristica non ideale per essere un arbitro dove bisogna mettersi a confronto con molta gente e dover imporre la propria autorevolezza. Sono convinta che questa esperienza aiuti a modellare e migliorare il proprio carattere acquisendo più determinazione e sicurezza in se stessi, molto importante anche nella vita quotidiana.
Non ho mai giocato a calcio, salvo qualche sporadica partitella con amici, ma la passione per il calcio non è mai mancata a tal punto da abbonarmi allo stadio. Sono convinta che questo sia l’unico vero requisito per diventare arbitro; senza passione non si va da nessuna parte.

Si dice che la prima volta non si scorda mai, ricordi della prima direzione?

Fabrizio: Prima designazione: Domenica 3 Marzo 2013, ore 10:00 – Via Montale, Cermenate (Como) [Giovanissimi provinciali]
Una mattina in cui il freddo dell’inverno continuava a farsi sentire, campo in erba congelato e quindi partita spostata sul campo sintetico.
Arrivo al campo con molto anticipo (prima delle 8.30) ed ero davvero agitato. Il tutor che mi era stato assegnato, per problemi tecnici, era in ritardo. L’agitazione continuava ad aumentare, ma per fortuna, c’era mia sorella che mi aveva accompagnato e, avendo iniziato ad arbitrare diversi mesi prima, ha saputo guidarmi e istruirmi su tutte le procedure da espletare prima dell’inizio.
Ore 10.00: fischio di inizio. Mi accorgo che a questo punto sono completamente solo con 22 ragazzini che corrono e urlano intorno a me. Credo che i primi 10 minuti li abbia passati come se fossi in apnea! Poi, pian piano, mi sono sciolto e ho iniziato a godermi la partita.
Al termine della gara ero davvero felice … anche se volendo analizzare tecnicamente la partita ne avevo combinate di tutti i colori. Gli appunti (tanti!) che mi fornirono il tutor e mia sorella, mi servirono per migliorarmi nelle partite successive.

Martina: Impossibile dimenticarla: Domenica 22 settembre 2012, 14h00, Cascina Amata, cat. Giovanissimi provinciali. Sono arrivata al campo, un’ora prima della partita, ma il mio tutor non c’era. Ho iniziato a sudare freddo, ma dovevo entrare. Non sapevo come comportarmi e cercavo di ricordarmi i piccoli consigli che mi erano stati dati al corso la settimana prima. Inizio con il riscaldamento, controllo le cartoline (in Italia chiamate distinte) e mi metto la divisa. I pantaloncini mi arrivavano sotto al ginocchio, le maniche oltre le mani e nella maglietta poteva starci un’altra persona insieme a me. Finalmente arriva il mio tutor, mi dà gli ultimi consigli, mi aiuta con il controllo dei giocatori e poi in campo. Al momento del fischio ricordo di essermi chiesta perché ero lì; pian piano ho iniziato a tranquillizzarmi e anche a divertirmi

Due nella stessa famiglia è una cosa piuttosto rara, è una passione che si tramanda da qualche parente?

Fabrizio: La prima della famiglia è stata Martina, al liceo decise di volersi lanciare in questa avventura.
Dopo i primi mesi di arbitraggio, in cui la seguivo nelle sue trasferte, mi propose di frequentare il successivo corso arbitri e di buttarmi anche io in questa avventura. E così seguendo il consiglio di mia sorella, eccomi qui!

Martina: No, sono stata la prima della famiglia. Un giorno mentre ero al liceo, era venuto un ragazzo della sezione arbitri di Como a presentare il corso arbitri. Mi ha subito incuriosito per diversi aspetti: sono amante dello sport e in questo caso avrei potuto far sport divertendomi e in più mettendo da parte anche qualche soldino; inoltre mi davano la possibilità di andare allo stadio gratuitamente. La sera, arrivata a casa, l’ho subito raccontato alla mia famiglia che mi ha dato della pazza, ma, come sempre, mi hanno sostenuto in questa nuova avventura. Poi l’ho proposto a Fabrizio e anche lui si è lanciato.

Prima in Italia, ora in Svizzera, esistono differenze sostanziali nei due contesti?

Fabrizio: Il primo impatto con il calcio svizzero mi ha fatto scoprire un ambiente con una visione verso il gioco del calcio di divertimento, soprattutto nelle categorie giovanili. Dove non si portano, per forza di cose, all’estremizzazione delle situazioni, lasciando giocare e divertirsi i ragazzi.
Il regolamento è pressoché lo stesso, come anche la sua applicazione. Cambiano totalmente i campi: in Italia non esiste un terreno di gioco che non sia recintato, con accessi chiuso tra spogliatoi e campo.
In Svizzera invece ho trovato quasi tutti i campi senza barriere tra terreno e spalti con gli spogliatoi magari dall’altra parte della strada. Questo significa che la sicurezza dei giocatori non è garantita da una recinzione, ma da un diverso comportamento dei tifosi sugli spalti.
Credo che il calcio debba essere soprattutto gioia e voglia di divertirsi assieme!

Martina: C’è sicuramente un altro clima, il comportamento nei miei confronti sia da parte delle società (giocatori e staff tecnico) che da parte del pubblico è decisamente diverso; in Italia spesso capitata di venir giudicata (non proprio con parole dolci) ancor prima di aver messo piede in campo, magari solo per come camminavo o come tenevo il pallone in mano o semplicemente perché sono donna. In Svizzera non ho mai sentito questo astio nei miei confronti. Ricordo che alla prima partita la mamma di un giocatore mi bloccò dicendomi “Oh finalmente una ragazza!”.

Fino a che categoria potete arbitrare?

Fabrizio: In Italia fino alla Prima Categoria regionale in Lombardia. Passando in territorio elvetico ho dovuto rifrequentare il corso, ripartendo dagli Allievi C. Il 10.11.2016 ho ottenuto la promozione per la 5a lega.

Martina: In Italia mi avevano candidato per arbitrare in Prima Categoria regionale, ma abitando in Svizzera non riuscivo più a andare in giro per la regione tutti i weekend. Ora, in Svizzera, sono in quarta lega.

Domanda per Martina, è difficile gestire degli uomini? Meglio i “ragazzini” o i più grandi?

Fabrizio: Inizialmente ero abbastanza in difficoltà perché non sapevo come potevano prendere alcuni miei comportamenti, poi ho capito che più mi comportavo naturalmente più è facile gestirli. Mi trovo meglio con i più grandi, forse perché con alcuni sono coetanea e quindi riesco a confrontarmi meglio.

Specie nelle categoria giovanili siete davvero soli, non deve essere facile decidere senza l’ausilio degli assistenti…

Fabrizio: Effettivamente è un problema che porta non pochi problemi, soprattutto nelle prime partite. Con i ragazzi e nelle leghe inferiori ci sono gli assistenti di parte (una persona per società) che ci aiutano segnalandoci esclusivamente quando il pallone oltrepassa le linee laterali.
Per il fuorigioco, con il tempo, impari a posizionarti al meglio per riuscire ad avere la miglior visione di gioco possibile.
Si cerca sempre di anticipare le giocate dei giocatori, cercando di non perdersi nessun dettaglio.
Ad esempio, se ci si accorge che una squadra ha un attaccante rapido che spinge in profondità e viene spesso cercato con lanci lunghi; noi arbitri cerchiamo di anticipare il lancio, posizionandoci maggiormente a ridosso della linea difensiva avversaria, così da avere una visione ottimale.
Ovviamente è impossibile essere perfetti e delle volte può capitare che qualche errore venga commesso. L’obiettivo è però rendere il numero di errori sempre più vicino allo zero, anche senza il supporto dei guardalinee.

Martina: Il fuorigioco è uno dei problemi più grandi in queste categorie perché può portare ad avere diverse situazioni difficili. La cosa più importante che ci insegnano per cercare di sbagliare il meno possibile è il posizionamento: più riusciamo a correre in diagonali più è facile trovarsi in una posizione vantaggiosa. Nonostante questo, non si riesce a non sbagliare mai, l’obiettivo è sempre quello di fare il più giusto possibile

Talvolta succede che in seguito a troppe presunte sviste venga addirittura aggredito l’arbitro…

Fabrizio: Quando mi capita di leggere notizie di questo tipo, mi fa davvero rabbia. Soprattutto perché, molto spesso, si tratta di partite di ragazzini o di leghe inferiori, in cui il primo (e unico) obbiettivo dovrebbe essere quello di giocare a calcio e divertirsi.
Spesso è difficile far capire che anche noi arbitri siamo su quel terreno di gioco, perché stiamo praticando una cosa che ci piace e ci da giovamento. Nessun errore è commesso in malafede, ma siamo tutti umani e può capitare.

Martina: Una volta in Italia è successo a un mio caro amico. Rimasi scioccata, non mi capacito ancora adesso come delle persone, e spesso sono i genitori (quindi persone anche mature), possano aggredire un ragazzino per un errore durante una partita dove bisognerebbe solo divertirsi.

Cambiereste qualche regola del calcio?

Fabrizio: Diciamo che non cambierei nessuna regola in particolare. Forse eviterei di effettuare tante piccole modifiche annuali a delle singole regole, che spesso creano un po’ di confusione e malintesi all’inizio delle successive stagioni tra noi arbitri e le società, che magari non hanno ancora approfondito i nuovi cambiamenti al regolamento.

Martina: Credo che lo sbaglio è continuare a cambiare le regole nel calcio. Ogni anno ci sono diverse circolari che vanno a portare nuove modifiche mettendo così molta confusione tra giocatori, pubblico e anche noi arbitri. Anche se queste vengono fatte per migliorare spesso purtroppo portano solo più disagi.

Che tipi di arbitri siete?

Fabrizio: Personalmente mi reputo un arbitro abbastanza fiscale, che però tende a cercare il dialogo sul campo. Utilizzo molto i richiami “volanti” e ufficiali prima di arrivare al vero e proprio provvedimento disciplinare. Ovviamente ogni partita va preparata e affrontata in maniera differente; credo di poter dire che la caratteristica principale di un arbitro debba essere quella di saper essere un po’ camaleontico, senza ovviamente snaturare il proprio carattere, ma sapendo adeguarsi alle diverse situazioni reagendo di conseguenza.

Martina: Sono abbastanza permissiva (a volte anche troppo e questo dovrei imparare a evitarlo), cerco il dialogo con i giocatori, anche se questo dipende molto da chi mi trovo davanti. Se vedo che parlare con un giocatore per lui significa lasciargli ogni libertà, allora divento fiscale. Per questo prima di ogni partita cerco di informarmi e prepararmi il più possibile, in modo da non trovarmi impreparata durante la partita.

Perché diventare arbitro?

Fabrizio: Forse perché è una vera e propria scuola di vita, nella quale ogni gara ci appare come un’eccitante sfida, un nuovo traguardo da raggiungere. Prendere continue decisioni, con la dovuta convinzione, in poche frazioni di secondo (dovendole in molti casi “difendere” di fronte a critiche spesso irridenti, volgari o, talvolta, violente), costituisce sicuramente un valido ausilio alla nostra crescita interiore e alla nostra capacità di saperci rendere maggiormente credibili e autorevoli, facendo crescere la nostra autostima, aiutandoci ad affrontare positivamente aspetti importanti della vita di tutti i giorni.
Rispetto per gli altri e fermezza, quando serve, sono valori che dobbiamo coltivare continuamente per poter esercitare con equilibrio il nostro ruolo e vivere al meglio la vita quotidiana … Non per niente un vecchio detto, che risuona spesso nelle sezione arbitrali, recita “Arbitri in campo, Arbitri nella vita”. 

Martina: Questa per me è una grande esperienza che mi ha permesso di migliorarmi e di crescere. Ogni piccola sfaccettatura dell’arbitraggio mi ha aiutato in diversi aspetti della mia vita. L’arbitraggio, per come l’ho vissuto e lo sto vivendo, è una scuola di vita, non è un semplice hobby. Ci sono momenti che ho veramente pensato di lasciare credendo che non ne valesse la pena, ma alla fine c’è sempre qualcosa che mi convince che senza non sarei la stessa persona

E poi ci sono episodi imprevisti…

Fabrizio: Durante una partita (in cui il livello di gioco non era eccelso) un giovane labrador ha deciso di movimentare la gara, facendo invasione di campo e iniziando a rincorrere il pallone per giocarci.
Ovviamente fui costretto a sospendere temporaneamente la partita per riuscire a bloccare il particolare giocatore entrato in campo. Tutti e 22 i giocatori, con l’aiuto di alcuni dirigenti, dovettero faticare e correre alcuni minuti prima di riuscire a bloccare il cane, riportandolo fuori dal terreno di gioco, e consentendomi così di riprendere la gara.

Martina: Essendo una ragazza mi sono capitate diverse situazioni imbarazzanti/divertenti. Ricordo una partita di juniores in Italia (ragazzi di 17-18, ai tempi avevo la loro età) dove accadde che dopo aver ammonito un giocatore, mentre mi annotavo il numero della maglia del ragazzo, lui si gira e mi dice “Ma visto che tu hai preso il mio numero, ora tu dovresti darmi il tuo!”.

Divertirsi sì, ma anche ambizione…

Fabrizio: Il principale obbiettivo è e resterà sempre divertirsi. Poi, ovviamente, c’è sempre anche la volontà di impegnarsi al massimo per raggiungere le leghe superiori, magari provando anche l’esperienza da assistente.

Martina: L’obiettivo è quello di andare avanti fino a quando riesco a dare il meglio divertendomi, senza che questo diventi un peso. Quindi cerco di salire di categoria il più possibile, anche pensando di provare la carriera da assistente.