“Siamo la squadra più razzista del paese”.

Vi è servita una seconda rilettura? Non agitatevi, è normale. Più o meno tutti sono costretti a fare un passo indietro la prima volta che si sono trovati di fronte a questo slogan. Lascia per lo meno perplessi, quasi inermi. Sembra strano, ma la seconda lettura serve proprio a dare un significato a quello che abbiamo appena letto. Non è la sintassi a essere complessa, è il concetto.

Questa frase non viene detta tra amici al bar, no, viene esposta e urlata con fierezza allo stadio Teddy Kollek di Gerusalemme dai tifosi del Beitar Gerusalemme, uno dei club più importanti del calcio israeliano. Sin dalla sua fondazione, nel 1936, la squadra ha avuto una connotazione politica. Nato per rappresentare gli ebrei Mizrahì e la destra, il Beitar è diventato poi l’incarnazione politica dell’altra Israele, quella dei meno privilegiati. Con il passare del tempo, si è trasformata inesorabilmente nella squadra di riferimento del movimento nazionalista israeliano, specialmente del Partito revisionista sionista. Semplificando (e non è mai un bene), secondo il revisionismo, Israele ha come obiettivo a lungo termine quello di ottenere la sovranità su Eretz Yisrael, la terra che, secondo gli ebrei, Dio ha dato loro migliaia di anni fa.

Il Beitar per anni è stata una realtà minore del calcio israeliano, nota più per le sue posizioni politiche che per i risultati in campo. Ma le cose sono cambiate con il passare del tempo. Bisogna attendere la metà degli anni Settanta per vedere un Beitar competitivo. Da quel momento in poi la squadra è diventata un vero e proprio impero, conquistando anche diversi titoli e coppe nazionali.

L’anima del Beitar Gerusalemme sono i suoi tifosi. Focosi, festanti, letteralmente devoti a una fede calcistica che si miscela inequivocabilmente con quella religiosa. Come spesso accade nelle tifoserie, anche al Beitar esistono diverse frange di tifo. Ma niente è paragonabile al gruppo chiamato La Familia, la parte più radicale ed estremista dei supporter. Nata nel 2005, La Familia occupa la curva est dello stadio. Quanti siano i membri non è certo, c’è chi di dice un centinaio, chi oltre il migliaio, ma poco importa. Quello che va sottolineato è la forza e l’influenza che questi hanno nei confronti di gran parte degli spettatori. Se chiedi a un membro de La Familia cosa sia per lui il Beitar, difficilmente si limiterà a rispondere “una squadra di calcio” o “la mia squadra del cuore”. Tifare Beitar è molto di più: è uno stile di vita, un vanto, un orgoglio, un senso di appartenenza viscerale verso una fede, una fede unica, irripetibile, pura.

Pura” è la parola che meglio definisce il concetto mentale che La Familia ha del Beitar. Quest’organizzazione è riconosciuta nel resto di Israele come il bastone del partito di Likud, il maggior partito di destra. E come è facile intuire, nelle vene di questi tifosi scorre l’odio verso arabi e musulmani. Razzismo, nella sua forma più pura. La Familia ha attirato diverse personalità legate alla destra israeliana, consce del fatto che il Beitar è uno strumento di propaganda da sfruttare per raggiungere scopi politici. È il luogo ideale per cominciare una campagna politica: un folto gruppo di persone molto influenti che sono pronte a seguirti se rendi grande il club.

Lo sa bene l’oligarca russo di origini israeliane Arcadi Gaydamak, che è diventato proprietario del club proprio in concomitanza con la nascita de La Familia. Immediatamente Gaydamak ha investito diversi milioni nella squadra, acquistando i migliori giocatori israeliani in circolazione. A beneficiarne è stata la bacheca del Beitar. Cosa sta dietro a questa operazione? La politica.
Arcadi voleva diventare sindaco di Gerusalemme, ma alle elezioni ottenne solo il 3,6% delle preferenze, fallendo miseramente. Conseguenza? Smette di investire nel club.

Nella stagione 2012-2013 il Beitar torna a far parlare di sé. Il campionato sta andando alla grande, dopo alcuni problemi iniziali la squadra di capitan Ariel Harush comincia a vincere, facendo impazzire i tifosi, che vedono finalmente il ritorno dei loro beniamini tra le grandi del campionato. Ma a gennaio tutto si spacca. Pochi giorni dopo aver organizzato un’amichevole in Cecenia, paese musulmano guidato da Ramzan Kadyrov, si scatena l’inferno.

“Arcadi Gaydamak acquista due musulmani per il Beitar Gerusalemme”, titola uno dei tanti giornali. “Due musulmani”, non due calciatori, due musulmani. Apriti cielo. Si tratta di Dzhabrail Kadiyev e Zaur Sadayev, due ceceni di religione musulmana e quindi in contrasto con le idee de La Familia.
Durante la presentazione ufficiale dei due, il capitano prova subito a placare gli animi, schierandosi al loro fianco. “La religione o la razza non contano” dirà, e sarà solo l’inizio della sua fine.
La reazione degli ultras non tarda ad arrivare: contestazioni agli allenamenti e alle partite, prese di posizione sui social, fischi e urla contro i due acquisti, contro Arcadi e contro il capitano, ormai diventato un traditore.

La squadra precipita in classifica, senza il supporto dei tifosi la stagione diventa uno psicodramma. La protesta diventa sempre più violenta e xenofoba. I cori e gli striscioni si fanno sempre più razzisti, la rivolta diventa irrefrenabile.
Durante una gara, Zaur trova la via del gol e lì si tocca il fondo. Parte dei tifosi, anziché gioire, cominciano a fischiare e ad abbandonare lo stadio.

Si arriverà infine a uno sciopero totale del tifo, voluto e promosso da La Familia, che con questa prova di forza smentisce di fatto la tesi del “sono solo una parte dei tifosi, non tutti la pensano così”. “È il prezzo del tradimento”, si legge su uno striscione lasciato sugli spalti, vuoti e tristi, come certe mentalità ottuse. Il Beitar prosegue nella serie di risultati neri, arrivando a giocarsi la salvezza nell’ultima partita, contro i rivali musulmani del Bnei Sakhnin nel caos più totale. Una molotov incendia la sede del club, mandando in rovina la sua storia. È il 3 maggio 2013, e il Beitar si gioca tutto.

Per l’occasione i tifosi interrompono lo sciopero, accompagnando la squadra nella trasferta da dentro o fuori. Ma è solo una tregua, precisano, perché se i due musulmani non saranno ceduti il tutto riprenderà nella stagione seguente. Il calcio non c’entra nulla in questa decisione, c’è una guerra di vincere, una superiorità etnica da mettere nero su bianco, in soli novanta minuti.
Il Beitar pareggia 0-0 e salva il posto, i due ceceni non salgono nemmeno sul bus con i compagni, per loro c’è un taxi che li porta direttamente in aeroporto, destinazione casa.

La Familia ha vinto, la Familia ha deciso: il Beitar dev’essere puro. Arcadi Gaydamak se ne va lasciando con un’intervista eloquente: “Non sapevo nemmeno chi fossero, se fossero bravi giocatori o meno, il loro acquisto è stato fatto per mostrare a tutti la vera faccia di questa società“. Con lui vengono cacciati tutti i protagonisti di quell’operazione, dal capitano all’allenatore. Non c’è spazio per i traditori, la purezza va difesa, chi si è macchiato deve andarsene. La Familia torna sul trono.

Una situazione analoga al parapiglia del 2013 sembra potersi ricreare con l’arrivo del nuovo proprietario, l’imprenditore Hogeg Moshe, che ha comprato il club nello scorso mese di agosto. “Il Beitar non è un club razzista. Da oggi la religione non è più un fattore nella scelta dei calciatori“. Le parole non lasciano dubbi, il Beitar apre di nuovo ai musulmani. Come la prenderà La Familia?

 

La vicenda del Beiter Gerusalemme è documentata nella pellicola “Forever Pure”.