Banega-Inter è stato un amore veloce, romantico, pazzo. Un amore consumato in un anno, senza nessun accenno di continuità, con momenti di autentica malinconia nella nebbia di Milano e picchi di cristallina felicidad culminati in una primaverile tripletta all’Atalanta, punto di non ritorno della stagione dei nerazzurri.

Éver Banega, a primo acchito, sembra bellissimo solo se visto da lontano. Appena ci si avvicina, si scoprono le irregolarità delle sue linee, la sua ormai fisiologica incostanza e il suo continuo vagabondeggiare per il campo alla ricerca di un ruolo nel quale trovare un equilibrio.

Nell’Inter del poker De Boer-Vecchi-Pioli-Vecchi, El Tanguito si è trovato ad essere indicato come il leader tecnico e carismatico della squadra. Un ruolo che la sua stessa natura rifiuta: l’ordine, la costanza, la continuità, la pulizia del gioco non sono caratteristiche che si addicono all’argentino. L’imprevedibilità, la verticalizzazione improvvisa, l’irrazionalità della giocata sono i segni particolari riportati sulla sua carta d’identità. Questa diacronia fra le necessità del numero 19  e dei nerazzurri  ha scavato lentamente un solco che ha portato al divorzio dopo solo un anno di convivenza. L’utopia di un matrimonio così folle si è sciolta come neve al sole.

Eppure le statistiche della stagione di Éver sono tutt’altro che deprimenti: 6 gol, 6 assist, 85% di passaggi riusciti, spalmati sui 1’854 (pochi) minuti di presenze. Ma quello che Banega può trasformare in una squadra non avrà mai nulla a che fare con i dati, la matematica e la statistica. Avrà piuttosto a che fare con la fiducia nel caos e nella asimmetria di una squadra ibrida, che ha e dà poche certezze. Qualcosa che nella Milano nerazzurra della nuova proprietà, nessuno vuole e cerca. Banega si è ritrovato a dover ricoprire un ruolo nel quale non si riconosce e non si vuole riconoscere, forse sbagliando definitivamente. O forse no.

Dopo una carriera passata fra Spagna e Argentina, alla ricerca di un ruolo nel quale accasarsi e diventare grande, Banega è tornato a far parte dell’unica utopia che ha saputo accogliere fino in fondo la sua genialità folle e pigra: quel Siviglia che lo ha già reso vincente in Europa e lo ha riabbracciato come un figliol prodigo.

E così, la conclusa parentesi milanese sembra solo una volontà crudele del Dio del calcio di impedire, a Siviglia, l’incontro fra Banega e Sampaoli, in quella che potrebbe essere stata la più vertiginosa delle utopie calcistiche. Ma che come tale, non si avvererà mai. E forse è meglio così, perché ora El Tanguito può ricominciare il suo viaggio alla ricerca della sua instabilità, di un disordine che lo renda felice. For Éver.

Umberto De Marchi