Dall’essere il Giuanin di Cusano Milanino ad essere il Trap, uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio, ne è passata di acqua sotto i ponti. Acqua che è stata sapientemente incanalata da Bruno Longhi nel libro “Non dire gatto”, biografia che racconta la vita di Giovanni Trapattoni: dall’infanzia segnata dalla II Guerra mondiale – è nato il 17 marzo 1939 – alla rescissione del contratto con la Federazione di calcio irlandese (2013). Il titolo rimanda evidentemente al proverbio tanto caro a Trapattoni: “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”, un’espressione simile a “non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso”.

Ad essere precisi è cresciuto a Cusano, la zona più modesta del Comune lombardo: “Essere di Cusano o di Milanino fa la differenza. Da bambino sono esperienze che ti segnano per tutta la vita”. Ed è questa povertà – materiale, beninteso – che contraddistingue la sua adolescenza. Calcio – o meglio pallone – sono mal visti in famiglia “perché si rovinano le scarpe e sudando si prende la tubercolosi”. Meglio studiare, lavorare e la domenica andare a Messa; valori religiosi che lo accompagneranno per tutta la vita – “nonostante talvolta si lasci andare a qualche imprecazione di troppo” – e che lo porteranno persino a guidare una selezione di giocatori del Vaticano.

Malgrado il malcontento del padre per la strada intrapresa, riesce a far colpo su alcuni osservatori e ad entrare nelle giovanili del Milan, dicendo gradualmente addio alla “strada sicura” offerta da un impiego in una cartotecnica. La pace definitiva scatta alla fine della stagione 1957-58, quando Giuanin – ormai Giuan – debutta in prima squadra in Coppa Italia, contro il Como. “Dovevi dirmelo, stavolta. Io non avrò la fortuna di vederti ancora”. Tre giorni dopo quella frase premonitrice pronunciata dal padre, un infarto se lo porta via. Come faceva a saperlo? “Non smetterò mai di pensarci”.

Dopo una vita da mediano trascorsa unicamente con la maglia dei Rossoneri (274 incontri, 3 gol), eccezion fatta per una parentesi finale di 10 partite al Varese, il Trap decide che è ora di appendere le scarpette al famoso chiodo e di passare dall’altra parte della barricata. Le prime tre esperienze con il fischietto in bocca – in realtà per richiamare i calciatori si è sempre servito delle dita, proprio come faceva il padre per richiamarlo ai suoi “doveri di figlio” – raccontano già molto: Milan (in realtà anche con ruoli diversi), Juventus (per 10 stagioni!) e Inter (per cinque annate). Niente gavetta, ma nemmeno nessuna fugace apparizione in una grande squadra come capita sempre più spesso oggigiorno.

Il primo impatto con il nuovo ruolo è stato comunque tutt’altro che indolore. In quella che è passata alla storia come fatal Verona, con Cesare Maldini ammalato e Nereo Rocco – probabilmente il suo maestro, certamente “un padre” – squalificato, a sedere sulla panchina del Milan c’era infatti proprio l’allora 34enne Trapattoni. La sua esperienza da matricola e i pochi successi raggiunti (ad esempio una Coppa delle Coppe persa con il Magdeburgo) hanno dunque fatto storcere più di un naso quando Boniperti decide di affidargli la prima squadra della Juventus.

Non solo ottiene lo scudetto al primo anno (e al secondo), ma porta i Bianconeri a trionfare per la prima volta al di fuori dei confini nazionali (Coppa Uefa). Ad oggi, considerando anche la seconda avventura sulla panchina della Juve (1991-94) terminata con l’arrivo della Triade e di Umberto al posto di Gianni Agnelli, è ancora l’allenatore più vincente (14 trofei) e duraturo (596 partite) nella storia della Vecchia Signora. Fra i due capitoli juventini vi è poi quello interista, più avaro di titoli, ma non certo da trascurare. Nella stagione (1988-89) in cui le squadre italiane vincono praticamente tutto ciò che c’è da vincere in Europa, la sua Inter si toglie la soddisfazione di dominare la Serie A, guadagnandosi l’appellativo di “Inter dei Record”(58 punti su 68 disponibili).

Dopo aver vissuto 55 anni in Italia ed essersi seduto sulle tre panchine più importanti del Bel Paese è però giunta l’ora di cambiare e di fungere da pioniere per gli allenatori italiani che emigrano all’estero. Accetta così l’invito recapitatogli da Rummenigge (allenato all’Inter) per sostituire un’istituzione come Beckenbauer alla guida del Bayern Monaco. Anche in questo caso ci tornerà una seconda volta, dopo la parentesi di un anno di Cagliari, perché quanto fatto fino a quel momento non era abbastanza, non aveva vinto. Di quel periodo però tutti ricordano la sfuriata – per sua stessa ammissione tutt’altro che improvvisata – contro il “fiasco vuoto” Scholl e il “sempre infortunato” Strunz.

La sua carriera nelle squadre di club lo vede poi ancora alle redini della Fiorentina, dove prima di perdere Batistuta per infortunio e Edmundo per saudade carnascialesca la Viola era in testa al campionato. Poi solo estero: Benfica (vittoria al primo colpo del campionato che mancava da 11 anni), Stoccarda (unico esonero in carriera) e Red Bull Salisburgo (successo di nuovo al primo tentativo). Il totale parla chiaro: 10 titoli nazionali, sette dei quali in Serie A. L’unico ad averne vinti cotanti, visto che Capello e Lippi (e Allegri se dovesse vincere anche quest’anno) sono fermi a cinque.

Le soddisfazioni raccolte con le squadre di club vanno tuttavia a braccetto con le delusioni vissute da CT, prima con l’Italia e poi con l’Irlanda. Con gli Azzurri viene infatti fatto fuori da Byron Moreno in Corea (2002) e dal biscotto cucinato da Danimarca e Svezia in Portogallo (2004), un biscotto che qualche anno prima, nella già citata fatal Verona, Rivera si era rifiutato di mangiare. Con i Boys in Green altro torto arbitrale (clamorosa mano di Henry nello spareggio con la Francia) e addio Mondiale (2010). Una frustrazione solo parzialmente compensata dalla qualificazione ai successivi Europei. “Ho allenato per anni la Juventus, so cosa significa avere un arbitro ben disposto verso la tua squadra”, chiosa laconico il Trap, puntando il dito contro l’ex n.1 della FIFA Blatter: “Da allora ho sempre evitato di stringergli la mano quando ci siamo incontrati”.

Sarebbero ancora tante le parole da spendere per cercare di raccontare un po’ della vita di Trapattoni. Da quella volta in cui fu sorpreso da un certo Cruijff – “Ho marcato Eusebio e Pelé, mi dovrei preoccupare di un olandese?” – a quella in cui firmò un contratto preliminare con il Basilea. Di quando ha portato Torricelli dalla Caratese ad alzare la Coppa Uefa nel giro di un anno o di quando ha dovuto imparare il tedesco a 55 anni e l’inglese a 70. A mettere nero su bianco ciò che è stato ed è Giovanni Trapattoni ci è parzialmente riuscito Bruno Longhi in un libro, non ho la presunzione di riuscirci io in poche righe. Su una cosa però non c’è alcun dubbio: il Trap ha messo il gatto nel sacco.

Ich habe fertig.