Tandoku renshu è una parola giapponese che sta a significare “allenamento individuale”. Questo potrebbe risuonare bizzarro: in uno sport come il judo, come è possibile allenarsi da soli? Qual è il senso? A cosa mi porta?

Il judo è una disciplina complessa sia da comprendere sia da praticare. Come in tutti gli sport, l’esercizio dell’allenamento prevede delle fasi di crescita che culminano, solitamente, nell’attività conclusiva del randori (il combattimento). Prima di questa fase – la “nostra partita di pallone”, sicuramente l’esercizio più divertente – abbiamo degli step da superare.

Chi si avvicina alla pratica del judo non può pensare che dopo dieci minuti di lezione è in grado di affrontare un combattimento. Il neo praticante non sa muoversi sulla materassina, non ha alcuna idea di come sfruttare il proprio corpo e, siamo onesti, non capisce niente di judo.

Andando forse controcorrente, ritengo che l’esercizio del tandoku renshu sia necessario a tutti i judoka: dai principianti ai veterani. Perché? Perché è il metodo d’allenamento migliore per imparare la corretta esecuzione di una tecnica di judo.

È vero: nel tandoku renshu non si esercita la proiezione e non ci si confronta con un compagno. È facile, direte voi, eseguire una mossa senza che nessuno vi ostacoli nella sua messa in opera. In apparenza sì, ma la realtà è ben diversa.

Durante il tandoku renshu mi muovo libero sulla materassina senza che nessuno mi blocchi o mi stringa il judogi, ma questo non significa che io zigzaghi qua e là: con il tandoku renshu apprendo la difficilissima arte del “sapersi muovere sul tatami”.

Vale a dire: restare in guardia (destra o mancina), tenere la schiena dritta e le gambe morbide. Evitare qualsiasi tipo di irrigidimento: il judo non è pietra, il judo è acqua che scorre con leggerezza. Un judoka, anche gli atleti che militano nei pesi massimi, durante la messa in atto di una mossa si muovono con leggerezza.

Pochi passi precisi e fluidi, attenzione ai dettagli ed ecco: con il tandoku renshu ci si avvicina alla realizzazione della tecnica. Dopodiché viene l’allenamento con il compagno: se l’esercizio individuale è stato eseguito correttamente, il judoka avrà molte meno difficoltà nel praticare con successo la tecnica prescelta.

Questo perché ha imparato a muoversi senza errori con velocità e morbidezza.

Oltre a ciò, non è vero che allenandosi da soli non ci si confronta con nessuno. Potrebbe apparire stucchevole e forse un po’ banale, ma individualmente si affronta il peggiore dei nemici: se stessi.

Confrontandosi con se stesso si affrontano i propri mostri, i propri difetti e non sempre si esce vincitori.

La pratica del tandoku renshu permette al aspirante judoka di migliorare non soltanto come atleta, ma di riequilibrare il proprio stato emotivo e mentale. L’arte marziale deve servire non soltanto come esercizio di sforzo, ma anche come allenamento all’autocontrollo.

La padronanza delle proprie emozioni è indispensabile per un buon judoka. Sentimenti negativi come rabbia, frustrazione, invidia e rancore non devono trovare spazio. Bisogna apprendere la complicata disciplina del restare in armonia con se stessi e con quello che ci circonda.

Con l’allenamento individuale imparo a conoscere me stesso, i miei limiti e i miei punti forti.

Una volta che si è appreso questo, allora sono pronto a confrontarmi positivamente con un compagno d’allenamento.