Borbottii, imprecazioni, smorfie di dolore con annesso sfregamento di parti del corpo doloranti. Queste forse le principali cause, unite a uno stile di gioco non particolarmente ricco di polvere di stelle, che hanno contribuito a non rendere Sir Andrew Barrow Murray il giocatore più tifato degli ultimi tre lustri. Se però vi foste imbattuti nel suo match di primo turno nei recenti Australian Open, quest’ultima affermazione potrebbe risultare completamente fuori luogo: nelle oltre quattro ore di partita contro lo spagnolo Bautista Agut, ad ogni “quindici” dello scozzese lo stadio esplodeva all’unisono, incitando Andy.


Quando poi Murray si è trovato a un game dalla sconfitta, ecco la standing ovation. Il motivo di tutto ciò? Qualche giorno prima il ragazzo di Dunblane aveva dichiarato che il fatidico chiodo al muro avrebbe presto incontrato la sua racchetta. Come descrive Passenger nella sua famosa “Let Her Go”, il pubblico si era finalmente accorto di ciò che avrebbe effettivamente perso con l’addio di Murray, solo quando ormai per lo scozzese era arrivato il momento dei saluti.

In questi ultimi 15 anni il volto di Andy Murray è stato associato a quello degli altri 3 protagonisti indiscussi del tennis recente: si parla ovviamente di Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic. Insieme hanno formato i “Fab Four” delle racchette e palline, dominando in lungo e in largo e annullando di fatto una generazione tennistica (vedasi i vari Nishikori, Dimitrov, Raonic, …) che non è mai riuscita a sopraffarli con continuità e a strappar loro la scena. 

Le premesse per Andy sembravano simili a quelle del coetaneo serbo, ma con il passare degli anni la differenza nei due palmarès ha assunto dimensioni difficilmente immaginabili agli albori delle loro carriere. Se Djokovic viene spesso definito quasi robotico, il percorso di Murray ha assunto invece negli anni tratti più “umani”: nelle sue prime 3 finali Slam il cavaliere della Regina Elisabetta non è riuscito a vincere neppure un set. A quattro lunghi anni dalla prima finale, tutto era apparecchiato per il suo “Happy Ending”: finale a Wimbledon (prima volta per un giocatore britannico dopo 74 anni) contro Roger Federer, allora 30enne, con cui era in vantaggio negli scontri diretti e che non vinceva uno slam da due anni e mezzo. Murray vince il primo set, ma perde i successivi 3, incassando quella che da lui verrà poi definita come la sconfitta più dura della carriera, come testimoniano anche le lacrime a fine partita

Da lì la rinascita: l’oro olimpico nella stessa cornice londinese e la vittoria slam alla prima occasione utile (lo US Open successivo) sembrano definitivamente allontanare la sua fama di “perdente”. L’attesissima vittoria a Wimbledon arriverà l’anno successivo, con Murray che dà finalmente una risposta definitiva alle pressanti aspettative dei tifosi britannici. Nel 2016 raddoppia sia a Wimbledon sia alle Olimpiadi e diventa il numero 1 del ranking. Andy Murray è al vertice del tennis mondiale. La scalata per l’Olimpo presenta però subito il conto: l’anca, che minaccia ora di mettere fine alla carriera di Murray, comincia a far troppo male e non permette allo scozzese di rimanere a quegli incredibili livelli di gioco, che probabilmente non gli rivedremo mai più giocare.

Al di là dei risultati sul campo, che assumono contorni ancor più straordinari in un’epoca ricca di grandi campioni, di Murray spicca il coraggio e la personalità, con un rifiuto costante del “politically correct” che invece spesso rende le conferenze stampa dei suoi più illustri rivali banali e prevedibili. In tal senso risalta soprattutto il suo grande impegno in appoggio alle donne, che ha dato al suo titolo di Cavaliere un ulteriore significato. Negli anni Andy ha dimostrato infatti di essere uno dei pochi giocatori di spicco a seguire con regolarità anche le gesta delle colleghe e, dopo aver usufruito dei consigli della celeberrima Mamma Judy per i primi anni della carriera, lo scozzese si è contraddistinto dalla stragrande maggioranza dei suoi avversari nel 2014, quando assunse come coach proprio una donna, l’ex campionessa francese Amélie Mauresmo

Il tennista britannico si è dimostrato per tutto l’arco della sua carriera fermo sostenitore dell’uguaglianza di genere nel tennis e non solo, schierandosi a favore del gentil sesso ogni qual volta se ne presentasse il bisogno. Per questo non stupiscono i numerosi messaggi di ringraziamento delle stelle della WTA, coscienti che forse di giocatori migliori di Andy il tour negli anni ne vedrà anche parecchi, ma che di campioni con la sua umanità ne vedremo ancora troppo pochi.

«He was always my favorite, and I think it will be a huge loss for tennis in general, but also for the WTA. Because even nowadays, when you think everything is equal, you still need men, especially successful men, to speak up for women.» (Andrea Petkovic)