“Luride merde, ora Salvini vi manda fuori dai coglioni”

“Sanno solo fare quello rincorrere una palla e giocare con il cellulare : ma andate a lavorare”

“Fate una squadra di pallanuoto”
(riferimento alle migliaia di persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo)

Questi sono solo alcuni degli insulti a sfondo razzista apparsi sotto il post di MilanoToday, che annunciava la nascita della squadra di calcio St. Ambroeus. Un tiro al bersaglio che non ha fatto altro che dare visibilità al progetto. Cos’ha di tanto speciale questa nuova realtà calcistica milanese, ce lo spiega Gian Marco Duina, dirigente e socio fondatore del club.

Cosa sta dietro a questa squadra? Qual è il vostro intento? 

“Abbiamo due obiettivi: il primo è quello di combattere la xenofobia e il razzismo, mostrando i veri valori dello sport. Oggi il calcio è un business fatto e finito, noi vorremmo riportarlo un po’ alle origini, quando era mosso da passione. In altre parole, vogliamo servirci del pallone per combattere il razzismo. Ci definiamo una squadra antirazzista e siamo orgogliosi di esserlo, è la nostra identità. Crediamo in un mondo che non giudica dal colore della pelle o dal paese di provenienza.
Il secondo aspetto è quello di permettere a dei giovani (sono tutti under 30, ndr) con la nostra stessa passione, ma che non hanno le nostre possibilità, di partecipare a un percorso sportivo. Quando parlo di possibilità mi riferisco in primis al lato economico, perché un migrante o un richiedente asilo non può sobbarcarsi certe spese per giocare a calcio, secondariamente la burocrazia mette un po’ i bastoni tra le ruote a questi ragazzi, che devono sorbirsi iter infiniti per avere i documenti.

Il St. Ambroeus nasce dalla fusione con altre realtà milanesi con il medesimo scopo. Abbiamo deciso di unire le forze perché eravamo stufi di giocare solamente i tornei dell’accoglienza o le amichevoli, il tutto era un po’ fine a se stesso. Per questo motivo abbiamo deciso di lanciare un crowdfunding per raccogliere i soldi necessari per iscriverci alla terza categoria (equivalente alla 5a Lega svizzera)”.

Com’è andata questa raccolta fondi? Forse non tutti si rendono conto che mantenere una squadra di calcio costa…

“È andata bene, siamo molto contenti. Ci eravamo preposti un obiettivo di 10’000 euro, qualora avessimo raccolto almeno il 75% di questa cifra, Banca Etica avrebbe coperto il restante, e così è stato grazie ai 133 sostenitori che ci hanno donato qualcosa. Come dici bene tu, avere una squadra di calcio costa… questi soldi ci servono per l’iscrizione al campionato, per le visite mediche dei calciatori, per il materiale e per i tesseramenti”.

La scelta del nome non è casuale…per la realtà milanese è un nome molto forte, vi ha creato qualche problema?

“Sì, ci sono arrivate critiche per questa scelta. Addirittura sono arrivati a dirci che abbiamo sbagliato religione… . Abbiamo scelto questo nome perché per noi i nostri ragazzi sono la Milano del futuro. Volevamo dare un’immagine forte, avere un nome che avesse una forte identità milanese. Non a caso abbiamo scelto il bianco e il rosso come colori sociali. La nostra è una squadra milanese, perché chi fa parte della rosa è milanese: studiano o lavorano qui. Molto spesso fanno i “fattorini”, portando la spesa a domicilio. Fanno quei lavori che impone la “new economy”, di conseguenza contribuiscono a far girare l’economia locale. Secondariamente ci siamo ispirati al St. Pauliun club con i nostri stessi ideali”.

Come avete reagito all’ondata di insulti ricevuti?

“Innanzitutto ci tengo a sottolineare che ci hanno fatto un favore incredibile! Grazie a loro ci siamo fatti conoscere rapidamente, ci hanno risparmiato una bella fatica. È stata comunque una doccia fredda… alzarsi una mattina e trovare una marea di insulti non è proprio il buongiorno che vorresti. Ho deciso di rispondere a molti di loro, spacciandomi a turno per uno dei nostri ragazzi. Ho scelto questa strategia perché volevo approfondire la cosa, volevo capire da dove arriva quest’odio tanto smisurato. Mi sono quindi presentato con nome e cognome, facendo le veci dei nostri calciatori. Chi sputa tutto questo odio non è abituato a pensare a un nome e a un cognome, solitamente si insulta per categorie: i neri, i clandestini, ecc. Essere confrontati con un’identità ben precisa destabilizza, infatti chi all’inizio ci diceva “vergognatevi, siete dei fannulloni, andate a lavorare”, dopo 4-5 commenti se ne usciva con: “comunque bellissimo progetto, in bocca al lupo, vi auguro il meglio”. Abbiamo invitato molti di questi detrattori a venirci a trovare, per capire come funziona la nostra realtà, ma è stato inutile, appena si cercava un confronto un po’ più approfondito si tiravano indietro. Il problema maggiore sono i pregiudizi, c’è un così tanto caos mediatico che poi la gente è convinta che siano tutti qui per rubare”.

Non dev’essere facile gestire un gruppo tanto eterogeneo…

“Non è assolutamente facile far coesistere questi ragazzi e gestire lo spogliatoio. Si creano conflitti dovuti a fattori nazionalistici, penso ad esempio agli anglofoni contri i francofoni. Ci sono vari “gruppetti” all’interno della squadra, in base al luogo d’origine. Vogliamo creare un ambiente multiculturale, ci sono molte lingue all’interno della rosa, ma in campo si parla italiano. Uno dei valori aggiunti è il nostro mister peruviano, una persona davvero in gamba con un passato da calciatore professionista in patria. Per raggiungere i nostri scopi puntiamo molto sulla sua esperienza e sulla sua “anzianità”. Vogliamo mantenere unito lo spogliatoio, è la nostra grande sfida“.

Chiudiamo con un po’ di calcio giocato, quali sono i vostri obiettivi stagionali?

“Non ci poniamo limiti, credo che la nostra squadra abbia un notevole un vantaggio fisico, ma sicuramente a livello tattico e nel gioco di squadra abbiamo un grosso deficit rispetto alle altre squadre. Incontreremo avversari che giocano assieme da 3-4 anni, quindi faremo un po’ di fatica. La promozione però non la vedo poi tanto impossibile, sarebbe bello fare il salto di categoria, magari non quest’anno, ma comunque a breve termine. Sebbene non sia la nostra priorità, non tralasciamo sicuramente l’aspetto competitivo“.