Ammettiamolo, le risse nello sport ci piacciono. E ancora di più il confronto diventa avvincente, se i combattenti del caso sono uomini di due metri che corrono su un parquet NBA. Se poi, aggiungiamo al tutto due attori protagonisti del calibro di Chris Paul e Rajon Rondo, lo script assume sfumature hollywoodiane e non si può non assistere con interesse ad uno scontro tanto breve quanto adrenalinico. Non c’è nulla di utile o costruttivo in una rissa che mantiene i tratti ridicoli e ludici di un incontro fra due cani che abbaiano ma non mordono, eppure i (pochi) cazzotti di domenica ci potrebbero dire molto di più di quello che crediamo.

Rockets e Lakers hanno cominciato la stagione rispettando le previsioni della vigilia: qualche difficoltà per Harden&co. chiamati ad assorbire il cambio ArizaMelo e parecchie difficoltà per i gialloviola, con un LeBron ancora in rodaggio e un supporting cast che cerca di staccarsi di dosso il nomignolo di meme team. La rissa esplosa nella sfida di domenica, dopo uno sputo di Rondo verso CP3 , ha acceso una partita che dopo l’hype iniziale per l’esordio del Re, non aveva regalato grandi emozioni.

Riprendendo le parole di Devin Gordon sul Guardian, la rissa che ha coinvolto Paul, Rondo e Brandon Ingram ha dato risposte profondamente diverse per le due franchigie: ha, da un lato, dato un tono più autoritario ai Lakers, mentre dall’altro ha sicuramente allargato delle crepe che ora sembrano intravedersi ad occhio nudo nei texani. Ai californiani serviva una rissa. Non per ostentare una sorta di masculinità primordiale, ma per scrollarsi di dosso la fastidiosa fama di “squadra-simpatica-ma-per-me-è-no”. E gli Houston Rockets nella figura di Chris Paul sono caduti nella trappola tesa dal diabolico Rajon: perchè una squadra che lotta per il titolo dovrebbe cadere nei tranelli del meme team? Il nervosismo che sembra accompagnare i Rockets dopo l’arrivo di un altro peso massimo come Carmelo Anthony potrebbe essere una risposta plausibile. E i rumours riguardanti disperativi tentativi di arrivare a Jimmy Butler non sembrano sufficienti a calmare le acque.

Nel complesso, lo scontro ha contribuito per favorire i trend opposti delle due franchigie. Ma se da una parte la dirigenza gialloviola ha accettato il rischio di ingaggiare una vera e propria suicide squad, prevedendo alla voce “routine” situazioni come quella di domenica, dall’altra Mike D’Antoni sta assistendo ai postumi psicologici di un finale di stagione che deve ancora essere smaltita (chissà come sarebbe finita con Chris Paul in campo…).

LeBron ne ha approfittato per cominciare i colloqui di lavoro per la prossima stagione

Dunque le cicatrici , dopo lo scontro dello Staples Centre, sono di certo più visibili e profonde in James Harden e compagni che  hanno perso 3 partite su 3 e sono crollati al 14esimo posto nella Western Conference, mentre per gli uomini di Walton sono arrivate le prime due vittorie della stagione e nel complesso il “suicide-support-team” ha ottenuto un upgrade di stima e considerazione. Forse a LeBron serviva una risposta forte dai nuovi compagni, forse Chris Paul avrebbe voluto un tag team partner all’altezza di Ingram. I valori delle due squadre non si discutono e la stagione è ancora lunga e risolverà questi dubbi, certo è che i Lakers avevano bisogno di una rissa. I Rockets, invece, proprio no.