Nella storia dello sport ci sono state decine e decine di campioni, ma sulle dita di una mano si contano quelli che sono diventati praticamente un sinonimo del loro stesso sport. Jordan è il basket, Gretzky è l’hockey, la Comaneci è la ginnastica, ecc. È presto, assai troppo presto per poterlo affermare (e non si vuole nemmeno fare l’uccello del malaugurio), ma indubbiamente c’è una ragazza che nello sci sta tentando di percorrere la strada di questi grandi. Una strada, in questo caso, fatta di paletti. Il suo nome è Mikaela Shiffrin.

Nata il 13 marzo 1995 in un paesino con una delle stazioni sciistiche più conosciute del Nord America (Vail, in Colorado), la giovane Mikaela ha esordito nel 2011 in Coppa del Mondo e sebbene assai precoce il suo nome era praticamente sconosciuto ai più. Ma non ci ha certo messo molto per far si che la gente lo imparasse. A 18 anni infatti già si fregiava di un oro olimpico e stava per far sua la seconda coppa di specialità nello slalom e da lì a poco tutti avrebbero cominciato a dire “è nata una stella”.

Lunghi capelli biondi, occhi verdi, un fisico che si direbbe quasi più da modella che da classica sciatrice. La ragazza del Colorado in poche stagioni non si è guadagnata le copertine solo per il fattore estetico, ma soprattutto per ciò che è capace di fare in pista. In effetti sin dal suo esordio la statunitense ha messo in chiaro che i numeri della storia del circo bianco sarebbero stati da riscrivere. A 22 anni Mikaela può infatti già vantare un curriculum impressionante, fatto di 4 coppe di specialità nello slalom (con un’altra già in tasca), 1 generale di Coppa del Mondo (idem come sopra), 3 ori mondiali e 1 oro olimpico. È stata “costruita” per distruggerli, i numeri. Non è un robot, sia chiaro, è una giovane con degli alti e dei bassi, delle emozioni che passano dalle lacrime per i momenti difficili (o gli infortuni, come quello che gli ha pregiudicato la stagione 2015-16), ai sorrisi mostrati a chi la intervista che fanno capire che all’apparenza si tratti di una ragazza come tante.

Ma nel suo destino c’è benaltro, non ultimo quello assai ambizioso di superare un’icona dello sci: la connazionale Lindsey Vonn, la quale brilla dall’alto della cifra record di 79 vittorie in CdM (primato tra le donne e a solo 7 successi dal record assoluto di 86 di Ingemar Stenmark). La ragazza del Colorado per ora è ancora lontana (ne ha “solo” 41), ma ha dalla sua l’età. Nelle ultime due stagioni di vittorie ne ha collezionate rispettivamente 11 e 10 (in quella ancora in corso). Il che vuol dire che in poco più di 4 stagioni potrebbe raggiungere ed eventualmente polverizzare quel primato. Ma non sono solo i numeri ad impressionare o la facilità con le quali rifila decimi su decimi alle avversarie. A far davvero paura è quello che può ancora fare e quest’anno lo ha dimostrato: la ragazzina delle Rocky Mountains non si vuole limitare a slalom e gigante, lei può fare tutto. Come molti e molte prima di lei che nel corso della storia dello sci hanno cominciato con le discipline tecniche per poi allargarsi a quelle di velocità, anche Mikaela ha infatti cominciato ad interessarsi a discesa e super-G. Il problema (per gli altri) è che pochi sono stati quelli diventati veramente competitivi tali da essere degli “all-around” (nell’era moderna Girardelli, Zurbriggen, Miller tra gli uomini, Pärson, Vonn e Maze tra le donne), ma tutti questi ce ne hanno messo di tempo per diventare competitivi anche nelle altre discipline. Lei a 22 anni già vanta una vittoria in discesa e il terzo posto in classifica di specialità. Inumana verrebbe da dire.

Una delle armi che fanno la differenza con tutte le altre avversarie è l’incredibile mentalità vincente. Non fraintendiamoci, la determinazione, la grinta, la voglia di vincere ci sono sempre state nel circo bianco (come in tutti gli altri sport) che di campioni e campionesse ne ha visti, ma qui siamo di fronte ad altro. Qui la vittoria è vissuta come la normalità, il minimo sforzo richiesto, la sufficienza. E anche quando stampa il miglior tempo con un margine maggiore al secondo capita di non vederla pienamente soddisfatta, perché comunque non ha raggiunto la perfezione che cercava. In questo senso sì, Mikaela Shiffrin è un robot: non è programmata per perdere. Come lo era in un certo senso Lindsey Vonn prima di lei, e non è un caso che le due siano americane. Già, perché la scuola statunitense più di ogni altra dedica al lavoro psicologico un’enorme parte della preparazione sin da quando gli atleti non sono che dei campioncini di pochi anni e infatti non deve sorprendere che gli USA dominino e siano competitivi in praticamente ogni sport esistente, anche quelli che meno ci si aspetterebbe.

Sì è vero, nemmeno Mikaela Shiffrin è perfetta ed esente da errori (e ci mancherebbe), ma per ora all’orizzonte non si vedono limti se non il cielo. Questa giovane ragazza è nata per vincere e non smetterà di farlo, non finché ne avrà ancora voglia. E non è un caso che alla domanda “Oro olimpico o Coppa del Mondo?” lei risponda “Perché non entrambe?“, ben consapevole delle proprie potenzialità. Quindi chi può battere Mikaela Shiffrin? La risposta al momento pare ovvia. Nessuno, se non Mikaela Shiffrin stessa.