Per una buona fetta di pubblico, negli anni Settanta e in particolar modo nelle leghe minori, l’attrattività dell’hockey su ghiaccio statunitense stava prevalentemente nella sua violenza inaudita. “La gente non vuole mica i gol, vuole il sangue!”. È questa una delle frasi più celebri ed emblematiche pronunciate da Reggie Dunlop (interpretato dallo storico Paul Newman), allenatore – giocatore (o meglio, “veterano”) dei “Charlestown Chiefs”, una squadra fittizia della Pennsylvania di cui Colpo secco (1977) narra le vicende e le partite.

La pellicola, presentata fuori concorso al 30º Festival di Cannes, è tratta da un libro scritto da Nancy Dowd – che ha curato anche la sceneggiatura – e basato in parte sull’esperienza del fratello, Ned Dowd, il quale ha per un po’ militato nelle serie minori dell’hockey su ghiaccio nordamericano dell’epoca provando sulla sua pelle le dinamiche sopracitate sulle quali il film si focalizza. Colpo secco, però, non affronta questa tematica – e problematica – in modo serioso, tedioso, e didattico, adotta bensì un tono spassoso, ironico e sopra le righe. Il regista George Roy Hill, portando avanti il sodalizio iniziato ne la Stangata con Paul Newman, si avvale infatti degli stilemi tipici della commedia nera, grottesca e surreale, che in quegli anni ha sfornato pietre miliari e fatto salire agli onori della cronaca talenti come i Monty Python e Robert Altman.

I dialoghi sono ben curati e a tratti geniali, ma la vera forza di quest’opera risiede nei personaggi. Oltre al già menzionato Reggie Dunlop – un simpatico bambino un po’ troppo cresciuto che non riesce ad abbandonare lo sport che ama non solo perché al di fuori dell’hockey non saprebbe cosa fare della sua vita (e soprattutto come campare), ma semplicemente perché, nonostante l’età, giocare lo diverte ancora troppo -, vanno citati i tre fratelli Hanson (interpretati da David Hanson, Jeff e Steve Carlson, i quali, nella realtà, giocavano per i “Johnstown Jets”, lo stesso team nel quale militava il fratello dello sceneggiatore), un trio di perdenti con occhiali a fondo di bottiglia e gran maestri della rissa e della provocazione, cui si devono alcune delle sequenze più esilaranti.

Tuttavia, questo film sportivo non si limita a porre lo spettatore di fronte ad un’accozzaglia di gag ben orchestrate, ma, grazie a queste trovate divertenti, lo fa riflettere sulla violenza e, tra fiumi di birra, fumo di ciminiere, relazioni amorose extraconiugali, scene di gioco non di certo spettacolari (ma è giusto così visto il livello a cui si esibiscono i protagonisti…) e casacche macchiate di sangue, fornisce un ritratto efficace ed interessante di questa cittadina operaia sull’orlo del fallimento e in generale di questa realtà proletaria americana che il regista ha in simpatia ma che viene sfruttata come fenomeno da baraccone dai grandi imprenditori proprietari delle franchigie e dall’industria dei media e della pubblicità. Tutto sembra girare attorno ai soldi, infatti, quando i Chiefs, sul punto di essere liquidati, iniziano a giocare sporco attuando un’aggressività verbale e fisica e una scorrettezza senza limiti, la squadra risale posizioni e vince il campionato. Inutile parlare degli incassi e del coinvolgimento del pubblico. Reggie però alla fine si redime, perché l’ultimo match della sua vita non vuole disputarlo così: vuole concludere la sua carriera a testa alta giocando “l’hockey di una volta”.

Nonostante da un lato tutto ciò sia portato all’esasperazione e di conseguenza la credibilità del discorso generale a tratti ne risenta, dall’altro il messaggio principale passa ed è ricevuto forte e chiaro: in quegli anni, soprattutto lontano dai riflettori della National Hockey League, gli atleti di questa disciplina venivano visti come una sorta di attrazione facente parte di uno spettacolo durante il quale l’unica cosa a contare era compiacere e divertire il pubblico e i grossi industriali, ma “la violenza uccide lo sport, lo trascina nel fango, e, se andrà avanti così, i giocatori di hockey non faranno altro che prostituirsi”. Colpo secco è dunque una commedia tutt’altro che scontata, caratterizzata da una comicità e da un’ironia ricercate, farcita di numerosi sotto-testi e intrisa di una critica sociale non trascurabile veicolata per mezzo dello sport.