“Voglio solo dire a tutti voi che stasera sono particolarmente felice di essere qui. Molte persone mi hanno detto che non avrei più potuto combattere, ma non so fare altro. Se vivi sempre al massimo e spingi al massimo e bruci la candela dai due lati ne paghi il prezzo prima o poi. Sapete, nella vita si può perdere tutto ciò che si ama e tutti quelli che ci amano. Infatti non ci sento più come una volta, dimentico le cose, e non sono bello come un tempo. Però, maledizione, sono ancora qui, e sono “The Ram”. È vero, il tempo è passato, il tempo è passato e hanno cominciato a dire “È finito, non ha futuro, è un perdente, non ce la fa più”. Ma sapete che vi dico? Gli unici che potranno dirmi quando non sarò più all’altezza siete tutti voi. È per tutti voi, è per tutti voi che vale la pena di continuare a combattere perché siete la mia famiglia. Vi amo tutti! Grazie infinite.”

 

La disciplina che trattiamo questo mese nell’ambito della nostra rubrica cinematografica da molti non è nemmeno considerata uno sport. L’opinione comune è infatti quella che “Il wrestling è una forma di spettacolo nel quale si combina l’esibizione atletica con quella teatrale”. È però altresì vero che “I protagonisti sono atleti professionisti”. Non si può perciò negare che, spettacolo o no, una certa componente sportiva emerga in modo marcato e sia fondamentale alla realizzazione di questa esibizione.

Seppur già molto diffuso negli Ottanta e Novanta negli Stati Uniti, alle nostre latitudini l’apice di popolarità del wrestling fu raggiunto ad inizio anni Duemila con la messa in onda, ogni domenica sera su Italia1, di SmackDown. È poco dopo a questo boom che la pellicola consigliata questo mese risale. The Wrestler (2008), diretto da Darren Aronofsky e interpretato da Mickey Rourke, ci racconta la storia di Robin Ramzinski, in arte Randy “The Ram” Robinson, un lottatore che raggiunse il culmine della propria carriera il 6 aprile del 1989 in un memorabile match contro il suo acerrimo avversario, l’Ayatollah. Se a quell’epoca era considerato un eroe di questo spettacolare sport, vent’anni dopo “l’ariete” tira avanti lavorando part time in un grande magazzino ed esibendosi ogni fine settimana nelle palestre dei licei e nelle comunità del New Jersey per i pochi fan che gli sono rimasti.

The Wrestler – vincitore del Leone d’Oro al 65º Festival di Venezia e candidato a 2 premi Oscar nell’81ª edizione della rassegna, nonché vincitore di 2 Golden Globe – ci parla di un uomo incapace di accettare chi è diventato e di rinunciare al sogno che ha di sé. Randy infatti, al di là delle ferite riportate sul corpo decadente segnato dalle innumerevoli battaglie e dalle sostanze assunte nel corso degli anni, le cicatrici più profonde e insanabili le conserva nell’animo, perché i colpi inflitti dalla realtà e dalla vita di tutti i giorni passata in solitudine sono più dolorosi di quelli subiti sul palco sotto ai riflettori. Anzi, il quadrato è in fondo l’unico posto “dove non si fa del male perché al mondo non gliene frega un cazzo di lui” e dove riesce a trovare una ragione di esistere, anche rischiando la vita. Ma nonostante sia un “vecchio pezzo di carne maciullata”, e malgrado un infarto, il suo cuore batte ancora forte e arde di passione per i suoi compagni di lotta e per la fetta di pubblico che ancora lo ama.

Il fallimento, la distruzione fisica, la solitudine e la ricerca di una rinascita/riscatto sono quindi i temi principali trattati da Aronofsky in questo suo film sportivo dove sta costantemente addosso con la macchina da presa al suo personaggio cardine, inseguendolo da vicino e riprendendolo spesso di spalle. Ma la parabola di Randy e il suo voler raccogliere i cocci per ricostruirsi una vita dignitosa possono essere letti in maniera più profonda e collettiva: nel suo esplicito e nostalgico richiamo agli anni Ottanta reaganiani, sembrerebbe proprio che i protagonisti di The Wrestler  siano anche gli Stati Uniti stessi e la loro cultura, ormai dilaniati da una crisi economica che all’uscita in sala dell’opera era da poco scoppiata e disillusi nei confronti di un sogno americano impossibile da realizzare.