Il Milan non sarà più lo stesso. Il closing di giovedì è una sorta di spartiacque tra il vecchio e il nuovo, due mondi totalmente agli antipodi. Il primo, fatto di vittorie, ammirazione e anche invidia, il secondo tutto da scoprire, difficilmente decifrabile allo stato attuale. Se ne va Berlusconi, congedatosi dopo una trattativa infinita e analizzata nei minimi dettagli, perché la sua creatura non può finire in mani sbagliate. Se ne va anche Galliani, il pazzoide dalla cravatta gialla che levatosi di dosso l’amore per il bianconero torinese, ha contribuito in maniera sostanziale a rendere grande il Diavolo, portando nella città lombarda fior fior di calciatori.
Sensi, Moratti, ora anche Berlusconi. I soldi esteri hanno avuto la meglio, rovesciando quel periodo storico in cui le famiglie erano a capo delle squadre. In Italia se vuoi competere con le forze europee sembra sia l’unica via percorribile. Gli americani hanno pensionato i Sensi, i thailandesi prima e i cinesi poi hanno reso virale il “Fozza Inda” nerazzurro, ora anche l’altra sponda di Milano ha levato dal menù la cotoletta, facendo posto a involtini che più primaverili di così si muore. Ultimo baluardo, quel Andrea Agnelli che ha saputo riportare il marchio di famiglia sulle tribune dello Stadium, riportando anche la Juventus ai massimi livelli calcistici.
Un ennesimo calcio al calcio dei romantici, che ora si chiedono cosa ne sarà del Milan. Troppi anni all’ombra degli altri, troppe stagioni lontani da quella Champions League, che da giardino di casa sembra si sia tramutato in una sterpaglia fitta di rovi, pronti a ferire i sentimenti dei tifosi, ormai stufi di ripetersi “l’anno prossimo con tre acquisti saremo di nuovo competitivi”.
Il cambio di proprietà arriva in un momento storico particolare per i rossoneri. Una certa progettualità sembrava finalmente di casa dopo gli anni di smarrimento dovuti all’addio in blocco di tanti big giunti al capolinea. Perse personalità di spicco e leader indiscussi, chi è rimasto si è trovato senza quelle figure capaci di guidare i nuovi e i giovani in rosa. Lì, di fatto, è iniziato il letargo del Diavolo, scomparso dai posti nobili.
La decisione di puntare su giovani italiani e su promesse (o presunte tali) persesi nel tortuoso cammino che doveva condurli verso carriere diverse, sembra ora pagare, almeno in parte.
Montella, allenatore capace e amante del bel gioco, in pieno stile berlusconiano, è riuscito a creare una base solida fatta di buoni elementi e da qualche profilo decisamente interessante (non solo Donnarumma, ma anche Romagnoli, Suso, Bonaventura e l’ultimo arrivato Deulofeu).
I tempi degli olandesi sembrano lontani anni luce, ma anche il Milan di Inzaghi e Shevchenko, di Seedorf e Rui Costa, di Pirlo e Kaka, di Maldini e Nesta, è ormai un ricordo che appartiene alla famigerata “nostalgia canaglia”. Se Mister Li sia un paperone del calcio lo scopriremo nei prossimi mesi, quel che conta è che la società riesca a costruire un’ossatura stabile, una macchina dai meccanismi oleati pronta a riportare il Milan sulle prestigiose strade che le competono, perché se il calcio italiano vuole colmare il gap con i campionati più attrattivi del Vecchio continente ha soprattutto bisogno di riproporre i rossoneri ad alti livelli.
L’autostrada verso i successi è lunga e ricca di insidie… chissà se il risciò sarà il mezzo di trasporto ideale.