Una vita con la stessa casacca, sovente impregnata di sudore e fango. Una vita a fare da frangiflutti davanti alla propria porta, a far irrigare le guance dei bambini, privati della gioia più grande, quella del gol di un proprio giocatore. Sergio Ramos Garcia è questo. È quell’algido baluardo che non teme le responsabilità, mostrandosi spietato in ogni zona del campo, da area ad area.

Ramos è il classico difensore che divide il popolo, un Fidel Castro del pallone come ce ne sono tanti. Supporto totale e incondizionato a Madrid, fischi e insulti negli altri stadi. Il calcio vive di passioni contrastanti, c’è sempre qualcuno che ringrazia il cielo e qualcun altro che il cielo lo guarda, quasi a interrogarlo, a chiedergli malinconicamente perché, e tante volte la causa di questo male è proprio lui, l’andaluso di Camas, cittadina come ce ne sono tante.

Il Ramos difensore ha tutto: velocità, forza fisica, cattiveria agonistica e tecnica. Ritenerlo un esponente di spicco della categoria è sicuramente un dovere. Da anni lo spagnolo rientra in quel ristretto gruppo di difensori che sanno finire sotto i riflettori tanto quanto gli attaccanti, tipicamente più in evidenza perché volente o nolente nel calcio puoi fare mille teorie, puoi tenere palla per 90′ o agire in contropiede, puoi pensare a qualunque soluzione tattica, ma l’unica cosa che realmente conta sono le cifre poste sul tabellone: le reti.

Nato nel 1986, Ramos fa parte di quella generazione d’oro spagnola capace in quattro anni di vendicare il grande vuoto del passato. Malgrado il calcio nella patria della corrida non sia proprio una cosa da poco, Le Furie Rosse non hanno mai saputo compiere quel passo decisivo verso i grandi traguardi, restando ad applaudire gli altri, sempre più bravi, sempre più vincenti. Poi la svolta del 2008. Una Nazionale costruita sull’asse Barcellona-Real Madrid, con alcuni eccellenti personaggi invitati nel salotto catalo-madrileno. Due Europei, un Mondiale, il diritto di sedersi al tavolo degli immortali. Quella Spagna sarà ricordata per sempre, e con lei anche Sergio Ramos.

Che il ragazzo ha fegato lo si intuisce subito, appena Joaquín Caparrós lo lancia in quel Siviglia costruito a sua immagine e somiglianza seguendo una semplice linea di pensiero: hombres, y no nombres (uomini, e non nomi).  In quella squadra ci sono altri giovani di belle speranze come Dani Alves, Jesus Navas, Julio Baptista e soprattutto Puerta, scomparso tragicamente nel 2007.

Ramos cresce e conferma poi la sua pazza indole durante la semifinale dell’Europeo 2012. La partitissima contro il Portogallo si protrae fino ai rigori, lui non sente la pressione e guardando negli occhi Del Bosque lo rassicura: “Ci penso io, tranquillo”. Palla sul dischetto, rincorsa lunghissima, cucchiaio strafottente quasi a voler sottolineare un concetto di chiara supremazia calcistica: i più forti siamo noi.

Il prosieguo della carriera a livello di club non cambia molto, i trionfi fanno sempre parte della sua quotidianità. Eppure qualcosa cambia, più precisamente è lui a cambiare. Ramos non si limita più ad annullare gli attaccanti, ma con poca umiltà decide di rinominare la famigerata Zona Cesarini in Zona Sergio Ramos.
Quando tutto sembra svanito, quando i sogni di gloria stanno scivolando via come un passo troppo rapido sul ghiaccio, Sergio Ramos trova nel suo profondo una fame di vittorie che pochi al mondo possiedono. Prima la finale di Champions League del 2014 con l’Atletico, poi la Supercoppa dell’estate appena trascorsa disputata contro il “suo” Siviglia, e ancora Barcellona e Deportivo giusto poche settimane fa.

Gli dei del calcio osservano severi il trascorrere del tempo, lanciando dall’alto dei cieli un’ultima palla buona. Gli schermi televisivi indicano ormai un poco rassicurante “90+”. Ora quel piccolo tifoso non può far altro che gettare uno sguardo ai minuti che restano, focalizzando la sua attenzione sulla corsa spedita che Ramos compie dalla difesa all’area di rigore. Infine eccolo chiudere gli occhi quando quella testa bionda impatta con la sfera. Morte improvvisa, Ramos ha segnato. Ramos ha cambiato tutto. Come quella mano lesta che all’ultimo secondo agguanta il bicchiere di cristallo in caduta libera dal tavolo, lo spagnolo salva i suoi in situazioni drammatiche.

Il Real Madrid può dormire sonni tranquilli, perché lo sappiamo tutti: su quella palla in area oltre il novantesimo ci arriverà sempre lui, Sergio Ramos Garcia, il difensore delle cause quasi perse.