Manca solo l’ufficialità da parte della società ma a breve il Football Club Mendrisio avrà un nuovo presidente. Karl Engel si defilerà (rimanendo però a dare man forte quale membro di comitato) e il numero uno del Mendrisio diventerà Roberto Cavadini. Da un ex calciatore a un altro. Cavadini, per tutti “Bobo”, ha infatti giocato a calcio a buoni livelli, in Svizzera con la maglia del Chiasso e, appunto, del Mendrisio. Noi di Rivista Corner abbiamo incontrato il signor Cavadini per una lunga chiacchierata: per parlare di Mendrisio, di calcio e di tanto altro. È un uomo che sa il fatto suo, lo testimonia il suo curriculum professionale e lo dimostra anche al primo sguardo. È inoltre molto disponibile e per lui – come dal resto per noi – parlare di calcio è un piacere.

Per chi non la conoscesse, chi è Roberto Cavadini?
Sono nato a Como e ho lavorato per circa trent’anni per delle società navali a Monte Carlo. Parallelamente ho costituito una società che gestisce dei ristoranti e altre attività nel settore della ristorazione. Oggi, e soprattutto a seguito del mio incidente (Roberto Cavadini è in carrozzella dopo un infortunio motociclistico, ndr), se ne occupa mio figlio, non potendomi più muovere in prima persona tra l’Italia, la Svizzera e il Principato di Monaco. Ho così deciso di rivolgere tutte le mie attenzioni alla Maspoli di Mendrisio, attività di proprietà della famiglia Cavadini da quasi quarant’anni. Per me è un piacere e oggi, a Mendrisio, lavora il secondo dei miei figli.

Il manutentore

Com’è stato l’approccio con il Mendrisio calcio?
La maglia a scacchi della squadra del Borgo la conosco bene e un giorno, parlando con l’amico Tommasini, un ex compagno, mi ha fatto questa proposta, quasi ridendo (“hai giocato a Mendrisio, perché non fai il presidente?”). Quel giorno ho dato la mia disponibilità. Pensavo fosse solo una “chiacchiera da bar” e che l’argomento fosse chiuso, invece no.  Tommasini ha informato il sindaco Carlo Croci e i discorsi si sono fatti concreti. L’attuale presidente, Karl Engel, voleva farsi da parte, e il Comitato ricercava una persona che la maglia del Mendrisio la conoscesse bene e profilato nella regione.

E così non ha più potuto tirarsi indietro…
Proprio così, non potevo dire di no e sono stato onorato di questa proposta. Questo significa che ho lasciato un buon ricordo, da uomo prima che da calciatore. Da qualche settimana è iniziato il lavoro e i primi incontri, dai quali cerco di apprendere il più possibile. Mi sto impegnando intensamente per coinvolgere persone che hanno a cuore la nostra realtà, cercando inoltre sponsor che possano migliorare quanto di buono è stato costruito in questi anni.

Quale eredità le lascia Karl Engel?
Una squadra perfetta. Chi oggi lavora per il Mendrisio si impegna intensamente. Con lui sto collaborando e ci confrontiamo, il Mendrisio è perfettamente in salute e ad oggi non c’è nessun debito. Engel non lascia perché qualcosa non funziona, ma semplicemente voleva passare il testimone.

Quali saranno le sue priorità?
Ho messo le cose in chiaro fin da subito: una delle mie priorità è il settore giovanile e voglio che sia il fiore all’occhiello della nostra società. Da un settore giovanile florido può trarre vantaggio tutta la società.

Ha già visto qualcosa che non funziona e che vorrebbe migliorare?
È sotto gli occhi di tutti: il terreno da gioco del Comunale non è adeguato, ma ci stiamo già lavorando. Quando giocavo io era un vero e proprio biliardo, oggi sembra un campo di patate. Ieri sono stato al campo e non c’erano le righe, un giocatore come fa ad allenarsi e a migliorare in queste condizioni? Il mio sogno è quello di costruire un campo sintetico, ma ci sono un po’ di difficoltà con il Comune.

Nelle ultime stagioni il Mendrisio sta schierando molti ragazzi nati nel Distretto, il trend verrà confermato anche sotto la sua gestione?
Noi vorremmo fosse così. Io ritengo che una squadra debba essere composta da una base di giocatori della regione. Chi è di Mendrisio e veste la maglia del Mendrisio è un valore aggiunto. Faccio l’esempio della Juve. Non è un caso che vinca sempre e gran parte dei meriti sono del nucleo storico, fatto di giocatori italiani che sono legati in maniera indissolubile alla società. Poi è chiaro, a loro va aggiunto qualche giocatore di grande livello prelevato da fuori. Vorrei che anche il mio Mendrisio fosse così.

Qual è il suo obiettivo sportivo?
Sono una persona molto ambiziosa, non lo nascondo. Mi piacerebbe portare la squadra in Prima Lega Promotion, ma poi non vorrei fermarmi lì… voglio però fare questo salto sapendo di avere le risorse (finanziarie) per disputare un buon campionato nella nuova categoria. Io ci tengo molto, forse qualcuno storcerà il naso, ma sono fatto così. Per questo sto cercando il sostegno di persone che vogliano aiutarmi.

Parla con orgoglio, e forse con un briciolo di nostalgia, dei suoi anni a Mendrisio. Com’è andata?
Ho giocato nel Magnifico Borgo dal 1976 al 1978, dopo una bella esperienza a Chiasso. Il mio ricordo più bello? Sicuramente la rete del vantaggio in un derby di Coppa Svizzera contro il Bellinzona. Quella segnatura valse il passaggio del turno e ai quarti giocammo contro il Grasshopper. Un bellissimo ricordo: lo stadio pieno e una mia rete. Conservo a casa mia un libro con tutte le notizie e i ritagli di giornale di quella partita.

Qual è la sua squadra del cuore e il giocatore che la infiamma maggiormente?
Sono juventino e il mio calciatore preferito, oggi, è Dybala. Ha un grande talento, estro e non fa mai parlare di sé.

Tornando al Mendrisio, la squadra ha un buon seguito, pensiamo in particolare alla Fattanza che accompagna i ragazzi anche in trasferta; cosa vuole dire ai suoi nuovi tifosi?
Innanzitutto ci tengo a ringraziarli e dico loro di continuare a seguire il Mendrisio, potranno togliersi delle belle soddisfazioni. Ho giocato a calcio, so cosa significa avere dei tifosi al proprio seguito: fanno la differenza, ti portano a dare quel qualcosa in più.

In conclusione, cos’è per lei il calcio?
È semplice: una grande passione! Ho sempre amato alla follia questo gioco. Non ho mai giocato per i soldi, ma per il piacere di fare lo sport più bello del mondo.

Gianluca Pusterla e Paolino Manganiello