“Dentro ciascuno di noi c’è un solo vero autentico swing, una cosa con cui siamo nati, una cosa che è nostra e nostra soltanto, una cosa che non ti può essere insegnata e non si impara, una cosa che va ricordata sempre e col tempo il mondo può rubarci quel nostro swing che può finire sepolto dentro di noi sotto a tutti i nostri avrei voluto e potuto e dovuto… c’è perfino chi si dimentica com’era il suo swing. Sì, c’è perfino chi se lo dimentica com’era.”

 

Forse non tutti, dopo questa citazione tratta dal film La leggenda di Bagger Vance (2000) diretto dal più storico attore che regista Robert Redford, hanno capito che disciplina tratteremo questo mese nell’ambito della nostra rubrica dedicata al rapporto tra sport e Settima Arte. Io al vostro posto non avrei indovinato. Però, magari, tra i nostri lettori qualche appassionato – o addirittura esperto – di golf c’è. Per gli altri (e per il sottoscritto) il termine “swing” va spiegato, perché sta alla base di ciò che la pellicola vuole dirci e della metafora sulla quale è costruita. In breve, lo swing è il movimento che si esegue nel golf utilizzato in tutti i tipi di colpi per far partire la palla verso l’obiettivo facendola alzare.

Tratto dall’omonimo romanzo di Steven Pressfield, La leggenda di Bagger Vance narra la storia di Rannulph Junah (interpretato da Matt Damon), una grande promessa del golf, la cui carriera è però stata stroncata dalla guerra (la prima mondiale). Traumatizzato dagli orrori vissuti durante l’esperienza bellica, torna da eroe ma senza prospettive per il futuro e, soprattutto, voglia di vivere, annegando così il suo talento in fiumi di alcol. Al ritorno a casa lo aspettano una depressione economica e una ex ragazza arrabbiata, Adele (una splendida Charlize Theron in stile vintage),  anche lei colpita dalla crisi, ma non per questo intenzionata a vendere un pezzo unico dell’eredità di suo padre: un campo da golf. Fortemente motivata a risollevare le finanze, non solo proprie ma anche della piccola cittadina di Savannah in Georgia, organizza un torneo con due dei più grandi giocatori di golf: Walter Hagen (Bruce McGill) e Bobby Jones (Joel Gretsch). Per rappresentare il paesino dello Stato delle pesche, il piccolo Hardy Greaves (la cui voce narrante, da vecchio ci accompagnerà per tutto il film) fa il nome del Capitano Junuh dopo aver sentito delle sue grandi gesta da giocatore nei racconti del proprio padre. Il golfista però è parecchio arrugginito: ha perso lo swing, sia dal punto di vista sportivo, sia da quello della vita. Ci penserà un caddie (una specie di manager/allenatore) sconosciuto di nome Bagger Vance (Will Smith) ad aiutarlo a ritrovare non solo il suo colpo,ma anche se stesso.

È ormai chiaro come “il ritrovare lo swing”, ovvero il ritornare alle gloriose prestazioni golfistiche di un tempo ricordando il proprio colpo migliore, ad un certo punto della storia finisca in secondo piano o comunque coincida, con il ritrovare la propria strada e ritornare sulla retta a livello umano e personale. Il golf come riscatto e come seconda occasione dunque, un campione di razza che, grazie allo sport, risorge dalle ceneri superando le avversità che la vita gli ha posto dinnanzi. Perché “ il golf è un gioco che non può essere vinto, ma soltanto giocato. Così lo si gioca, e si continua a giocare. Si gioca per i momenti che devono ancora venire, cercando il proprio posto in campo”. Io direi nel mondo, anche.

Se da una parte La leggenda di Bagger Vance gode di una bella fotografia (seppur a tratti eccessivamente patinata, spettacolari certe riprese dall’alto dei campi da golf e dei tramonti georgiani), di ottime scenografie e in generale di una solida messa in scena (il Sud degli Anni Venti è credibilissimo e ben riprodotto a tal punto da scatenare nello spettatore la sensazione di essere teletrasportato in quell’epoca), non mancano l’eccessivo buonismo e la straripante retorica tipici di un certo tipo di cinema americano che si manifestano soprattutto nei dialoghi al limite del fiabesco: troppo didascalici/pedagogici e melassosi. Nonostante ciò, la visione di questo film sportivo scorre discretamente, anche se qualche taglio qua e là per alleggerirlo un po’ non avrebbe guastato. Consigliato a chi ama questa disciplina, ma anche a coloro che vogliono imparare a conoscerla senza troppi impegni.