13 maggio 2012, fine di un’epoca. Quel giorno diedero l’addio in contemporanea Gattuso, Inzaghi, Seedorf, Nesta, e mettiamoci anche Zambrotta e Van Bommel. In pratica – Ambrosini e Abbiati a parte – tutti i senatori rimasti nello spogliatoio rossonero. Da quel momento il Milan non è più stato lo stesso. Si sono avvicendati giocatori e allenatori (in pratica uno all’anno) ma i risultati non sono mai stati all’altezza (3° posto in campionato l’anno successivo, poi mai oltre il 6° posto raggiunto in extremis la scorsa stagione).

A cinque anni e mezzo di distanza, con Gattuso subentrato a Montella, una parte di quel Milan è tornato. Certo, era stato così anche con i rientri alla base di Seedorf e Inzaghi e sappiamo com’è finita. Chiariamo pure che, come i suoi predecessori, “Ringhio” non ha la bacchetta magica, che il lavoro di un allenatore per inculcare il proprio credo è lungo e che per i risultati bisognerà avere pazienza. Gattuso però può essere il profilo giusto. Certamente per i “crediti” accumulati durante i suoi trascorsi da giocatore che lo lasceranno tranquillo per un po’, ma anche e soprattutto per il suo carattere, forgiato da giocatore prima e da allenatore poi.

Nonostante abbia appeso gli scarpini al chiodo solo pochi anni fa, “Gennarino” può infatti già vantare esperienze da allenatore con presidenti come Constantin (Sion) e Zamparini (Palermo), i due “mangia allenatori” per eccellenza del calcio europeo. Inoltre, prima di tornare a Milanello per occuparsi della Primavera rossonera (ora affidata all’ex Chiasso Alessandro Lupi), ha allenato a Creta e Pisa, dove ha trovato due società allo sbando a cui non le ha certo mandate a dire. Il resto lo fanno il suo sangue calabrese contaminato durante la carriera da calciatore dalla parentesi scozzese e dagli anni vissuti da “uomo del sud a Milano”, oltre al fatto di aver lasciato mamma e papà quando aveva solo 12 anni per trasferirsi da solo a Perugia.

È carismatico, grintoso, dice ciò che pensa e pensa ciò che dice. Un aspetto da non sottovalutare in uno spogliatoio in cui ci sono giocatori con un ego smisurato e che credono di vincere (o perdere) da soli le partite. Alla prima occasione, non ci penserà due volte a fare “you-and-me, you-and-me” con qualcuno, come fece con Joe Jordan del Tottenham. Certo, il rischio di “bruciarsi”, come molti si sono già azzardati ad affermare, c’è. Ma in fin dei conti cos’ha da perdere? Se andrà bene, riceverà applausi e offerte da mezz’Europa. Se andrà male, farà un passo indietro e ripartirà.

Nelle prossime settimane, ancora prima di “dare un gioco” a Bonucci e compagni, dovrà ridare serenità all’ambiente. La confusione e la mancanza di lucidità di Montella (e di conseguenza della squadra), che dopo 23 partite ancora non sapeva con che modulo giocare e con che interpreti, la si è vista anche negli ultimi minuti della partita di domenica contro il Benevento. Non è possibile che giocatori comunque tecnicamente superiori a quelli campani vadano così in bambola da spazzar lontano ogni pallone e da non riuscire a fare due passaggi che siano due. Emblematica in questo senso è l’azione che ha portato al 2-2, dove con la difesa schierata Abate (appena entrato) si è fatto saltare facendo poi fallo dove non l’avrebbe dovuto fare. Il resto è storia ed entrerà nella storia.

Ironia della sorte, nonostante sia il patrono principale di Napoli, pare che il Santo che porta lo stesso nome di Gattuso sia nato proprio a Benevento. E allora, pur correndo il rischio di risultare blasfemi (anche se il calcio, si sa, è una religione): San Gennaro, pensaci tu. Non a far vincere il Milan, per quello ci vorrà ancora tempo. Ma a risollevare il Diavolo dall’Inferno in cui si è cacciato negli ultimi anni. Per farlo tornare a ringhiare, come un tempo.