All’edizione milanese degli NBA Global Games del 2015 i Boston Celtics di Brad Stevens – squadra dalle ottime prospettive ma che nessuno avrebbe immaginato così in alto – fecero visita all’Emporio Armani Milano, sconfiggendo gli uomini di Repesa per 124 a 91.

Uno dei giocatori sugli scudi di quei Celtics fu, senza ombra di dubbio, Marcus Smart, sesta scelta assoluta nel draft 2014, messosi in luce contro l’EA7 per abnegazione alla causa nonostante fosse un’amichevole, impegno e fisicità e pronto a prendersi un ruolo importante nei Celtics, dopo una prima stagione di ambientamento dove venne oscurato dalla presenza di Rajon Rondo – che venne scambiato a metà stagione con Sacramento con Thomas – e dai limiti tecnici del giovane rookie.

Smart, infatti, è entrato nella lega con alcune caratteristiche che risultavano molto interessanti per gli addetti ai lavori: 18.00 punti a partita, conditi da 5.9 assist, 4.8 rimbalzi e 2.9 palle recuperate nell’ultimo anno in NCAA con Oklahoma State.
Numeri da grande giocatore uniti al fatto che il giovane texano si portava appresso un fisico da bodybuilder per tutti i parquet universitari, visto che sotto la jersey numero 3 c’era una guardia di 100kg per 193 cm.

Nonostante queste buone caratteristiche, Smart portava con sé dei difetti non indifferenti alla notte del draft: percentuali da 3 punti bassissime (non arrivava al 30%), scelte offensive spesso e volentieri impulsive e dubbi su una stazza fisica imponente ma allo stesso tempo limitante nel garantire l’esplosività e la velocità proprie a tutte le più forti pointguard della lega.

Nella stagione 2015-16, iniziata un paio di settimane dopo quella partita milanese, Smart diventa (insieme a Bradley) l’uomo in più della difesa dei Celtics risultando fondamentale per raggiungere il primo turno dei playoffs, in cui gli uomini di Stevens vengono sconfitti dagli Atlanta Hawks per 4 a 1.
Smart in quella stagione si dimostra un grande difensore a 360°: ottimo nella difesa sulla palla, certezza difensiva in aiuto e in grado di poter cambiare sul pick and roll contro avversari molto più grossi di lui, facendo valere il fisico da ‘torello’ che lo distingueva dagli altri prospetti di quelle annate.

Marcus Smart, però, non dimostra di poter compiere prestazioni buone in attacco tanto quanto quelle in difesa, chiudendo la stagione 2016 con percentuali ancora molto basse dal campo, come testimonia il 25% da tre punti.

Le percentuali offensive non sono migliorate nemmeno durante la scorsa stagione o in quella corrente, dove, però, Smart sta trovando un ruolo di maggior rilevanza nell’attacco di Stevens.
Il solito 29% da tre punti che accompagna il nativo del Texas dalla sua ultima stagione al College si sta ripresentando anche in questa stagione, anche se i risultati sono diversi.

Due estati fa Smart ha dichiarato apertamente di voler lavorare sul suo attacco, dimostrando – oltre che una predisposizione al lavoro non indifferente – una mentalità da agonista e da leader che ha sempre fatto trasparire in tutte le sue prestazioni dai tempi del college basket ma che, dopo un paio di anni di apprendistato tra i pro, sembra aver completamente esternato anche in NBA.

“Quando le persone sentono il mio nome, mi piacerebbe che le loro facce fossero del tipo ‘ugh, non voglio giocare contro quel ragazzo perché è veramente tosto in difesa, so che sarà una lunga notte’ e lavoro perchè ciò accada. Sono pronto ad alzare il mio gioco ed a prendermi maggiori responsabilità, ad essere un leader”.

Queste parole del classe ’94 sembrano quasi profetiche vedendo come Smart si sta candidando come uno degli elementi chiave dell’attacco dei Celtics in questa stagione.
Boston ha un net ranking di 107.1 punti su 100 possessi con il numero 36 in campo, mentre flirtano con i 101 punti per cento possessi con il 36 in panchina.

L’apporto offensivo di Smart non va dunque cercato nella sua abilità al tiro né nelle sue capacità tecniche.
Il prodotto di Oklahoma State è un caso più unico che raro: con il suo 46% da tre quando ha una mano in faccia (che si equilibra con uno scialbo 24% in situazioni con un marcatore a debita distanza) dimostra quanto il suo apporto in un sistema giovane e che deve crescere sia quasi più propedeutico a dare fiducia ai compagni, a indirizzarli verso la via giusta da percorrere e a non sovraccaricarli di pressioni. Insomma, non a cercare unicamente di realizzare dei punti.

Le azioni offensive eseguite da Smart nel basket dei Celtics sono fatte con una tale sicurezza che sembrano mettere in difficoltà gli avversari nonostante questi ultimi sappiano perfettamente che Smart non è un grande realizzatore.

La sua efficenza difensiva, inoltre, gli permette di poter giocare avvantaggiato negli 1 vs 1 a livello offensivo, potendo affrontare un diretto avversario stanco per il lavoro a cui è stato costretto in attacco, oppure permette a diversi compagni di usufruire dello stesso vantaggio ogniqualvolta MS36 si trova a dover cambiare su altri giocatori nella sua metacampo, avversari che dopo si vanno ad accoppiare con eccellenti bocche da fuoco come Irving (in attesa del povero Hayward) o giocatori di tutto rispetto in attacco come Tatum o Horford.

Federico Bonfardeci durante il commento della gara tra Boston e Philadelphia ha definito Smart come il termometro dei Celtics, un giocatore in grado di far fare alla squadra il salto di qualità in fase difensiva ma anche in fase offensiva, e che più di tutti, come se fosse una cartina tornasole, rappresenta le possibilità dei ragazzi di Stevens nel corso di una partita.

L’importanza di Smart, però, non è fatta di tecnica o meccanica di tiro, bensì di mentalità, sacrificio e fisicità.
Il numero 36 è un giocatore che ha imparato a convivere con i difetti che lo accompagnano da tempo e può alzare la temperatura dei Boston Celtics, risultando (in caso dovesse continuare cosi) uno di quei fattori utili a far fare un ulteriore salto di qualità che permetterebbe ai bostoniani di consolidarsi al top della lega, concretamente alla caccia di un altro stendardo da appendere al TD Garden.