Quattordici secondi di corsa e più o meno lo stesso numero di tocchi al pallone per siglare il gol più memorabile della sua carriera. Forse, come si fa nei più coinvolgenti romanzi autobiografici, serve questa perla di inizio settembre a San Siro contro il Verona, per immedesimarsi a fondo nel personaggio.
A Milano e al Milan viene ricordato proprio così George Tawlon Manneh Oppong Ousman Weah, attaccante liberiano che rimane ad oggi l’unico africano ad aver vinto il Pallone d’oro. Fonte d’ispirazione per chi avrebbe dovuto ripetersi, quantomeno nella conquista del premio appena citato e invece ha definito e rimarcato ancora di più sul carismatico George i contorni del pioniere intoccabile e quasi irraggiungibile.

La storia di Weah è l’ostinata affermazione, condita da un pizzico di rivalsa nei confronti dei suoi detrattori, che a più riprese hanno cercato di offuscarne la grandezza e i meriti. La difesa dell’attaccante di Monrovia, abile e schiva come quella di un boxeur consapevole della propria forza ha origine forse in questa città di poco più di un milione di abitanti. Cresciuto a Clara Town, una delle baraccopoli della capitale, dove giocava, senza percepire stipendio, nell’Invincible Eleven, la squadra con maggiore prestigio. Diventa calciatore a tutti gli effetti in Camerun con il Tonnerre Yaoundè prima di cercare e trovare fortuna in Francia, prima con il Monaco di Arsene Wenger e poi con il PSG che conduce sino alle semifinali di Champions League nella stagione 1994-95 contro il Milan, per poi separarsi malamente. In occasione della sua ultima partita, prima del passaggio proprio ai rossoneri, i tifosi sentendosi traditi esibirono uno striscione al Parco dei Principi con la scritta: “Weah, on a pas besoin de toi” (Weah, non abbiamo bisogno di te). Lui a distanza di sedici anni fece ritorno in quello stadio e rispose per le rime: “Qui non conservo niente, è un posto dove ho lavorato ma poi sono passato ad altro”, quasi eccessivamente cinico per appartenere ad un popolo col sorriso sempre stampato sulle labbra ma con un fare deciso e diplomatico, che gli tornerà utile nella sua vita extra campo.

Nel 1995 approda in Italia, dove vivrà la sua consacrazione definitiva e dopo la maglia numero 9 indosserà anche la 14, che in contemporanea è costretto ad indossare Thierry Henry all’Arsenal perché la 12 che tanto desidera è sulle spalle di Christopher Wreh, cugino proprio di Weah.
Gli ultimi anni della sua carriera se li dividono Chelsea, Olympique Marsiglia e Al Jazira, questo ultimo scelto come ribadito il giorno della presentazione, “non per i soldi” e in fondo c’è da credergli, lui che nel corso degli anni si è convertito all’Islam e ha aggiunto ai propri nomi Ousman.
Intrecci, numerologia per un giocatore mai banale e scontato ma senza eccessi, che si è addossato responsabilità e fatto da parte quando la situazione lo richiedeva. Perché ha proposito di passi e tocchi è sempre riuscito a farne uno indietro, stando due avanti. Come quando per poco non gli riuscì l’impresa di portare la Liberia ai mondiali (nel 1990 prima e nel 2002, fallendo per un solo punto, poi).

Dopo l’ultima qualificazione sfumata e le frasi del compagno Sogbie che lo accusavano di non aver fatto la differenza sceglie di non indossare più la maglia della nazionale, quasi come per dare voce alla “vox populi” anche se solo di una persona si trattasse. Lo stesso Sogbie lo sfiderà, qualche anno più tardi, in politica che è il campo della nuova vita di Weah.
Si candida alle elezioni presidenziali del 2005 ma perde il duello contro Ellen Johnson-Sirleaf, Pallone d’oro immaginario essendo la prima donna presidente nel continente africano. George incassa ma non molla e sicuro dell’appoggio incondizionato di chi ha reso celebre a suon di gol in terra europea non rinuncia all’ascesa politica. Ci vorrebbe riprovare nel 2011 ma viene relegato al ruolo di candidato per la vicepresidenza e il 2017 è l’anno buono. Nelle elezioni presidenziali si candida a capo del CDC (Coalizione per il cambiamento democratico) e la vittoria contro Boakai e il suo UP (Partito dell’Unità) è quasi certa.
Il prossimo 7 Novembre si avranno i risultati definitivi del ballottaggio e il responso ufficiale. Nel frattempo King George, che si appresta a diventare democraticamente un presidente, riceve i complimenti dei suoi ex compagni, con la stessa semplicità e naturalezza di quel ragazzo che si presenta in tunica e pantofole nella sfarzosa Monte Carlo e riesce ad ambientarsi ugualmente.
Quattordici circoscrizioni elettorali su quindici sono sue, come i secondi del gol al Verona. Anche qui non mancano le polemiche da parte dei partiti rivali, che hanno denunciato frodi ma proprio come quel pomeriggio di settembre il quasi presidente George va avanti, mai domo e fiero, sicuro che l’epilogo lo sceglierà e deciderà, ancora una volta lui.