Uno ride sempre e non si capisce perché. Uno è l’esatto contrario, non sorride quasi mai. L’ultimo, quello che gioca un po’ più avanti dei tre, è il perfetto equilibratore del trio: nella sua carriera ha sorriso molto, ma ha anche pianto molto, come in quel dannato 21 novembre di tre anni prima, quando iniziarono i suoi guai fisici.

Siamo nel 2002, l’anno in cui l’Euro entra in vigore in 12 nazioni, Italia compresa, l’anno in cui Luigi Fasulo si schianta contro il Pirellone con un aereo, provocando la sua e altre due morti. È anche l’anno, lasciatemelo citare, del 5 maggio: con lo scudetto alla Juventus e l’Inter che sciupa una clamorosa occasione a Roma contro una Lazio più nerazzurra che biancoceleste.

È anche l’anno dei Mondiali, l’anno del Brasile, dei futuri pentacampeão do mundo, che in finale contro la Germania del “ticinese” Oliver Neuville vinceranno 2-0, un po’ a sorpresa. Forse non tanto per quella stessa finale, ma per il percorso dei verdeoro, che probabilmente come non mai partivano a fari spenti nel massimo torneo mondiale.

Felipe Scolari aveva disegnato una sorta di 3-5-2, o 3-4-3. In porta c’era Marcos, una vita al Palmeiras, che ha vissuto il suo mese d’oro proprio in Corea e Giappone. I tre dietro erano Lucio, Roque Junior ed Edmilson, che ben presto trovarono la giusta intesa. A metà la squadra poteva contare probabilmente sui due esterni più forti al mondo dell’epoca: il pendolino Cafù, con la fascia al braccio, e Roberto Carlos, fresco vincitore della Champions League con il Real Madrid, nella notte del “gol di Zidane”, sì, proprio quel gol al Leverkusen. I due furono fondamentali con le loro corse e la loro classe per permettere ai tre leader tecnici di esprimersi al meglio, ma ci arriviamo dopo. In mezzo al campo giostravano Kleberson e Gilberto Silva, due medianacci vecchio stampo che fungevano da frangiflutti.

Poi loro tre, i protagonisti di questo pezzo. L’avete già capito: Ronaldo, Rivaldo e Ronaldinho. Se i primi due contavano già un Pallone d’oro a testa, è il terzo a sorprendere più di tutti. Gioca con una vivacità incredibile, ha l’argento vivo addosso, dà fantasia più di qualunque altro alla manovra e si veste da star inattesa. Perché sebbene fosse già in Europa, tra le fila del PSG, non erano molti a pensare che il giovane talento brasiliano potesse avere un impatto così importante in quel mondiale.

Il mito della Ro-Ri-Ro si può dire che nasce proprio al debutto, contro la Turchia, altra grande protagonista di quell’edizione. I vicecampioni del Mondo vincono 2-1, con reti dei primi due, ispirati dal genio del Gaucho, che si prende la scena pur non andando a segno. Superato il primo ostacolo, Costa Rica e Cina non possono essere considerate due squadre potenzialmente fastidiose per la selezione di Scolari, che vince agevolmente il girone con 9 punti.

Da qui in avanti, prima della finale, è come se i tre tenori si siano spartiti le responsabilità partita dopo partita. Una a testa: Rivaldo agli ottavi, Ronaldinho ai quarti e Ronaldo in semifinale.

Gli ottavi con il Belgio sembrano una formalità, ma le cose non vanno come tutti credono. Marc Wilmots e compagni giocano alla grande e si vedono annullare anche un gol dubbio nei primi 45′. I Sudamericani creano qualcosa, ma la partita è alla pari. Marcos tiene in partita i suoi, con almeno due interventi decisivi. Nella ripresa, poi, esce la classe di Rivaldo. Dinho pesca con un delicato esterno aereo il numero 10, che controlla di petto, si gira e libera un magnifico sinistro che dà l’1-0 al Brasile, che a pochi minuti dal termine raddoppia con Ronaldo in contropiede. Quello di Rivaldo è un gol straordinario per coordinazione, velocità d’esecuzione e potenza. In un fazzoletto è riuscito a domare un pallone prezioso ma non semplice, trasformandolo in oro, verdeoro.

Ottavi di finale: Brasile – Belgio 2-0

Scacciati i fantasmi di una prematura eliminazione, ad attendere i verdeoro c’è l’Inghilterra di Owen e Beckham, che dopo un girone passato per il rotto della cuffia, ha appena superato con un roboante 3-0 la Danimarca, cambiando decisamente marcia e presentandosi all’incontro con l’obiettivo di andare avanti.

La partita si mette male dopo una ventina di minuti. Lucio gestisce malissimo un lancio lungo e lascia la strada spianata a Owen, che davanti all’estremo difensore avversario non perdona e fa l’1-0. Gli inglesi tentano di raddoppiare, sfruttando lo strapotere fisico di Heskey, che i tre centrali brasiliani non riescono mai a contrastare nel gioco aereo. Allo scadere del primo tempo, Ronaldinho dà un assaggio di quello che negli anni seguenti avrebbe fatto con la maglia blaugrana: squarcia il campo partendo dai 50 metri e puntando in verticale la difesa inglese, che non riesce ad arginarlo. Arrivato al limite serve un cioccolatino a Rivaldo, che pareggia e timbra il cartellino anche nella quinta partita. Ancora una rete per il dieci, ma le telecamere cercano soprattutto il ragazzo con i dentoni sporgenti e i capelli lunghi.



Nella ripresa Dinho segna uno dei sui gol più iconici della carriera: da posizione impossibile, direttamente su calcio di punizione, pesca il jolly giusto al momento giusto e beffa Seaman. Quando tutto sembra risolto, però, si fa cacciare dal campo per un fallo duro su Ferdinand. La massima sanzione è forse esagerata, ma giusto o sbagliato, il numero 11 dovrà saltare la semifinale, raggiunta dopo qualche spavento creato dai ragazzi di Eriksson.

Quarti di finale: Brasile – Inghilterra 2-1

Nella penultima partita torniamo a parlare di lui, del Fenomeno, che se con gli inglesi ha dormicchiato, sa che ora dovrà fare di più, vista l’assenza di Ronaldinho. I turchi hanno il dente avvelenato. Non tanto per la sconfitta all’esordio, ma per alcuni episodi che hanno indirizzato quel match. In primis il rigore del 2-1: le immagini hanno dimostrato come il fallo sia avvenuto fuori area. Ma quello che ha mandato su tutte le furie i già esagitati turchi è l’espulsione di Ursal. Rivaldo sta per battere un corner, quando l’avversario appena citato gli scaglia addosso il pallone, che lo colpisce all’altezza della coscia. L’attaccante brasiliano si accascia al suolo, coprendosi la faccia. Rosso. Ci sarà un polverone non indifferente attorno a Rivaldo, ma non verrà sanzionato con la prova tv.

La Turchia è arrivata alle semifinali sfruttando il calendario. Agli ottavi ha battuto i padroni di casa del Giappone, non proprio una squadra fenomenale, sebbene avesse vinto il proprio girone. Ai quarti ha poi infranto i sogni africani del Senegal di Fadiga e Djouf, capace di fare fuori la Francia nel girone A e la Svezia agli ottavi.

Come fosse una serata di gala, Ronaldo passa dal parrucchiere prima di scendere in campo, si fa bello (si fa per dire…). Ronnie non è in formissima, come detto con gli inglesi non ha certo brillato. In Brasile non si parla d’altro, della possibilità che il numero 9 stecchi ancora sul più bello, come quattro anni prima in Francia.
Lui allora sorprende tutti, presentandosi in campo con quella mezzaluna sulla testa che verrà ricordata in eterno. L’immagine è così forte che molti credono che abbia giocato tutto il torneo conciato così, ma per fortuna no, solo due partite, le più importanti.

Luiz Nazario e compagni subiscono inizialmente la partenza a razzo turca, che permette a Marcos di esibirsi in alcune parate non semplicissime. Poi i verdeoro iniziano a creare alcuni problemi alla retroguardia avversaria. Su un’iniziativa di Rivaldo, la cui conclusione viene goffamente ribattuta da Rustu, Ronnie non riesce ad andare in gol. Il più in palla sembra essere Rivaldo, che prova più volte a segnare senza successo nel primo tempo.

La ripresa inizia subito nel segno di Ronaldo. Al 49′ trova il suo sesto centro, quello più difficile, quello più geniale. Ricevuta palla sul vertice sinistro, salta un avversario prima di convergere verso la porta. Poi ecco l’idea folle: una puntina in pieno stile calcetto che toglie il tempo a Rustu, che viene battuto. Tanti anni a insegnare ai bambini che no, di punta non si deve calciare e poi ecco che uno dei più forti giocatori della storia del calcio smentisce tutti. E quindi, piccoli talenti che vi affacciate al calcio, “regurdivasal sempru, che ‘l Ronaldo l’ha purtà in final ‘l Brasil con un tir da punta“, come ci ricordava sempre il nostro allenatore quando avevo circa 12 anni.

Semifinale: Brasile – Turchia 1-0

E poi c’è la finale, che non va nemmeno raccontata. Il 2-0 Brasile, la doppietta di Ronaldo, dopo essersi divorato tre gol, che cancella la notte di Parigi del 1998, il velo di Rivaldo, il palo su punizione di Neuville, la papera di Kahn, l’immancabile sorriso del Gaucho e Cafù che alza al cielo la Coppa.

Finale: Brasile – Germania 2-0

Quel trio nell’immaginario collettivo non è diventato forse così storico come quell’altro trio brasiliano che anni prima aveva fatto le fortune di un paese: Didì-Vavà-Pelè. Nessuno, che io sappia, ma sono pronto a essere smentito da qualche musicante brasiliano, hai mai dedicato alla Ro-Ri-Ro un omaggio musicale come fece il Quartetto Cetra con i tre campioni che diedero il primo titolo mondiale al Brasile nel 1958. Ma nella storia ci sono lo stesso, sia individualmente, per quello che hanno fatto in carriera, sia come collettivo, con quelle notti orientali magnifiche. Tre nomi per il primo titolo, tre per l’ultimo. Che servano tre nuovi tenori alla Seleçao per tornare sul tetto del mondo?