Se ieri abbiamo parlato del più forte giocatore di pallacanestro di ogni epoca, oggi, la vigilia di Natale, sarà dedicata a conoscere meglio quello che probabilmente è il numero 2. Altra premessa: il cestista in questione, nella prima parte della sua carriera, ha vestito la canotta numero 8 (ovviamente ritirata assieme alla 24 poco più di un anno fa), ma in questo breve articolo si tratterà il fantastico operato di questa leggenda dei Los Angeles Lakers come un blocco unico, senza fare troppe distinzioni tra i due periodi.

Troppo facile dai, avete già capito di chi si tratta: Kobe Bean Bryant, nato a Filadelfia il 23 agosto 1978 ma cestisticamente cresciuto in Italia (perché il padre “Jellybean”, che non era di certo un fenomeno come il figlio, lasciò la massima Lega americana per militare in A1 e in A2) dove ha rigorosamente imparato i fondamentali del Gioco. Ritornato negli Stati Uniti si iscrive alla high school per poi, nel 1996 (non ancora diciottenne!), dichiararsi eleggibile per il Draft NBA senza passare per il college. Il resto è storia.

Il “Black Mamba”, soprannome che si è auto-affibbiato perché “si tratta di un cobra che ha il 99% di possibilità di ucciderti ed è questa la precisione con cui voglio giocare a pallacanestro!” è semplicemente stato il giocatore di basket più ossessionato dalla vittoria di sempre. Qui si sta parlando di uno che, all’apice della sua carriera, quando le Torri Gemelle furono abbattute – verso le 9 del mattino, fuso orario della East Coast – vide l’accaduto in diretta TV mentre si stava già allenando da 2 orette nel suo centro sportivo personale a Los Angeles California. Dunque, se la matematica non è un opinione, Kobe, ufficialmente ancora in vacanza, si era alzato circa alle 4 per esercitarsi…e questo lo faceva ogni singolo giorno perché non poteva sopportare l’idea che qualcun altro negli USA potesse allenarsi – e dunque potenzialmente superarlo – mentre lui dormiva.

I risultati concreti di questa cattiveria agonistica al limite del patologico sono sotto gli occhi di tutti: 25 punti di media a partita, terza posizione nella classifica dei migliori marcatori nella storia dell’NBA con 33.643 punti, 5 titoli NBA vinti con la maglia gialloviola che ha indossato per tutti i suoi 20 anni di carriera, 3 medaglie olimpiche con la Nazionale, un premio MVP della regular season, due MVP delle finali, due volte miglior marcatore della stagione, quattro MVP dell’All-Star Game e uno Slam Dunk Contest. Ah, quasi dimenticavo, ha pure vinto un Oscar nella categoria miglior cortometraggio d’animazione per “Dear Basketball”, ispirato alla sua lettera di addio al basket.

Insomma, un fuoriclasse totale e completo, anzi, una vera e propria macchina che di base giocava come guardia tiratrice, ma che conosceva a menadito tutte le sfaccettature e tutti i movimenti dei 5 ruoli della pallacanestro alla quale ha dato tutto sin dalla tenera età di tre anni. Un’enciclopedia cestistica vivente che, da quella sua ultima partita del 13 aprile 2016 dove, per concludere in bellezza, ne mise 60 , manca molto sia a noi sia a questo meraviglioso sport che lo ha reso leggendario.