La Formula 1 è entrata nella mia vita, quasi senza che io lo volessi. Inevitabilmente. A inizio degli anni novanta, quando gli eventi sportivi iniziavano ad essere a pagamento, la F1 era invece accessibile a tutti. La RSI la portava nelle case dei ticinesi, quasi ogni domenica, appena dopo pranzo.

Premessa che spero non offenda nessun appassionato: è uno sport che non amo, minimamente. Non mi è mai piaciuto e con il passare degli anni è diventato sempre peggio. Guardi la gara, inizia, ma come in un film porno sai già il finale. Un’eiaculazione, che nel campionato principe delle macchine, fa rima con la vittoria di Lewis Hamilton, o ciclicamente con il campione in voga. Una noia pazzesca, che probabilmente deve lo share lusinghiero al fatto che la maggior parte degli spettatori rimane incollato al televisore solo per un motivo: perché dorme. Ma tant’è. Insomma, se voglio schiacciare un pisolino guardo la partenza e il gioco è fatto, prima ancora della fine del primo giro sono già nelle mani di Morfeo.

Ma perché allora dovrei scrivere di Formula 1? Io persona meno indicata all’interno della redazione di Rivista Corner? Perché invece mi sono goduto la serie tv prodotta da Netflix. Una delizia per gli appassionati, ovviamente, ma che ho amato anche io, grande detrattore.

E mi spiego: le interviste nello sport sono spesso e volentieri di un’inutilità disarmante. Risposte preconfezionate da servire al momento giusto. “Ho giocato bene e ho segnato, ma ciò che conta è la squadra”. “Remiamo tutti nella stessa direzione e siamo con il mister”. “Pensiamo partita per partita, d’ora in poi sono tutte finali”. Frasi trite e ritrite. In “Drive to survive” ogni parola non è banale. Ci sono le scuderie, formate da due piloti. Delle squadre, ma che in realtà con il significato di squadra hanno ben poco. Si vive – si corre – all’insegna del mors tua vita mea. Sempre. Leclerc è il primo rivale di Vettel, e così via. La serie ti porta per davvero nel paddock: un ambiente che visto da fuori è magico, ma che dentro nasconde insidie. Com’è stato per Pierre Gasly, per esempio, sedotto e abbandonato dalla Red Bull. Un talento, con numeri e tempi promettenti, che in una decina di gare non ha saputo confermare. Fiducia disattesa e di conseguenza avanti il prossimo. La F1 non aspetta nessuno. È crudele. Perfida. E perfino ingenerosa. La serie però ti cattura e puntata dopo puntata ti porta a tifare il pilota protagonista. O il team principal: dalla gentile signora che guida la Williams, l’abile stratega Toto Wolff o il simpaticissimo Günther Steiner. Non si può non amare. Lui, che con la Haas nella prima stagione aveva fatto un miracolo sportivo. L’anno dopo è arrivato il tonfo, con il buon Günther a barcamenarsi per trovare – invano – una soluzione.

E poi le conversazioni via radio da parte dei piloti. E un po’ ti immedesimi, un po’ pensi che al loro posto potresti esserci tu. Guardi e ti viene voglia di gasare, cercare il sorpasso all’interno, o evitare che chi ti segue ti possa infilare in curva. Ecco: ho letto tanti libri. Libri da cui poi è stato tratto un film. Spesso non c’è paragone e si capisce qual è l’originale – il libro – e quale una copia scimmiottata – il fim -. Nel caso della Formula 1, invece, sembra il contrario. La serie è spettacolare, curata e avvincente, curva dopo curva resti incollato al televisore. La gara vera? Mi sta già venendo sonno solo a scriverne. Notte!