Sono le 21.28. L’arbitro ha appena fischiato la fine di Portogallo-Svizzera, ma all’Estádio Do Dragão da qualche minuto si sente solo un nome, scandito dai tifosi al ritmo di “Seven Nation Army”. È quello di Cristiano Ronaldo. E come loro, lo urla anche l’amico portoghese che mi ha accompagnato nei quattro giorni trascorsi a Porto. Alla mia sinistra invece l’altro mio compagno di viaggio, svizzero, ha già lasciato il seggiolino per andare a fumare. Essendomi occupato dei biglietti ho scelto appositamente il posto “fra i due fuochi”. Con la speranza di poter esultare con uno e prendermi gioco dell’altro. Ma il tabellone dice 3-1 e CR7 ha il pallone sotto il braccio.

È stato lui a mettere in ginocchio la squadra di Petkovic con due stoccate nel giro di due minuti, proprio quando all’orizzonte si profilavano i supplementari di una partita che la Svizzera avrebbe anche potuto vincere. Oltre ai cori e agli inchini al Campione, nello stadio è partita una ola che coinvolge un po’ tutti. Anche i molti tifosi rossocrociati giunti sulle rive del Douro, tradizionalmente inclini a fare buon viso a cattivo gioco e a porgere l’altra guancia.

Chi sembra aver perso la voce sono i tifosi inglesi, i quali per ingannare l’attesa dell’altra semifinale di Nations League e forse per concedere una pausa al loro fegato – al Do Dragão c’è solo birra analcolica, anche se qualcuno, vista la quantità di birre in mano, forse non se n’è accorto – hanno approfittato dei biglietti a prezzi stracciati messi a disposizione dalla Uefa. Questo ha favorito pure un improvvisato gemellaggio fra i supporter dei Tre Leoni e quelli rossocrociati. Ma intonare più volte “God Save the Queen” e altri canti che nulla hanno a che fare con la partita in svolgimento è parso un po’ a tutti (tranne che a loro) fuori luogo.

Capitan Xhaka ha preso malamente palla a centrocampo, consentendo a Ronaldo di partire in contropiede, di lasciare sul posto Akanji (per lui la peggior prestazione di sempre con la maglia svizzera), di metterla sul secondo palo e di blindare la qualificazione alla finale. Poco prima era stato un lancio profondo dalla difesa, un assist al bacio di Bernardo Silva e la perfetta coordinazione di CR7 ad indirizzare il match sui binari portoghesi.

Il Portogallo avrebbe già potuto allungare a due reti lo scarto nei confronti della Svizzera al 53’. Il rigore per il fallo commesso da Schär su Bernardo Silva è infatti sacrosanto. E invece non lo è, perché secondo il Var, poco prima, Zuber è stato sgambettato nell’altra area da Semedo. Ecco quindi che grazie a tanta “fortuna” (e anche un po’ a Rui Patricio) Rodriguez può metter dentro l’1-1. E pensare che l’avremmo potuta pareggiare già sul finire del primo tempo, se solo Seferovic avesse colpito il pallone come fatto da Ronaldo all’88’. Ma nonostante la punta elvetica conosca bene le reti portoghesi – capocannoniere quest’anno in Primeira Liga con 23 gol – il suo tiro ha scheggiato la traversa ed è finito alto.

Un primo tempo che invece è stato deciso da un errore di Sommer. Il primo gol di CR7 nasce infatti da una punizione non certo irresistibile fischiata per un fallo di Mbabu al limite dell’area. Palla calciata sul palo del portiere, ma Sommer, tradito dalla visuale coperta e dalla traiettoria mascherata fino all’ultimo, fa il classico passo nell’altra direzione e viene preso in controtempo.

Ed eccoci, poco prima del fischio d’inizio, ad avere un minuto di silenzio – quello in memoria dell’ex presidente Uefa Lennart Johansson – in cui poter immaginare come andrà la partita. Se potrò festeggiare con l’amico alla mia sinistra o se dovrò tapparmi le orecchie per non sentire esultare quello alla mia destra. Un silenzio preceduto dagli inni nazionali (da pelle d’oca “A Portuguesa”) e dall’atmosfera festosa che si respira fra le vie di Porto.

Atmosfera festosa che non è stata rovinata né da alcuni esagitati che pensano di poter fare altrove quello che non possono fare a casa loro, né dalla meteo: essendo giugno, mi aspettavo di trovare il sole e il caldo tipico della stagione estiva. Ed invece sono atterrato con una decina di gradi in meno rispetto a quelli che c’erano quando sono decollato da Bergamo. E durante il soggiorno non di rado sono incappato nel vento e nella pioggia. A giugno. In Portogallo. Anche io, come Sommer (che guarda un po’ in tedesco vuol dire estate…), sono stato preso in controtempo.