Velocità supersonica: sette volte quella della luce, sfida alle leggi della fisica. Accelerazioni fulminee ed istantanee. Capacità di controllo innata. Riflessi fuori dal comune. Imprevedibilità. C’è per caso il genio di Gardner Fox e della DC Comics dietro tutto ciò? Forse, probabilmente, ma non del tutto, non per intero.

«Look, if you had: one shot or one opportunity to seize everything you ever wanted, one moment, would you capture it or just let it slip?»

Un’unica opportunità, un’unica chance, un’unica e sola possibilità di cogliere tutto ciò che hai sempre voluto, in un solo momento: un viaggio di sola andata, un’avventura dal Brasile all’Europa. Stato del Rio Grande do Sul, microregione di Porto Alegre, Sapucaia do Sul: è qui che ha inizio la nostra avventura.

Clima tipicamente tropicale e due stagioni a farla da padrone. Una stagione secca, un’altra estremamente piovosa e lo skyline che ci accoglie è presto descritto. Da una parte ampie strade, le infrastrutture, la metropolitana di Porto Alegre, l’aeroporto ed i centri abitati, dall’altra il mare e la linea di costa. Il caos di Porto Alegre si dirama, quasi disperdendosi progressivamente nelle cittadine vicine. Proprio come in quel di Sapucaia do Sul. Qui sembra di immergersi ed affogare in un oceano post-moderno, un po’ come se la clessidra del tempo si fosse arrestata, inspiegabilmente inceppata, a qualche decennio fa. Cartelloni pubblicitari, insegne, colori talvolta vivaci, talvolta opachi e quasi sbiaditi, come il tempo li avesse consumati, abitazioni dalle dimensioni non esagerate sparse qua e là e strade abbastanza ampie alternate a vicoli; vicoli dove i bambini giocano, giocano molto, quasi tutto il giorno e tanti inseguono un pallone, sgualcito, malmesso, ma custode dei loro più brillanti sogni.

Tutto accade in un attimo. Braccia più larghe del solito a voler cercare un maggiore equilibrio e tre tocchi al pallone. Prima una carezza di interno per un controllo cristallino, poi altri due tocchi, irriverenti, apparentemente scissi e sconnessi, ma in realtà tremendamente continui e fluidi, fulminei verrebbe da dire, prima con il collo esterno, poi immediatamente ancora con l’interno, una frustata, ed il pallone che in una frazione di secondo sembra andar prima a sinistra e poi a destra, come fosse annichilito, come fosse un elastico. Esatto, proprio un elastico. Quindi, ricapitolando: Porto Alegre, elastico, Ronaldinho? No, il Gaúcho avrebbe domato la sfera con il destro, qui invece parliamo di un mancino, non può proprio essere Dinho. Questo è il mancino di un ragazzo nato il 14 settembre di quasi ventotto anni fa, è il sinistro di Douglas Costa.

Ed in quel settembre di ventotto anni fa ci sono anche due ragazzi di Sapucaia do Sul, Marlene ed Antonio, che vedendo venir alla luce il loro piccolo Douglas, conservano anche un sogno. Un sogno banale per tanti genitori, ancor più se brasiliani, per giunta proprio in quel Brasile dove accanto alla Samba entra di prepotenza il Calcio. I due desidererebbero che il piccolo potesse in futuro diventare un calciatore professionista, cosa che non è riuscita ad Antonio, papà di Douglas. E che noi adesso vogliamo crederci o meno, è pur sempre un sogno. D’altronde sognare non costa nulla. E sembra proprio che questo sogno si possa realizzare davvero o, per lo meno, ci si prova.

All’età di undici anni, Douglas entra prima tra gli allora settori giovanili del Novo Hamburgo, squadra locale, e poi tra le fila del Grêmio, non proprio una squadra qualunque in Brasile. Douglas mette subito in mostra le sue doti tecniche anche se, come spesso accade, la struttura fisica gracile non lo aiuta. Il Grêmio cerca un calciatore più pronto anche fisicamente e Douglas deve raggiungere, crescendo, una struttura fisica consona, ma ha appena dodici anni, il tempo è dalla sua. Infatti nel 2008, precisamente il 4 ottobre, a poche settimane di distanza dal suo diciottesimo compleanno, Douglas è pronto. Il Grêmio lo manda in campo contro il Botafogo ed è subito, incredibilmente, goal.

Prima il sogno dei genitori avveratosi e poi l’esordio con goal, ma è realmente tutto vero o si tratta di una favola? Proviamo a chiederlo dalle parti di Donetsk, in Ucraina, ma poi perché proprio in Ucraina? Non eravamo in Brasile? Sì, eravamo, per l’appunto, perché intanto le prestazioni di Douglas Costa iniziano a far gola ad alcuni club europei ed a spuntarla è proprio lo Shakhtar, celebre colonia di brasiliani: Luiz Adriano, Willian, Ilsinho, Jadson, Fernandinho, Alex Teixeira. Sembra quasi che Douglas rimanga in Brasile o che sia giunto in una sorta di avamposto verdeoro in Ucraina.

L’esperienza in Ucraina è un filtro, una sorta di scena per approcciarsi al calcio europeo; un calcio diverso, estremamente diverso, da quello brasiliano. Allo Shakhtar sono due le cose a crescere esponenzialmente: da una parte l’estro palla al piede di Douglas Costa, che mettendo a segno 29 reti, dà saggi assurdi delle sue qualità tecniche, mentre d’altra parte è proprio il suo palmarès a crescere e qui il monopolio della squadra di Donetsk in Ucraina non è cosa da poco: cinque campionati, tre coppe e quattro supercoppe. Anzi, fosse arrivato qualche anno prima, avrebbe messo in bacheca anche una Coppa UEFA.

Purtroppo per lo Shakhtar però le sorti non coincideranno con la favola vissuta sinora da Douglas e nell’estate del 2014, a fronte dei conflitti politico-militari venuti fuori in Ucraina, il brasiliano inizierà a manifestare la voglia di andar via, cambiare aria, vivere un calcio felice e spensierato e dopo un anno è accontentato, si vola in Germania, Monaco di Baviera: è il Bayern a prelevarlo per circa 30 milioni di euro. Tuttavia non tutto va a meraviglia. Douglas Costa resta in Germania due anni, con Guardiola trova spazio, con Ancelotti poi molto meno. Il brasiliano non segna tantissimo, è vero, iniziano le prime insinuazioni su quanto sia bello da vedere, ma poco cattivo sotto porta, ci si chiede se Douglas sappia segnare, ma si tralascia un dettaglio non da poco: gli assist. Douglas Costa in Germania sfornerà 27 assist, un numero non proprio da sottovalutare.

Intanto mentre al Bayern si storce il naso, in Europa è la Juventus a segnarsi il suo nome sul taccuino. A Torino si cerca qualità, si cercano calciatori che sappiano saltare l’uomo, fulmini di guerra nell’uno contro uno, gente che dia imprevedibilità, che possa cambiare il volto di una partita in un istante, un lampo, ed in questo senso chi c’è meglio di uno che si fa chiamare Flash?

Douglas Costa arriva alla Juventus nell’estate del 2017, parte in sordina, un po’ per volta, sembra che Allegri voglia catechizzarlo al calcio italiano, un calcio diverso da tutti gli altri, un calcio dove accanto alla tecnica serve astuzia e cattiveria e Costa capisce tutto ciò. Douglas inizia a macinare minuti e presenze, sia da titolare, sia da subentrante, i goal non saranno tantissimi, ma gli assist sì, saranno cristallini, al veleno. Ed a Torino non si storce il naso come in Baviera, qui Douglas deve principalmente far andare in rete i compagni di squadra e questo gli riesce alla perfezione. Alla Juventus svolterà più e più partite, su tutte una contro la Sampdoria: entra al 45esimo, la partita finirà tre a zero e tre saranno gli assist di Flash. Super. La stagione in bianconero è felice per Costa e gli vale la conferma per l’anno successivo. D’altronde si deve esser incoscienti per non amare le giocate del brasiliano e se risultano esser anche concrete e finalizzate, di cosa ci si può lamentare?!

Per adesso siamo giunti al presente, ma sarà incredibilmente bello conoscere fra qualche anno il proseguo della favola di Douglas Costa. Una favola come un viaggio, per ora però forse di sola andata. Sì, di sola andata perché prima bisognerà salire sul tetto d’Europa e poi verrà il tempo di tornare in famiglia, quella famiglia da cui Douglas si è dovuto separare per inseguire il sogno, quel loro speciale sogno. Ed allora verrebbe da cucirgli addosso i versi di Eminem, gli ultimi versi di “Lose Yourself”.

«Mom, I love you, but this trailer’s got to go, I cannot grow old in Salem’s lot, so here I go is my shot. Feet fail me not this may be the only opportunity that I got!»