Tutto quello che sta riuscendo a fare la Suzuki in questa stagione di MotoGP è a dir poco sorprendente. La casa nipponica di Hamamatsu, storicamente sempre un passo indietro rispetto ai connazionali Honda e Yamaha, veri e propri colossi, ha saputo sbaragliare ogni tipo di concorrenza. Impresa riuscita sicuramente grazie a un formidabile duo in pista composto da Alex Rins e Joan Mir ma, gran parte del merito, va senza dubbio attribuito al lavoro dietro le quinte del team. Perché vero è che «in campo ci vanno i giocatori e non gli allenatori», come qualche teorico del pallone sostiene, giusto per fare un paragone in un altro sport; in questo specifico caso, però, la strategia e il duro lavoro del box giapponese a tinte blu è stato essenziale per il raggiungimento di un risultato storico che, con il passare delle settimane, sta diventando sempre più una formalità. A sole due gare dal termine, infatti, pare che i giochi siano fatti: il tandem spagnolo Rins-Mir ha messo il turbo e si è lanciato verso un duello casalingo che difficilmente può portare a un finale catastrofico. Situazione comunque da gestire con grande lucidità e intelligenza, senza esagerare e senza far entrare troppo in competizione i due piloti, per quanto possibile naturalmente. Quest’ultimo, Mir, 23 anni, campione del Mondo in Moto 3 nel 2017, è a ben trentasette punti di vantaggio sui primi inseguitori, ossia il francese di Yamaha Petronas, Fabio Quartararo, e il compagno di box, appunto Rins, il quale, va detto, avrebbe potuto lottare più insistentemente per il titolo se solo non avesse saltato la prima gara di Jerez per infortunio, oltre ad aver corso a Jerez 2 lontanissimo dal top della forma fisica (10° al traguardo). Tuttavia, è risaputo: nello sport i “se” e i “ma” stanno a zero, conta solo il risultato finale.

EQUILIBRIO
E allora basiamoci sui fatti: la Suzuki GSX-RR oggi è a tutti gli effetti una moto performante, che non eccelle sul rettilineo, o comunque non sul giro secco nelle prove, ma che in gara si trasforma in un qualcosa di incredibilmente efficace, frutto di un equilibrio pressoché perfetto, sapientemente trovato dal Team Ecstar. Pur non essendo velocissima come una Ducati o come la rivelazione KTM, i piloti spagnoli di Suzuki possono contare su una moto dolce quanto aggressiva in curva, capace di sorpassi impossibili per le altre case concorrenti, con un ottimo bilanciamento anche in termini di gomme tale da consentire ai suzukisti di rendersi protagonisti di stupefacenti rimonte in gara, come capitato spesso e volentieri nel corso di questa stagione. Ecco quindi spiegato il perché ad Hamamatsu non chiudono quasi mai in prima fila nelle libere, salvo, poi, rimontare numerose posizioni nel corso della gara. 

EQUILIBRIO CHE FA RIMA CON… BRIVIO

Dietro a questo straripante 2020 c’è un volto ben noto al mondo delle corse, Davide Brivio, team manager italiano con una lunga e stimata carriera in MotoGP. È senz’altro lui, senza cadere in un futile campanilismo, il “deus ex machina” di Suzuki. Se infatti Suzuki è a un passo dal portare un pilota a vincere un Motomondiale in top class, a vent’anni esatti dall’ultima volta, gran parte del merito è di Brivio. L’ultimo a riuscirci fu Kenny Roberts Jr. nel 2000, nell’allora classe 500; l’americano, peraltro, sfiorò l’impresa un anno prima, arrivando alle spalle del catalano Alex Crivillé in sella a una Honda.

Davide Brivio

Dietro alla rapida rinascita della Suzuki, però, tornata nella classe regina solo nel 2015, c’è stato un percorso lungimirante, con delle tappe ben precise. Partiamo dall’inizio: Brivio accetta l’incarico di team manager nel 2013, intavolando le sue prime idee, mettendo insieme i primi pezzi del puzzle. Il francese Randy de Puniet viene scelto nel 2014 come collaudatore della moto, pur non partecipando al Mondiale; questa si rivelerà essere la prima di tante scelte saggie di Suzuki, che, anziché farsi ingolosire dal debutto, decide intelligentemente di fare le cose per bene, rimandando tutto all’annata successiva. Anzi, in verità il team prenderà parte a una gara soltanto del 2014, l’ultima della stagione, quella a Valencia, giusto per qualificare con de Puniet il lavoro svolto sino a quel momento. Poi, nel 2015, il tanto atteso esordio con due piloti spagnoli in sella: il promettente ma ancora molto giovane Maverick Viñales, all’epoca appena ventenne, affiancato da un nome più esperto, Aleix Espargarò. I due restano per un progetto biennale, faticando a raccogliere buoni risultati già al primo anno, salvo prendere il volo con Viñales al secondo, straordinario nel centrare la prima vittoria in carriera a soli 21 anni e a salire per ben quattro volte in stagione sul podio; i risultati ottenuti gli spalancheranno meritatamente le porte delle Yamaha ufficiale. Per il biennio successivo, il duo spagnolo viene sostituito con una coppia molto diversa, rappresentata dall’italiano Andrea Iannone, individuato come pilota di punta del progetto; e il catalano Alex Rins. Se con quest’ultimo i risultati si vedranno nel corso degli anni, con Iannone, invece, il rapporto fatica a decollare, terminando il tutto con un po’ di amaro in bocca ma che porta comunque il pilota abruzzese a ottenere quattro podi.

ASSE FRANCIA-SPAGNA

Si arriva quindi ai tempi nostri. Prima, però, occorre fare una rigorosa premessa: un ruolo importantissimo nella crescita esponenziale di Suzuki lo ha senza dubbio Sylvain Guintoli, altro francese (campione del mondo Superbike nel 2014), che nel corso degli eventi ha preso il posto di test rider al suo compatriota de Puniet, portando avanti il lavoro in maniera eccellente. Perciò, una menzione d’onore al collaudatore – in sella alla moto con il numero 50 giallo fosforescente sul cupolino – è più che meritata. 

Sylvain Guintoli, 38 anni, francese

Si arriva quindi ai piloti titolari, con Rins capace di chiudere al suo primo anno in Suzuki al quinto posto nella classifica finale (5 podi); e quarto nel 2019, grazie a “soli” tre podi ma ben due successi, al GP delle Americhe e a Silverstone, riuscendo a beffare Marc Marquez al fotofinish. Quindi il 2020 con un primo posto e quattro podi complessivi che, al momento, gli stanno valendo il ruolo di vice-leader del Mondiale in condivisione con Quartararo. Ma l’impresa l’ha fatta Mir, seppur Rins sia stato indiscutibilmente più costante in questi anni rispetto al compagno. Il giovane maiorchino, all’esordio in top class, lo scorso anno ha faticato a imporsi, come del resto era normale aspettarsi; un quinto posto a Phillip Island il miglior risultato. Da debuttante ha chiuso dodicesimo con 92 punti, che, ripensandoci, non è stato neanche poi tanto modesto come piazzamento, molto buono se si considera il fatto che Mir abbia bruciato le tappe, disputando un solo anno in Moto2. Quel che è certo è che nessuno si sarebbe aspettato un Mir così dominante al suo secondo anno in classe regina, capace di salire sul podio ben sette volte (una vittoria) e con ancora due gare da disputare potrebbe sfiorare anche la doppia cifra. Come detto, nessuno se lo sarebbe aspettato, anzi, qualcuno aveva creduto sul serio in questa ascesa: manco a dirlo, a inizio stagione, chi aveva pronosticato Mir come papabile vincitore nel 2020? Nientemeno che Davide Brivio, perché per realizzare un sogno bisogna crederci. Sempre.

DUE GARE AL TERMINE

Per Suzuki, però, le soddisfazioni non finiscono qui: già questa domenica, nel “repeat” in quel di Valencia, la casa di Hamamatsu potrebbe addirittura mettere a segno una sensazionale doppietta, vincendo matematicamente sia il titolo piloti sia il titolo costruttori. Brivio & Co., infatti, nel GP d’Europa sono riusciti a sorpassare in un colpo solo Ducati e Yamaha (sanzionata con 50 punti di penalità per una irregolarità ai motori) che, soltanto a inizio stagione, sembravano imprendibili. Un miracolo quindi? No, ma un Mir-acolo sì.