59”, 39”, 24”. Mai come in questo tormentato anno i tre grandi giri ciclistici si sono giocati sul filo dei secondi. Questione di attimi. 60 tappe in tutto, poco meno di 10’000 km percorsi, quasi 246 ore di corsa per un ritardo complessivo fra i primi e i secondi classificati di 2’02”. Un equilibrio durante le varie frazioni spezzato quasi sempre dalle cronometro – ormai diventate decisive nelle corse di tre settimane -, come in Francia o in Italia, o dagli abbuoni che la giuria decide di assegnare nei traguardi – volanti e non -, come in Spagna.

Al Tour de France, il duello tutto sloveno fra Primoz Roglic e Tadej Pogacar è andato a quest’ultimo, capace di rimontare contro ogni pronostico il ritardo di 57” che aveva alla vigilia della (crono)scalata alla Planche des Belles Filles. Aveva una gamba migliore, sì, ma Roglic si è presentato a Nizza supportato da una vera e propria corazzata: l’unica possibilità per batterlo era il confronto diretto. E Pogacar l’ha colta appieno, diventando il secondo corridore più giovane di sempre (il primo risale al 1904…) ad arrivare a Parigi con la Maglia Gialla.

Una sconfitta bruciante che non ha però impedito al 31enne ex saltatore con gli sci di rifarsi. Prima alla Liegi-Bastogne-Liegi (grazie anche all’aiuto di Julian Alaphilippe…), poi alla Vuelta. Un successo col brivido perché quando sembrava ormai tutto fatto ha dovuto difendersi a denti stretti dall’attacco disperato di Richard Carapaz. Che gli ha rosicchiato 21” ma non è riuscito a sfilargli la Maglia Rossa che Roglic ha infine portato a Madrid per il secondo anno consecutivo. Era dal 2007 (Danilo di Luca) che un corridore non vinceva un Grande giro e una Classica monumento nella stessa stagione.

Come in Francia, la rimonta del secondo classificato durante l’ultima prova contro il tempo è riuscita pure al Giro d’Italia. In questo caso era però decisamente più prevedibile, visto che i due improbabili contendenti – arrivati in Sicilia come gregari e giunti a Milano da capitani – partivano in realtà con lo stesso tempo e Jai Hindley è notoriamente più “fermo” a cronometro di Tao Geoghegan Hart. Alla fine dell’ultima frazione il britannico ha quindi indossato la Maglia Rosa senza averla mai indossata nelle tappe precedenti: in 103 edizioni non era mai successo.

Esiti incerti fino all’ultimo, e talvolta improbabili, che fanno ben sperare in vista delle prossime stagioni. Anche perché, contrariamente agli ultimi anni in cui nei Grandi giri hanno primeggiato le solite due o tre facce, sembra sia arrivata l’ora di un ricambio generazionale in cui i potenziali vincitori, o perlomeno protagonisti, sono diversi. Moulinette Froome (7 vittorie e altri 5 podi), Squalo Nibali (4 vittorie e altri 7 podi) e Sempreverde Valverde (1 vittoria, ma altri 8 podi) sono sul viale del tramonto e nella “terra di mezzo” sembrano esserci ormai solamente Roglic e il compagno di squadra Dumoulin, Quintana e Thomas, oltre ad alcune eterne promesse come Pinot, Bardet, Majka, Landa e Chaves.

Ecco quindi emergere volti (relativamente) nuovi come i già citati Geoghegan Hart (1995), Hindley (1996), Pogacar (1998) e il vincitore del Tour dello scorso anno Egan Bernal (1997). Limitarsi a loro sarebbe però troppo riduttivo, oltre che troppo semplice, avendo già almeno un podio nel loro palmarès. Ecco quindi che occorre segnalare almeno anche Enric Mas (1995), David Gaudu, Valentin Madouas, Alexsandr Vlasov, Lennard Kämna e Daniel Martinez (1996), Sergio Higuita, Jhonatan Narváez e Pavel Sivakov (1997), Joao Almeida e Brandon McNulty (1998). Ma anche baby fenomeni come Marc Hirschi (1998) e Remco Evenepoel (2000), che a oggi sembrano più tagliati per le corse di un giorno ma a cui, proprio perché fenomeni, nulla è precluso.

Una vagonata di nomi? Troppi? Forse. Ma tutti quanti hanno già dimostrato di potersi giocarsi le loro carte sulle grandi salite. Poi si sa, il ciclismo, come lo sport, come la vita, è questione di attimi.