Viene dall’Argentina ed è di bassa statura. È un giocatore funambolico, a tratti irriverente e con il suo sinistro è capace di magie fuori dal comune. La descrizione può far credere che si stia parlando dell’ultima stella del calcio mondiale Paulo Dybala, o magari di qualcuno già sotto i riflettori da lungo tempo come Leo Messi. Chi ha qualche anno in più forse può anche pensare si tratti di Diego Armando Maradona. In realtà andiamo ancora più indietro nel tempo a colui che è stato il primo di quella che ormai sembra diventata una singolare tradizione nel paese dei gauchos, parliamo di Omar Sivori.

Nato da una famiglia italiana a San Nicolás de Arroyo, a qualche decina di chilometri da Buenos Aires, Omar è sin da subito un talento agli occhi di tutti, tanto che viene ingaggiato non ancora 17enne dal River Plate. Ci mette poco tempo a farsi valere con i colori biancorossi, facendo vincere ai Millionarios tre campionati nazionali a suon di reti. Viene ovviamente anche inserito nella Selección, con la quale vince una Copa América nel 1957 facendo parte insieme ai compagni di reparto Omar Corbatta, Humberto Maschio, Antonio Angelillo e Osvaldo Héctor Cruz del gruppo che passerà alla storia come gli Angeli dalla faccia sporca, per il loro modo impertinente di comportarsi (dentro e fuori dal campo), proprio come delle piccole pesti.

In quell’anno, su consiglio dell’italo-argentino Renato Cesarini (si, proprio quello che ha dato il nome ai gol nella famosa “zona” sul finale di partita), la Juventus sborsa 10 milioni di pesos per assicurarselo. Una cifra che servirà tra l’altro a completare il nuovo stadio del River, il Monumental. In bianconero, l’originale Pibe de Oro, meglio conosciuto da tutti però come Cabezón (ovvero “testone”, a causa della folta capigliatura sul corpo minuto), farà vedere il meglio di sé andando a formare con Giampiero Boniperti e il gallese John Charles il Trio Magico.

È un funambolo il piccolo numero 10. Gioca con i calzettoni abbassati (caratteristica ripresa oggi proprio dal suo erede “spirituale” Dybala) per provocare i difensori, come per dirgli “non ho neanche bisogno di fare sul serio, tanto non mi prendi”. E ne ha ben donde, visto che gli avversari difficilmente riescono a fermarlo, se non in maniera ovviamente irregolare. Ma lui continua ad irriderli. I video sopravvissuti al tempo fanno solo intravedere in parte la sua classe, ma chi l’ha osservato in prima persona giura di avergli visto fare cose impensabili, come tornare indietro a dribblare di nuovo un giocatore appena umiliato con un tunnel, mandare al bar con una finta tre avversari contemporaneamente o segnare un gol in pallonetto da terra, facendo arrabbiare chiunque si trovasse di fronte. Lui stesso però è un tipo dal carattere “bollente”, poiché non esita mai a fare fallacci e scatenare risse. Famoso è lo schiaffone che gli mollò Charles (generalmente tranquillo, infatti era chiamato Gigante Buono) per impedirgli di scagliarsi contro un avversario. Ma lui era questo, era genio e sregolatezza.

Dopo aver segnato caterve di reti in maglia Juventus (ben 135 in 215 partite), aver vinto numerosi trofei ed essersi fregiato, da oriundo, del Pallone d’Oro nel 1961, passò a fine carriera al Napoli, per poi ritirarsi e tornare nella sua casa di San Nicolás (da lui poi chiamata proprio La Juventus) fino alla sua scomparsa nel 2005. Il suo nome però resterà nella leggenda così come le sue reti e la sua attitudine provocatoria. È stato il capostipite dei fantasisti argentini, marcando in maniera indelebile tutti quelli che si sono succeduti dopo di lui e che a lui si sono ispirati.

Per concludere però non c’è niente di meglio che un aneddoto, raccontato dallo stesso italo-argentino, che spiega perfettamente qual’era il suo modo di vivere il gioco del pallone: “Il calcio io lo concepisco solo come divertimento, per coloro che pagano e per me stesso. Alcuni dicono che io cerco il gioco difficile, complicato, ricamato: non è esatto. Durante una partita di Coppa Italia con la Sampdoria segnai un gol un po’ strano; ed alla fine dell’incontro trovai decine di giornalisti che volevano una spiegazione. Volevano sapere perché, dopo aver dribblato a pochi metri dalla porta due avversari e il portiere, per mettere il pallone in rete ho voluto attendere l’intervento di un quarto giocatore, quando avrei potuto benissimo segnare il gol senza correre rischi. Proprio qui sta il punto: ho atteso l’ultimo avversario per saltarlo con una finta e segnare poi da 30 centimetri. Volevo dare il brivido e ci sono riuscito”. Questo era quel genio ribelle di Omar Sivori.