politically correct” : termine che designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto generale, soprattutto nel rifuggire l’offesa .

Contrario: politically incorrect”, vedi anche: Eric Cantona.

Quando su un rettangolo verde si affrontano 22 uomini, 11 con una casacca ed 11 con un’altra, al pallone piace stare sempre tra i piedi del più elegante e sensibile tra i 22, di quello che sa come coccolarlo, forse proprio per volontà della Dea Eupalla, la divintà ispiratrice del bel gioco, che ha deciso che il pallone vuole essere trattato come una donna, vuole prima “essere accarezzato dolcemente e poi sbattuto con violenza (in rete)”. Così diceva Eric Cantona, in pieno stile Cantona, senza mezzi termini. Essere il più elegante tra i 22 in campo nonostante i circa 190 cm di altezza e una corporatura che ricorda vagamente un orso non è di certo facile, aiutano le movenze da ballerina di danza classica, aiuta anche avere dei piedi che oltre ad accarezzare e sbattere in goal il pallone sanno anche addomesticarlo, spostarlo un attimo prima che l’avversario ci si avventi. Cantona è come una canzone degli Iron Maiden suonata con uno Stradivari, energia e strapotere fisico serviti in pillole di raffinata e romantica eleganza. Ma la vera eleganza è nella testa di Eric. La testa di Cantona è, dentro, esattamente come appare da fuori; rasata, dura, pronta all’impatto, comunica che non c’è nulla da nascondere, che le cose sono esattamente come sono e a nulla servono i fiocchetti, le acconciature. Ne è un esempio ciò che disse dopo lo spareggio tra Francia e Irlanda per le qualificazioni al mondiale del 2010 in Sudafrica, quando i Blues eliminarono la nazionale irlandese guidata da Trapattoni grazie ad un goal segnato con la mano da Thierry Henry “Mi ha sconvolto vedere Henry confortare un avversario a fine gara, quando lo aveva appena fregato! Fossi stato un giocatore irlandese, non sarei rimasto lì nemmeno tre secondi: lo avrei menato”. Anche qui senza mezzi termini, nonostante si parlasse di un mostro sacro per la nazionale francese come Henry e della qualificazione della sua stessa nazionale. Cantona non ci pensa su neanche un attimo ed espone tutto il suo cantoniano pensiero esattamente come lo ha partorito, andando contro anche ai colori della nazionale che gli ha dato i natali in quel 24 maggio del 1966 ma che forse mai lo ha davvero voluto in seno.

L’anno di nascita di Eric Cantona è molto interessante per il calcio inglese, infatti in quello stesso anno la nazionale dei tre leoni, casa di coloro che “hanno inventato il bellissimo gioco del football”, vince il suo primo ed unico mondiale, and long live the Queen. Tuttavia basta chiedere nella parte rossa di Manchester per sentirsi dire “il 1966? Che fantastico anno per noi, è nato The King Eric” un francese amato dagli inglesi? Già, ci sono alcuni francesi amati anche in Inghilterra, uno in particolare, di origine caraibica, piace molto nella zona tra Highbury e Holloway, a Londra e da qualche anno non sta particolarmente simpatico agli irlandesi.

Tuttavia Cantona è diverso dagli altri suoi conterranei che hanno attraversato La Manica per giocare sugli umidi campi inglesi, lui la maglia della nazionale l’ha indossata quasi subito; nel 1988, militando nell’Auxerre, vinse il mondiale Under-21 per poi collezionare con la nazionale maggiore 45 presenze e 20 goal, ma nulla di tutto ciò servì a far decollare il rapporto tra Cantona e i Blues. Dopo la vittoria del mondiale Under-21 si trasferisce all’Olympique Marsiglia, squadra della sua città, la squadra per cui ha sempre tifato, nota per gli ideali che vanno di pari passo con quelli di Eric. Marsiglia è un porto e raccoglie tante etnie, Cantona stesso ha origini italiane e catalane, è una città d’arte e di cinema ma nonostante ciò Eric non vi si trova, il suo carattere impulsivo ed acceso inizia a venire fuori sempre più spesso. Durante un’amichevole getta via la maglia dell’Olympique a causa di una sostituzione portando il club a sospenderlo per un mese, poco dopo, durante uno show televisivo, definisce l’allora commissario tecnico della nazionale Roger Lemerre come un “sacco di merda” venendo così sospeso dalle competizioni internazionali. Il Marsiglia prende la decisione di mandarlo in prestito, Bordeaux prima Montpellier poi, proprio al Montpellier riesplode Cantona; colpisce un compagno di squadra in faccia con un calcio durante una rissa, alcuni compagni lo vogliono mettere fuori squadra ma, grazie all’intercessione di Blanc e Valderrama, leader della squadra, questo non accade e le buone prestazioni di Cantona portano il Montepellier a vincere la coppa di Francia e l’Olympique Marsiglia a richiamarlo dal prestito. Una volta tornato trova come allenatore Franz Beckenbauer ma, a causa degli scarsi risultati ottenuti, il Kaiser venne esonerato e al suo posto fu scelto Raymond Goethals. Neanche a dirlo il rapporto tra Cantona e Goethals non è dei migliori, concluderanno la stagione 1990/91 vincendo il campionato ma per Cantona ci sono già le valige pronte. Saluta definitivamente il Vélodrome e si trasferisce a Nimes dove la sua attività calcistica dura fino a dicembre. Durante una partita dimostrò di non condividere alcune decisioni arbitrali strattonando il direttore di gara, durante la stessa partita lancia il pallone contro i tifosi; per questi comportamenti la Federcalcio francese lo punì con un mese di squalifica. Cantona, accettando con la solita calma e pacatezza questa decisione, definì i membri della commissione che aveva deciso la sua squalifica come “un gruppo di idioti”, ciò ebbe il solo risultato di far aumentare la squalifica a tre mesi.

Così, nel dicembre del 1991 all’età di 25 anni, Cantona decide di rispondere in maniere tranquilla alla squalifica, semplicemente annunciando il suo ritiro dal calcio.

 Questo periodo senza pallone tra i piedi non lo vede certo abbattersi come potrebbe succedere ad altri, anzi. È la maturazione del pensiero cantoniano. Passa il suo tempo dedicandosi alla pittura, all’arte, si convince che i francesi non lo meritano, che qualunque strada abbia intrapreso non ci sia modo di tornare indietro. Si può solo andare avanti a testa alta guardando negli occhi l’avversario.

Ci penserà uno dei pochi francesi che ancora nutre fiducia in lui, Michel Platini, a fargli cambiare idea e a fargli cambiare aria. Le roi gli organizza alcuni provini, in particolare uno con lo Sheffield Wednesday sembra andare bene ma Trevor Francis, allenatore degli Owls, vorrebbe fargliene fare un altro. Dopo tutto stai prendendo in squadra una bomba ad orologeria, e il minimo che vuoi sapere è essere sicuro che quantomeno sia in forma.

Non aveva capito nulla. Boom. La bomba esplode, Cantona si offende per la richiesta di un secondo provino (ricorda un po’ la famosa frase “Zlatan non fa provini”). Sembra che il mondo del calcio non lo voglia più, sembra che la sua testa calda gli abbia definitivamente chiuso quelle porte, nonostante il raro talento sembra sia finita.

La Dea Eupalla però è amante del bel gioco e mai avrebbe lasciato che un suo protetto si perdesse così. Infatti, poco dopo, come dal nulla spunta un’altra chiamata di fiducia, il Leeds vuole Cantona ed Eric non ci pensa due volte. Vince il campionato nel 1992 segnando quello stesso anno un bellissimo goal nel 3-0 del Leeds ai danni del Chelsea: dopo due tocchi in palleggio si infila in area di rigore scaricando una sassata in goal. Solleva il Charity Shield davanti ai reds del Liverpool, altra società che nonostante il suggerimento di Platini si rifiutò di dargli una possibilità, segnando una tripletta. Nel novembre del 1992 lascia il Leeds scatenando anche la contestazione da parte dei tifosi contro la società per averlo lasciato andare, ma la decisione di Cantona è altamente condivisibile. Questa volta la chiamata è stata da parte di tale Sir Alex Ferguson, che gli offre un posto nel suo Manchester United. Impossibile rifiutare.

Il primo dialogo tra Ferguson e Cantona sembra scritto da Sergio Leone, i due si osservano dalle estremità delle scrivania e SAF provoca Cantona: “Mi chiedo se tu sia abbastanza bravo per giocare a Old Trafford”.
“Mi chiedo se Manchester sia abbastanza per me” rispose Eric. Ed è così che entrerà al Teatro dei Sogni di Manchester, con il colletto alzato che diventerà il suo emblema personale e sulle spalle un numero che allo United ha un certo peso con sapore di leggenda. Ovviamente è il 7, sarà sua la maglia numero 7 dopo Best e Robson e non mancherà il suo contributo nel renderla tanto pesante da indossare per chi viene dopo.

A Manchester sembra aver trovato la sua dimensione, dentro l’Old Trafford è devastante, contribuisce alla vittoria della premier che mancava in casa Red Devils da 25 anni fuori dall’Old Trafford è uno show man, pare abbia detto, vedendo una bici per strada, “se salgo su quella bici vinco il Tour de France”. I tifosi dello United lo amano, gli avversari un po’ meno, è diventato un’icona per la qualità dei goal segnati, per il carattere mostrato, in breve tempo si è imposto come leader del Manchester United e non c’era ragazzino negli anni 90 che, giocando con gli amici, non si tirasse su il colletto con aria di sfida come vedeva fare a quell’enorme francese. Tuttavia il pensiero cantoniano è fatto per andare in escandescenza e, nel gennaio del 95, ha una grande occasione di dimostrarlo. Londra, Selhurst Park, i padroni di casa del Crystal Palace affrontano il Manchester United, Eric viene espulso per un fallo su Shaw, difensore del Crystal, reo di averlo provocato in varie occasioni. Mentre usciva dal campo la pioggia di insulti dei tifosi di casa non sembra neanche toccarlo se non che un giovane, tale Mattew Simmons, noto per essere un simpatizzante di estrema destra ad aver picchiato un benzinaio dello Sri Lanca, incrocia il suo sguardo e lo apostrofa come “francese figlio di puttana” e lo sfida con un goliardico “se hai le palle vieni qui bastardo” ma Simmons è vicino al terreno di gioco, troppo vicino. Eric lo guarda e, memore delle parole del padre che gli disse “chi colpisce per primo colpisce due volte”, da una dimostrazione di perfette arti marziali colpendo Simmons al petto con un calcio volante.

Questa scena fa il giro del mondo, è molto più che pane per il giornalismo inglese del periodo che, servo del Tatcherismo ferreo che cercava di combattere la violenza negli stadi, non vede l’ora di dissacrare un personaggio come Eric Cantona.

Viene condannato a 120 ore di servizio sociale e squalificato per 9 mesi, una batosta per Eric che si chiude in se stesso e dopo pochi giorni organizza una conferenza stampa. Sembra offrirsi ai suoi carnefici che aspettano solo di vederlo chiedere perdono per quel deprecabile gesto o ancora più sperano di vederlo andare di nuovo in escandescenza, sperano di poter banchettare con la sua carcassa mediatica. Loro sono lì che lo guardano con la bava alla bocca e lui, con la sua testa rasata, li osserva a sua volta da sotto le sopracciglia folte e l’unica cosa che dice è una frase tanto enigmatica quanto chiara e splendente, “Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine”. Poi si alza e se ne va. Semplice come il suo taglio di capelli.

Il declino di King Eric dopo questa situazione è quasi necessario, si avvia verso i 30 anni e l’idea del ritiro inizia a riempirgli la mente, torna in campo nell’ottobre del 95 con un goal ed un assist ma non è più lo stesso, vince ancora perché quel Manchester United è uno dei più forti di sempre che vedeva affermarsi futuri campioni come Giggs, Scholes, Beckham che ne erediterà il numero di maglia, Gary Neville. Porta a casa F.A. Cup e Premier League contribuendo con buone prestazioni, memorabile il goal al Sunderland nel 96 quando, dopo essere sgusciato via tra due avversario gioca di sponda con un compagno e poi, dal limite dell’area di rigore, manda la palla all’incrocio dei pali non con un tiro, non con una cannonata, ma con una carezza, con un arco perfetto che ricorda le scale scritte da Beethoven in Per Elisa e poi allarga le braccia, osserva il suo pubblico mentre lo applaude, mentre canta per lui ancora una volta “ooh , aah, Cantona”. Dirà diversi anni dopo: « Sono molto orgoglioso che i tifosi cantino ancora il mio nome allo stadio, ma ho paura che un domani loro si fermino. Ho paura perché lo amo. E ogni cosa che ami, hai paura di perderla. »

Solo una anno dopo annuncerà il ritiro, questa volta davvero, questa semplicemente perché ha deciso che era tempo di dedicarsi ad altro e così sarà. Lo vedremo con la nazionale di Beach Soccer, lo vedremo negli spot della Nike, famosissimo il suo “au revoire”, dirige il cortometraggio “Apporte-moi ton amour”, lo vedremo dopo poco anche al cinema nel film “Il mio amico Eric” in cui interpreta se stesso nella parte dell’amico invisibile di un postino di Manchester. Nel film c’è uno scambio di battute che da l’ennesiam lucesu Cantona, quello in cui l’amico chiede ad Eric quale sia stato il suo momento più bello. Eric risponde così: «Il momento più bello di tutti è stato un passaggio. A Irwin, contro il Tottenham. Devi fidarti dei tuoi compagni, altrimenti tutto è perduto». Un’altra delle mille sfaccettature di un uomo come pochi se ne sono visti. Nel 2010 ha consigliato ai suoi compatrioti di ritirare tutti i soldi depositati in banca, molti gli hanno riso dietro e a lui sta bene così, si può anche passare per stupidi ma servi del sistema mai. Il tempo gli ha più o meno dato ragione. Nel 2012 ha anche provato una raccolta firme per candidarsi alle presidenziali proprio per abbattere il governo delle banche e dei potenti. Nel 2001 ha ricevuto il premio forse più importante della carriera, viene eletto giocatore del secolo del Manchester United, il suo popolo, i tifosi di King Eric lo hanno proclamato tale.

Di recente però qualcuno ha provato, se non a spodestarlo, quantomeno a sederglisi accanto. Zlatan Ibrahimovic, anche lui noto per essere un personaggio sopra le righe, anzi sopra l’umana comprensione, è approdato a Manchester. Il messaggio di Cantona è stato chiarissimo, si è complimentato con lo svedese per i risultati ottenuti e per la scelta di andare allo United ma ha concluso con un chiarissimo “A Manchester c’è un solo Re, tu però puoi essere il principe” .

Long live the King.