Come fosse meravigliosa arte rinascimentale, sequenza frammentata di poesia, attimi di costante fantasia, eppure il primo urlo in Europa non avviene nella terra d’origine, non stride nell’Italia della prospettiva e della pittura ad olio, no. Due tocchi leggeri per domare la palla, il terzo, invece, secco e deciso e rete che si gonfia sibillinamente, rete falciata da un sinistro sulla sua estremità più distante, rete dello stadio Geōrgios Karaiskakīs trafitta, dimora dei greci dell’Olympiakos, della cultura classica, sì, come se il destino si facesse beffe delle origini, ma al tempo stesso restituisse ciò che ha temporaneamente ed artisticamente sottratto, anzi traslato di spazio e secoli, sarebbe meglio dire. E’ Federico Bernardeschi l’artista, è Bernardeschi il nostro protagonista.

Sono tre i passi che segnano sinora il rapporto tra il campo da calcio e Federico Bernardeschi, come fosse una pittura rinascimentale. Due netti e distinti, l’ultimo, senz’altro, ancora in divenire, ma già delineato in alcune sue parti: la scoperta, l’affermazione e la consacrazione.

La scoperta porta con sé prima colori viola, poi rossoblù. Infatti se è a Firenze che Federico vede delineare il proprio futuro calcistico, accompagnato durante l’intera trafila dei settori giovanili, è, invece, all’Ezio Scida di Crotone o, per restare in ambito classico, di Kroton, dove debutta tra i professionisti l’8 settembre 2013. Per carità, non è di certo la Serie A, ma per un ragazzo appena diciannovenne farsi le ossa nella serie cadetta non può far altro che bene. In Calabria, seppur distante dalla sua città natale, Carrara, e dalla sua seconda famiglia, la Fiorentina, Bernardeschi diventa progressivamente un solido tassello nel rebus degli undici titolari che gli squali mandano in campo durante l’intera stagione. Stagione vincente per entrambe le parti. D’altronde, se a fine campionato il Crotone canta “Ma il cielo è sempre più blu” per festeggiare i playoff, poi sfumati nella fase finale, al tempo stesso anche Federico si farà notare e non poco, dodici reti in trentotto partite, bottino ottimo per esser la stagione d’esordio tra i pro.

L’affermazione invece riserva a Bernardeschi il massimo palcoscenico nazionale, infatti dopo la parentesi al Crotone si torna a Firenze e si assapora per la prima volta la Serie A. Con la Fiorentina esordisce il 14 settembre 2014, ma andrà in goal solo quattro giorni dopo. Alle porte c’è la sfida di Europa League contro i francesi del Guingamp e Vincenzo Montella decide di dar fiducia all’estro del giovane, lo lancia nella mischia ed è ripagato: Federico segna nel 3-0 della Viola, Federico inizia a far sognare i tifosi fiorentini ed i paragoni della stampa italiana con Roberto Baggio risultano scontati e prevedibili. Le cose a Firenze vanno bene, Bernardeschi viene soprannominato Brunelleschi e diviene, nei due anni successivi, simbolo prima e capitano poi della Viola, passando nel mezzo dalla casacca numero 29 alla 10, proprio quella 10 indossata venticinque anni prima da Baggio. Baggio che sembra dettargli il passo, quasi come se Bernardeschi gli corresse in parallelo. In ogni caso, a coronamento dell’affermazione del talento di Carrara, nel frattempo, arriva la chiamata della Nazionale maggiore, ma è l’esperienza con l’Under 21 all’Europeo estivo del 2017 a segnare in modo inequivocabile la personalità di Federico. E’ l’uomo in più per il CT azzurro, Di Biagio, è l’uomo che fa da collante fra la indicazioni dalla panchina e gli undici in campo, è l’uomo che prova a dar la scossa, seppur vana, con un gran goal nella semifinale, poi però persa, contro le Furie Rosse iberiche, semifinale che sancirà l’eliminazione degli Azzurrini dalla competizione.

La consacrazione sposa il machiavellico: “Il fine giustifica i mezzi” o la più recente espressione di Giampiero Boniperti: “Vincere non è importante: è la sola cosa che conti”, la consacrazione sposa tinte differenti da quelle viola, tinte che quasi vent’anni prima, come fosse un cammino incredibilmente uguale, avevano accolto proprio Roberto Baggio, tinte bianco e nere, i colori della Juventus. E’ il 24 luglio 2017 e Federico Bernardeschi si trasferisce a Torino dopo una lunga e snervante trattativa. E’ il 10 profuso di italianità che sembra sposare a pennello il progetto vincente bianconero; progetto che da sempre ha ricercato talenti tricolori e che, ultimamente, però sembra stentarne. Federico questa volta prende la maglia numero 33, numero dedicato alla sua devozione a Dio, dice di dover dimostrare ancora di meritarsi e valere la 10, maglia che da lì a poco sarebbe toccata al compagno di squadra Dybala. Gli inizi alla Juventus non possono esser che positivi: non gioca tantissimo, ma quando scende in campo non è mai banale. Allegri, probabilmente, ne gestisce e ne sta gestendo tuttora l’inserimento in gruppo con estrema calma, come fu per Morata, come fu per Dybala, un inserimento che possa divenire in futuro una solidità, che possa donare nuovamente un 10 italiano alla Juventus e la definitiva consacrazione a Bernardeschi. Consacrazione mista a gloria e ad una carriera ricca di successi, una carriera meravigliosamente vincente, proprio come accadde a Roberto Baggio, anzi, magari, con un pizzico di fortuna in più.