“Genova? Sembra Toyama, ha davanti il mare e dietro le montagne”. Questa frase ai più non dirà granché, mentre per i tifosi della Sampdoria sono parole scolpite nel cuore (si fa per dire). Visto che siamo ormai a pochi giorni dal Natale, in questa rubrica parleremo oggi di uno dei pacchi calcistici tra i più clamorosi del terzo millennio: Atsushi Yanagisawa.

Come detto in occasione di altri racconti su meteore e presunti fenomeni del mondo del calcio, i paragoni a volte portano più sfortuna di un gatto nero che attraversa la strada. In questo senso il nipponico non fa eccezione, perchè fu proprio Zico nel 1996 a dire di lui “Questo ragazzo sarà il mio erede”. Certo, gli inizi di carriera di questo piccolo attaccante sono promettenti: a 19 anni si mette già in luce nei Kashima Antlers, squadra tra le più blasonate in Giappone. Qui, nel 1998, grazie a una stagione in cui tramuta in oro praticamente ogni pallone che tocca, vince il titolo di giocatore giapponese dell’anno superando tra gli altri Hidetoshi Nakata. Anche in nazionale maggiore alza la Coppa d’Asia del 2000, togliendosi quindi le sue soddisfazioni. Il ragazzo inizia ad essere pronto per il salto europeo? Così pare.

A seguito del Mondiale casalingo (a dir la verità con più ombre che luci), Toninho Cerezo inizia a parlare dell’attaccante a Beppe Marotta, allora dirigente della Sampdoria. Siamo nell’estate del 2003, i blucerchiati hanno suggellato il loro ritorno in A grazie alle reti della coppia Flachi – Bazzani, e in attacco è arrivato lo scafato Marazzina oltre a giocatori che la Serie A l’hanno già assaggiata come Diana, Donati, Antonioli, Falcone, Cristian Zenoni e il gioiellino Doni. Manca giusto un colpo che renda il tutto più frizzantino. E quindi cosa c’entra Yanagisawa? C’entra, eccome se c’entra: sono gli anni in cui il Sol Levante illumina (con fortune alterne, ad essere onesti) l’Europa con Nakata, Nanami, Ono, Nakamura, Inamoto. Anni in cui molti presidenti valutano come ottenere successo in Asia, vero e proprio nuovo mercato. E forse al buon Marotta salta in mente la brillante idea di tentare un colpo di marketing vero e proprio: portare a Genova l’idolo di un intero paese.

L’incipit di Yanagisawa è tra i più strambi che si siano mai visti. Nelle sue interviste se ne viene fuori con digressioni strampalate che nulla hanno a che fare col calcio. Dopo essersi paragonato infatti a Inzaghi il giorno della presentazione, nelle settimane successive gli argomenti saranno illuminanti. Esempio? “Genova è un posto stupendo come la mia Toyama. Davanti ha il mare e dietro le montagne”; “Il cibo italiano? Non è un problema, in Giappone andavo spesso nei ristoranti italiani!”; “Nel tempo libero sono un tipo tranquillo: sto sul divano o gioco al computer”. Corre addirittura voce che Francesco Pedone, allora giocatore blucerchiato, gli avesse insegnato a dire “Barcollo ma non mollo”, espressione fondamentale per guadagnarsi quanto meno la simpatia del gruppo. Sì, mi direte, ma sul campo come va? Ad essere onesti l’inizio è pure in parte promettente, salvo una surreale allergia al gol. Qualche buono spezzone e un rigore procurato al 90esimo di Sampdoria – Brescia grazie a un pugno in faccia da parte di Castellazzi, che regalerà la prima vittoria dal ritorno in A ai blucerchiati, gli valgono la titolarità contro il Milan tra le mura amiche. Risultato? La truppa rossonera giocherà una delle partite più spumeggianti che si siano mai viste in Serie A, conquistando il Ferraris con un netto 0-3, mentre di Yanagisawa, sforzandosi di ricordare un dettaglio di quel match, c’è traccia solo sul foglio della formazione consegnato ai giornalisti prima della partita. Tale partita, inutile dirlo, sarà incisa sulla lapide che decreterà la fine dell’avventura genovese del giovane Atsushi, dato che Novellino non è un tecnico da seconde opportunità (gli concederà qualche spezzone giusto se costretto) e il ragazzo ogni volta che apre bocca fa più danni della grandine. È infatti al Corriere dello Sport che dichiarerà: “È da quando sono bambino che quando ricevo palla in area mi chiedo se devo passare, tirare o stoppare (ma non si paragonava a Inzaghi? ndr)” e “Da piccolo in realtà volevo giocare a baseball, ma c’era un limite d’età ed ero troppo giovane. Nella squadra di calcio del mio amico, invece, poteva giocare chiunque”. La puzza tipica dei bidoni inizia ad essere fin troppo riconoscibile.

Che fine ha fatto?

Yanagisawa vorrebbe tanto rimanere a Genova, ma la seconda chance, stranamente, non arriva. La sua avventura italiana prosegue un altro anno a Messina dove giura vendetta alla Sampdoria. Inutile dire che pure in questo match il giapponese, pur schierato per novanta minuti in campo, risulta deleterio per i siciliani. Farà ritorno quindi in terra natia dove sicuramente non sfigura più di tanto, ma altrettanto certamente non è più la stella che brillava prima dell’avventura italiana. Insomma, Zico era un’altra cosa. E come per tanti prima e dopo il buon Atsushi, tanto tuonò che… non piovve!