Dopo la fallimentare esperienza di Marco Giampaolo, arrivato a Milanello con la volontà di puntare su una “linea giovane”, l’annata calcistica del Milan era già stata bollata come “sprecata”, da concludere il più in fretta possibile, cercando di arrivare in fondo senza troppi danni a livello di risultati e d’immagine: questa, in sintesi, è l’immagine in minore che il Milan ha lasciato trasparire a partire dall’ottava giornata di campionato ed è proprio in quest’ottica che si era scelto di puntare – ad interim – su Stefano Pioli;  un allenatore navigato, con discrete esperienze nel Bologna e nella Lazio, bravissimo nello stemperare situazioni bollenti, ma sicuramente non in grado di far compiere alla squadra quel “salto di qualità” tanto auspicato dai tifosi, dai dirigenti e soprattutto dal suo proprietario.

Un’ambiguità di fondo

Passare in poco tempo da un allenatore giovane e rivoluzionario come Marco Giampaolo a uno più esperto e conservatore come Stefano Pioli era apparsa sin da subito una manovra dettata più dalla paura che da una scelta consapevole. Questa rapida revisione del progetto sportivo ha mostrato un’ambiguità di fondo preoccupante, che se da un lato è sintomo di una fragilità societaria d’altro canto è andata presto a intaccare la squadra e le scelte di mercato; dopo aver optato per uno staff tecnico ad interim, il Milan ha infatti deciso d’ingaggiare Zlatan Ibrahimovic – assecondando il volere dei tifosi e dimenticandosi per un attimo la rigidità della linea giovani a basso costo – risolvendo da un lato i problemi di classifica, ma sovvertendo totalmente le strategie di mercato dichiarate a inizio campionato. L’ambiguità si è poi protratta lungo tutta la stagione, poiché se da un lato i risultati e il gioco hanno cominciato a dare ragione a Pioli e a Ibrahimovic, contemporaneamente le voci incalzanti di una nuova possibile rivoluzione, targata Ralf Rangnick (ex dirigente di Hoffenheim e Lipsia), è circolata intensamente, prima della clamorosa conferma di Pioli della scorsa settimana.

Il fattore Pioli

La conferma di Pioli è una scelta comprensibile, ma sicuramente inattesa. Tanti tifosi milanisti erano pronti a scommettere, fino a qualche giorno fa, sull’addio (a malincuore) di Pioli e sull’arrivo di Rangnick sulla panchina rossonera. Anche in questa scelta l’ambivalenza di fondo si è fatta sentire al punto che in pochi giorni il sicuro esonero di Pioli si è trasformato in un sorprendente prolungamento del contratto e quindi del progetto sportivo. In questa delicata fase, i risultati portati da Pioli sembrano aver avuto la meglio su qualsiasi sogno di rivoluzione; dopo aver conquistato la semifinale di Coppa Italia (poi sconfitto dalla Juventus ai rigori), l’allenatore emiliano ha raggiunto la zona Europa League, inanellando un ciclo di risultati utili importante (è l’unica squadra assieme all’Atalanta di Gasperini a non aver ancora perso nella stagione post-COVID) ma soprattutto ha ridato smalto a giocatori che erano considerati ormai esclusi dal progetto Milan, come Kessie, Rebic e Çalhanoğlu.

Stefano Pioli, attuale tecnico dell’ AC Milan, riconfermato anche per la stagione 2020-21

Un rischio concreto

Se a oggi – dopo il roboante 5 a 1 rifilato al Bologna e il pareggio con l’Atalanta – il cielo è azzurro sopra il campo di Milanello, il domani del Milan invece è tutto da scrivere. Premesso il fatto che chi scrive crede nella bontà del lavoro svolto da Stefano Pioli, la sensazione che a una nuova (prima) crisi a livello di risultati, la certezza su Pioli possa facilmente vacillare e con essa risorgere l’idea di fare tabula rasa di giocatori, staff tecnico e dirigenti. Pioli quest’anno ha dimostrato di meritarsi il Milan, la società e la proprietà invece hanno dimostrato una difficoltà gestionale che non promette nulla di buono all’orizzonte.