Mancavano solo 3.5 chilometri a corsa quando ho realmente realizzato di essere arrivata al termine di questa fantastica gara. In questi ultimi chilometri cerchi di tirare fuori le ultime energie che ti rimangono dopo quasi 11 ore di sforzo fisico e mentale. Ed è in questi momenti che esce la forza del team: ormai esauste, bisogna sapersi sostenere a vicenda per poter raggiungere il traguardo. Non ho mai corso per così tanti chilometri, le mie ginocchia erano doloranti, ma cercavo di non pensarci e guardare solo il paesaggio che avevo davanti agli occhi. La mia compagna di squadra, ormai sfinita, parlava utilizzando le sue ultime energie per farsi sentire presente, dicendomi “I do my best, you are strong”. Ormai avevamo terminato questa impresa, eravamo lì, a pochi metri dal traguardo, e forse solo in quell’istante la mia mente si è spenta. Non ho più pensato a nulla tranne che a condividere con lei quel momento.

Arrivare fino all’Ötillö World Championship è stato un percorso lungo. Tante ore di preparazione, tantissime nuove conoscenze e tantissime emozioni. Purtroppo nello sport non tutto va sempre come te lo aspetti. L’imprevisto è sempre dietro l’angolo e questa volta è capitato a noi. Ci siamo preparate tanto e mancava davvero poco per partire con la mia compagna e finire questo percorso iniziato insieme. L’infortunio è arrivato, non ci voleva, non lo meritavamo, ma ormai bisogna accettare e reagire. Ma come? Tante erano le domande che mi ponevo e a questo punto la decisione da prendere non era semplice. Dentro di me volevo portare a termine il percorso, perché nel caso fosse successo il contrario, avrei voluto lo stesso per la mia compagna. Volevo finire quella gara, perché insieme avevamo conquistato la qualifica ed era giusto per me andare e chiudere così questo ciclo.

Le ultime settimane di preparazione sono state molto dure dal punto di vista motivazionale. Non sapevo con chi avrei compiuto questa impresa. Sembrerà banale per tanti, ma correre una simile gara con una persona che non conosci non è facile. In questi momenti sei spinto a mostrare il meglio e il peggio di te stesso. Bisogna dunque avere un feeling speciale con il tuo partner, per potersi sostenere e motivare.

Ho ricevuto diverse richieste, come anche diverse rinunce. Scegliere non è stato facile, ma ho usato l’istinto e sono andata verso una persona molto più esperta di me in acqua, capace di nuotare oltre 20 km nell’oceano, ma forse un po’ meno preparata dal punto di vista fisico sulla corsa a piedi. Questa scelta mi ha dato una grande sicurezza. Sapevo che potevo contare su di lei nelle tratte a nuoto, anche se non la conoscevo personalmente: avendo fatto gare da 20 km in acqua, Cassandra doveva sicuramente avere una grande forza mentale e questa è la base per affrontare l’Ötillö.

Ho conosciuto questa ragazza a Stoccolma, solo due giorni prima della gara. Sapevo che non parlava bene l’inglese, ma comunque siamo riuscite a comunicare sin dall’inizio. Ci siamo conosciute nuotando 15 minuti in piscina, solo per provare il materiale, e poi insieme abbiamo preso il bus diretto a Djuronaset (SWE), dove tutti gli atleti soggiornavano per una notte prima della gara. In queste ore abbiamo parlato tanto, cercando di capirci il più possibile e sapere come sostenerci nei momenti difficili.

Un hotel bellissimo, a due passi dall’oceano, ci ha ospitato fino alle 3 del mattino del giorno successivo. Alle 3.45 eravamo già pronte al tavolo della mensa per la colazione. Entrambe preoccupate, cariche d’adrenalina, ma in ansia per quello che ci aspettava. In questo momento ho capito che io e lei avevamo dei lati caratteriali in comune: quando sono in ansia non parlo, cerco di stare calma e pensare a quello che devo fare. Lei è uguale a me, silenziosa e di poche parole prima di una gara. Stavo davvero bene, sapevo che potevo contare su di lei se ci fosse stato un problema.

Alle 4.45 ci hanno imbarcato sul traghetto in direzione dell’isola di partenza. Un’alba fantastica ha dato inizio a questa esperienza. Il tempo era dalla nostra parte, non era freddo, l’acqua era fredda, ma piatta… tutte le condizioni erano perfette.

Alle 5.59 precise eravamo alla partenza, pronte, anzi prontissime, ormai non si poteva pensare ad altro che alla linea d’arrivo: Utö, l’ultima isola, 75 km davanti a noi, la ventiquattresima che avremmo dovuto raggiungere.

Il percorso era molto tecnico, rocce scivolose, sassi imprevedibili. Sono convinta che una gran parte della mia energia l’ho spesa concentrandomi su come posare i piedi ad ogni passo.  Ho visto tanti atleti cadere per le difficili condizioni del terreno, sia donne che uomini. A noi è andato tutto per il verso giusto.

Non abbiamo sbagliato niente, siamo state prudenti, l’una con l’altra, ed eravamo largamente in vantaggio rispetto ai cut-off che la gara imponeva (limiti di tempo nei quali dover effettuare le tratte ed evitare l’esclusione). L’unico sbaglio per il quale  possiamo provare rimpianto, è stato quello di partire in partenza un po’ arretrate rispetto alle altre coppie. Forse per timore e per agitazione non abbiamo usato un po’ di astuzia verso la tattica di gara, come altre coppie invece hanno fatto.

In queste ore ho conosciuto totalmente una persona, meglio di qualsiasi altra che magari conosco da anni. Sembra davvero assurdo, ma è la realtà di questa avventura.

Questa gara è una sfida con te stesso, contro le tue paure, contro la fatica e i dolori muscolari. Non basta avere il fisico, bisogna avere un mentale forte e tanta forza di volontà da trasmettere a te stesso e al tuo compagno di squadra.

Al 50esimo chilometro ci aspettava la tratta più lunga a corsa: dopo 7 ore di gara dovevamo ancora affrontare 20 km solo di corsa. Pensavo fosse la parte più dura, la stanchezza ormai era tanta e pensare di correre per così tanti chilometri poteva essere un ostacolo difficile dal punto di vista psicologico. Invece, minuto dopo minuto, l’abbiamo affrontata alla grande. Abbiamo corso benissimo senza mai fermarci. Passati questi 20 km, sapevamo di aver superato ormai il 90% della gara; ora bastava solo crederci.

Cassandra è un ottima nuotatrice. Nella parte iniziale della gara ha guidato lei il nuoto e io le tratte a corsa. Da metà gara in poi ha però avuto bisogno d’aiuto. “Saby, I have to rest”, non si sentiva abbastanza in forma per dirigere lei il nuoto (stare davanti implica direzionare la coppia e ciò richiede tanta concentrazione ed energie). A questo punto, anche se non era il mio compito, ho preso il comando anche del nuoto, mi sentivo bene e sapevo di poter nuotare davanti senza problemi e portarci fino alla fine.

Finita l’ultima tratta a nuoto, ho tolto la cuffia e ho capito che ormai anche se fosse successo qualcosa saremmo arrivate: l’unica frase che le ho saputo dire è stata: “Only 3.5 km now… It’s nothing compared to what we have done”.

Dopo 75 km eravamo ormai alla fine di questa lunga giornata. Non so spiegare a parole quello a cui ho pensato negli ultimi metri di gara, forse, come ho detto all’inizio, la mia mente si è spenta. Impossibile descrivere ciò che ho provato alla fine, abbracciando la mia compagna. Indescrivibile, fantastico e indimenticabile.

Porterò sempre questa esperienza nel cuore, non solo per la performance che ho compiuto, ma per tutto ciò che a livello umano mi ha regalato. Sono partita da sola verso qualcosa che per tanti era una pazzia. Di testa non ero sicuramente pronta, ma sapevo di potercela fare.

Devo ringraziare tutti gli amici che mi hanno sostenuto, la mia famiglia, il mio allenatore e la mia compagna di avventure alla quale spero di poter raccontare questa esperienza come se l’avesse vissuta con me.

Grazie Ötillö… Che fantastica avventura mi hai regalato.

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