Sabato c’è una finale di Champions League che, per il sottoscritto, rappresenta un viaggio indietro nel tempo. Forse per la prima e ultima volta, il trofeo verrà assegnato in uno stadio mai devoto al calcio: il Millenium Stadium di Cardiff, che per motivi di sponsor (perché dovete sempre rovinare tutto?) dovremmo chiamare Principality Stadium. Ricordo ancora quel settembre 2000, il mio trasferimento in Galles, la partenza da una Sonnenstube sotto la pioggia torrenziale e l’arrivo in una Londra calda e assolata… Tutto alla rovescia insomma e, per certi versi, stavo effettivamente approdando in un mondo capovolto (almeno per i nostri parametri sportivi). Il treno arriva a Cardiff, mentre il mio sguardo era ancora rivolto verso il mare e le ciminiere della birreria Brains. Esco dalla stazione Centrale e intravedo già la struttura del Millenium: corro a vederlo da vicino (con bagagli e il resto, faccio notare) ed è amore a prima vista. Vengo recuperato da un taxista e, nel tragitto, scopro che lo stadio sorge a qualche centinaio di metri dal Castello simbolo della città: passato e presente a stretto contatto, come avere un Duomo di Milano a 500 metri da San Siro; cosa che non capita tutti i giorni. Volevo entrarci? Potete scommetterci, e un paio di settimane si presenta l’occasione perfetta con Galles-Norvegia, qualificazioni per i Mondiali 2002. Allenato da Hughes, era il Galles di Giggs, del compianto Speed, Hartson, Bellamy (assente per squalifica): l’ennesimo Galles “vorrei ma non posso”; destinato a soffrire ancora a lungo. Fu una delusione, non certo per l’impianto (magnifico), o la prestazione interlocutoria dei dragoni (un po’ meno bella: 1-1 con pareggio scandinavo a 10’ dalla fine) ma per l’atmosfera: nonostante gli oltre 50’000 spettatori, mi sembrava mancasse qualcosa. Cosa? Un paio di mesi dopo arriva la risposta: Galles-Springboks, test match di rugby. Festa, canti tradizionali, inno cantato da 70’000 persone (non ho mai più visto cantare un inno nazionale con la stessa passione vista in quello stadio), ottima birra (eh, sì), spettatore al mio fianco che, offrendomi una pinta, mi parla della sua città (Swansea) orgoglioso sia di Dylan Thomas, sia della meta del giocatore di casa.

A quel punto mi era ormai chiaro quale fosse il rapporto del Galles (e in particolare di quello stadio che è di proprietà della Federazione Gallese di Rugby, la WRU) con il calcio e il rugby. La Nazionale di rugby è storicamente seguita con entusiasmo, anche perché è ormai un simbolo identitario come la lingua gallese (paradosso, se si considera che il bastione rugbistico è il sud del paese, mentre quello linguistico è il centro-nord). Il calcio, in Galles, è invece un fenomeno “grassroot”, vissuto più intensamente a livello di club, mentre la Nazionale vive un sostegno altalenante, a seconda dei risultati. Di questo coinvolgimento a corrente alternata fui testimone diretto, in occasione della mia ultima partita di calcio al Millenium, nell’autunno 2002: la storica vittoria per 2-1 sull’Italia di Trapattoni, nella campagna per Euro 2004. Il buon momento della Nazionale e le concrete possibilità di qualificazione, mandarono l’entusiasmo alle stelle: atmosfera calda quanto un 6 Nazioni o un Mondiale di Rugby, stadio tutto esaurito, esibizione della rock band dei Manic Street Preachers (un’autentica istituzione locale). Il clima festoso è comunque garantito, anche quando l’evento (se di alto livello) non coinvolge la Nazionale, con gran parte dei tifosi provenienti da fuori: il livello della finale di Champions è sicuramente altissimo, ma nella “periferia” calcistica rappresentata dal Galles, anche un Atletico Madrid-Monaco sarebbe stato un match perfetto per il Millennium.

Ricordo d’aver vissuto personalmente la pazza finale di FA Cup del 2001 (era il periodo in cui il Millennium sostituiva Wembley durante la ricostruzione) col 2-1 in rimonta del Liverpool di Owen ed ennesima sconfitta dell’Arsenal di “Voyeur” Wenger (che per fortuna è riuscito a cambiare rotta lo scorso weekend): raramente ho vissuto un’esperienza sportiva simile, e auguro a tutti di rivivere le stesse emozioni. A completare il quadro c’è l’impianto: maestosità, ottima visibilità, facilità d’accesso e grande livello di servizi: davvero perfetto, quindi una scelta ineccepibile anche dal punto di vista tecnico, nonché un’ottima pubblicità in vista dell’ulteriore ampliamento della capacità dell’impianto (che dovrebbe in futuro superare gli 80’000 posti).

Alla luce di quanto detto, può sembrare incredibile la scelta della Nazionale di calcio, che ha abbandonato da anni il Millennium, distribuendo le partite tra il Liberty di Swansea, il piccolo Racecourse Ground (tuttora lo stadio che ha ospitato più match dei Dragoni) di Wrexham (città dove nacque la FAW e di conseguenza il calcio gallese) e, soprattutto, il nuovo stadio del Cardiff City.

Certo: in caso di qualificazione al Mondiale 2018 le cose potrebbero cambiare ma, evidentemente, alla FAW vogliono procedere con cautela…

Per ora invece arriva la finale di Champions, scusate se è poco: e pazienza se, come probabile, i tifosi di Real e Juventus incontreranno il solito vecchietto, intento a ricordarvi come JPR Williams, negli anni ’70, sapesse tirare calci nel sedere (veri, non metaforici) agli Springboks. Non prendetelo in giro, perché il bello del Galles è anche in questo folle amore. Ma almeno, per una volta, potrete dirgli cortesemente di tacere…

Cristian Pasotti