C’è una squadra che ha iniziato questo 2021 male, malissimo. Una formazione che negli ultimi tre anni aveva incantato, mostrando un calcio dinamico e concreto, fatto di corsa e gol. Tre anni culminati con grandi vittorie: Champions League, Supercoppa Europa, Mondiale per Club e Premier League. Stiamo parlando, lo avrete capito, del Liverpool.

Un inaspettato tracollo

Dopo le prime 19 partite i Reds hanno 21 punti in meno rispetto allo scorso anno. Oggi 34, dodici mesi fa 55. Nessun campione in carica, nella storia della Premier League, aveva fatto così male l’anno successivo al titolo. La squadra di Klopp ha conquistato un altro “invidiabile” record: è il primo team di vertice a non riuscire a segnare per quattro partite consecutive (nonostante ciò, con 37 reti, resta il miglior attacco della Premier). Sono stati 87 i tiri nelle ultime quattro uscite, nessuno dei quali ha terminato la sua corsa in fondo al sacco. Proseguiamo. Era dai tempi del Mainz – dicembre 2006 – che Klopp non rimaneva a secco di gol per quattro partite. La sconfitta, al cospetto del Burnley, ha interrotto una striscia positiva che durava da 68 incontri ad Anfield. Terminiamo con un dato: Robertson, Fabinho, Oxlade-Chamberlain, Shaqiri, Salah, Alisson e Mane non avevano mai perso tra le mura amiche in Premier League.

Quel Liverpool imbattibile, quindi, non c’è più, o almeno da qualche settimana a questa parte è svanito. E allora proviamo ad analizzare i perché. I più nostalgici diranno “mancano i tifosi e i supporter del Liverpool sanno darti quel qualcosa in più“. Sì, forse. Ma c’è molto, molto di più. La seconda tesi è “ormai le altre conoscono Salah e compagni e hanno trovato le contromisure“. Anche qui, del vero c’è. Ma non può spiegare una differenza simile.

I Reds nella stagione 2018/2019 hanno flirtato con i cento punti, arrendendosi al solo Manchester City dei record. Vinsero però la Coppa dalle grandi orecchie. Ecco, tutti videro la forza del Liverpool e già nella passata stagione le concorrenti provarono ad adottare contromisure. Invano. Il Liverpool era una macchina perfetta, che seguiva il suo spartito e nessun musicista andava fuori tempo. Mai una nota stonata. Un coro perfetto, per armonia e intonazione, con dei tenori che spiccavano. E allora, direte voi che avete letto fin qui, dove sta l’inghippo? Proprio in questa macchina perfetta, che si è rotta. La Mercedes di Lewis Hamilton è imbattibile, ma provate ad allentare una componente. O, peggio, allentatene due.

Il non mercato del Liverpool

Il Liverpool è stato presuntuoso in estate. Oltre a un attacco formidabile, i rossi hanno costruito le loro vittorie su una difesa straordinaria, guidata dal miglior esponente del ruolo: Virgil van Dijk. L’olandese da quando è stato acquistato non ha praticamente mai saltato una partita. D’altro canto, al suo fianco, si sono alternati in tanti. Lovren, Gomez e Matip. Gli ultimi due, se in forma e al 100% della condizione, hanno dimostrato di essere affidabili. Il croato ha alternato buone prestazioni a cadute rovinose, motivo per cui quando è arrivata un’offerta dalla Russia non hanno esitato un secondo. “Ciao Dejan e grazie“. Una scelta che ci poteva stare, se in sede di mercato lo avessero sostituito.

E invece no. Matip e Gomez, storicamente, hanno mostrato di non poter garantire una presenza costante. E Van Dijk ha concluso la sua stagione anzitempo, complice un intervento criminale di Pickford nel derby contro l’Everton. Lì qualcosa si è rotto. Il suo ginocchio, certo, ma anche quel giocattolino costruito con cura. Da quel giorno la difesa del Liverpool si è sgretolata. Fuori anche Gomez, con Matip che ha fatto la spola tra il campo e l’infermeria.

Cosa fare?

Semplice, di necessità virtù. Si è abbassato Fabinho, con il brasiliano che si è – e si sta – disimpegnando alla grande. C’è un però. Fabinho non è van Dijk. Lapalissiano, direte voi. Il Liverpool, in un sol colpo, si è indebolito in due reparti. Dietro, perché il numero 4 era formidabile nell’uno contro uno e aveva la capacità di tenere sempre i suoi nella metà campo avversaria. Davanti, perché Fabinho garantiva, oltre a un’ottima costruzione palla a terra, quel filtro necessario per proteggere i Reds. Il Liverpool attacca, con tanti uomini, serve qualcuno che controlli il fortino.

Oggi quel qualcuno Klopp lo ha perso. Van Dijk, inoltre, era molto bravo a dettare i tempi: tenere il pallone, accelerare, partire palla al piede o lanciare. Questo è un punto cruciale. Il Liverpool ha sempre ribaltato l’azione con grande facilità. Da una parte all’altra del campo, spesso con un lancio di 40-50 metri a cura del centrale dai capelli lunghi. Un lancio a scavalcare la prima linea di pressione, spesso dal centro sinistra al lato apposto del campo, per Alexander Arnold, che così facendo poteva prendere in contropiede la squadra avversaria. A questi aspetti aggiungete che il centrale ha sbrogliato alcune partite complicate con i suoi temibili colpi di testa da palla inattiva. E pure il brasiliano ha abituato ad alcune reti dalla distanza, anche importanti, vedi quella al cospetto del City. 

Ecco che il quadro che inizia a delinearsi è tutto fuorché roseo. Con i continui infortuni Jurgen Klopp ha dovuto indietreggiare pure Jordan Henderson. Altro tassello indispensabile. Il capitano, a dispetto di alcune insistenti critiche degli anni passati, ha mostrato il suo valore. Per carisma, ma pure per sapienza e dinamismo. Un calciatore box-to-box, come dicono gli inglesi. Lo vedi nella tua area a recuperare il pallone e pochi istanti dopo dall’altra parte, che si inserisce e crea scompigli.

Scompiglio, corsa e spazi

Scompiglio, corsa e spazi. Movimenti e velocità. Erano questi gli ingredienti del Liverpool, per i motivi citati sopra. Ora questo gioco non c’è più. Prendiamo in esame la prestazione di alcuni singoli. Partiamo da Trent Alexander Arnold. Il suo gioco non è cambiato, macina chilometri e chilometri sulla sua fascia di competenza. Sono però cambiate le prospettive: pochi mesi fa ribaltava il fronte, prendeva in controtempo gli avversari. Oggi, quando riceve palla la squadra avversaria è già schierata. Così facendo il suo gioco risulta poco efficace. Nell’ultima gara di Premier, contro il Burnely, ha realizzato poco meno di 30 cross. Nessuno ha impensierito la difesa avversaria, già pronta, schiena alla porta e ben posizionata. Un numero di cross simile alle medie degli ultimi anni, dove si tramutavano in assist, perché effettuati in velocità.

Il tridente dei sogni e le scelte di Klopp

Un altro è Roberto Firmino, il vero regista del Liverpool. Colui che con le sue giocate ha sempre foraggiato Salah e Manè. Sapeva scappare dalla marcatura, scivolare sulla linea dei centrocampisti e aprire spazi e giocate per gli altri due. Oggi, con un Liverpool lento e compassato, una volta che il numero nove si stacca dalla marcatura ha poche possibilità, spesso è costretto a una giocata semplice in orizzontale. Anche Manè sta pagando il “rallentamento” della manovra. Il senegalese non può scaricare il suo tachimetro e lasciare sul posto gli avversari, un modo di giocare che ne indebolisce il potenziale.

E in tutto ciò, cosa fa Klopp? Vi ricordate una celebre e recente conferenza stampa di Antonio Conte in cui parlava del “Piano B”. Ecco, a oggi, il Liverpool non ha un’alternativa. La rosa, per esempio, è sprovvista di un ariete capace di raccogliere palloni alti. La rosa, a dirla tutta, è lacunosa da più parte. Un eccellente undici di Gala, qualche buon rincalzo e poi il deserto. Origi è il fratello del calciatore che mise il suo sigillo della Champions League, Milner è ormai sul viale del tramonto, Minamino non ha ancora dimostrato di avere i crismi del grande giocatore, Chamberlain non si è ripreso dai grandi infortuni e sui giovani, soprattutto in un momento così delicato, non si può fare affidamento del tutto.
Se manca il ritmo, il Liverpool è costretto ad affidarsi alle sue individualità, su tutte Salah, unico il cui rendimento – e pure l’efficacia – è rimasto costante. Insieme a lui si era affacciato Jota. L’ex Wolves aveva tolto più volte le castagne dal fuoco, ma anche lui si è dovuto arrendere alla Dea Bendata. 

Le prospettive della stagione dei Reds

At the end of the storm there is a golden sky“, recita il testo dell’inno laico del Liverpool. Ma come fare per rivedere il cielo dorato? Servirebbe un intervento sul mercato, un intervento che porti in dote un difensore centrale di ruolo. Klopp lo ha richiesto a gran voce, ma pare che per il momento i dirigenti da quell’orecchio non ci sentano. E qui torniamo alla presunzione. Per un momento il Liverpool ha creduto di essere più forte di tutti e tutto, anche delle avversità. Un errore. Il motore di quell’auto pressoché perfetta non gira più, o gira a marce basse, e per vincere il “marchio” non basta. Ce lo insegna, giocando e spaziando un po’ per gli sport, la Ferrari. Alla chiusura del mercato manca poco e serve qualcosa. Forse, dopo l’eliminazione in FA Cup al cospetto del Manchester United qualcosa si muoverà.

In due occasioni il Liverpool ha mostrato tutte le sue lacune: la prima con l’errore, evidente, del giovane Williams che ha mostrato di non essere pronto per una maglia da titolare al centro della difesa. La seconda con il fallo di Fabinho ai danni di Cavani. Un eccesso di foga, tipica di chi quel ruolo non lo palleggia. Dalla punizione è nato il gol, decisivo, di un sempre più decisivo Bruno Fernandes. Il portoghese, dal suo esordio nel febbraio dello scorso anno, ha segnato come nessun altro giocatore di Premier League (28 gol). Con un uomo solo lo United ha cambiato volto alla sua squadra, migliorandola sotto tutti gli aspetti. Basta poco, prenda esempio il Liverpool. In fondo basterebbe guardare al recente passato dei Reds, con l’ingaggio di Virgil van Dijk. Un uomo, al posto giusto, al momento giusto. Al Liverpool serve proprio un uomo. Un cavallo su cui puntare le proprie chips, per salvare la stagione. Oggi, a conti fatti, il quarto posto non è più una garanzia vista la concorrenza serrata. E sarebbe una notizia clamorosa. Ci avreste creduto se ve l’avessero detto solo pochi mesi fa?