La genialità nello sport, nel calcio come nella vita è qualcosa di imprevedibile e sorprendente, tanto per l’artefice del colpo di genio quanto, soprattutto, per colui che assiste. È una forma di separazione tra i due individui, chi fa e chi vede appunto. Chi fa dà alle sue azioni un’accezione quasi divina. L’affermazione della propria superiorità attraverso un gesto, riconosciuto all’unanimità come qualcosa di unico e geniale. Nel calcio la figura del genio ha diverse connotazioni e personalità. C’è chi alimenta costantemente la partita con giocate che aumentano l’hype dello spettatore che sfiora l’incredulità nel vedere così tante manifestazioni del genio, concentrato e attento come un pianista. Poi c’è chi invece si accende ad intermittenza, che vale il cosiddetto prezzo del biglietto con una singola giocata, a volte utile solo a stropicciarsi gli occhi. Sono quei giocatori che o non ingaggeresti mai per un’ipotetica squadra oppure a cui troveresti sempre un posto nell’undici titolare perché già ne hanno trovato uno ben radicato nel cuore. Hanno contorni romantici come quei pittori non riconosciuti a sufficienza nel fiore degli anni.
Quasi come a volerli avvicinare a due a due, consapevoli che parleranno una lingua con un denominatore comune ben preciso, nomineremo quattro geni posti in coppia.

I primi dell’appello rispondono al nome di Modric e Iniesta. Rivali nel clásico di Spagna e geni di due compagini vincenti.
Luka Modric, classe 1985 di Zara, in Croazia. Il suo paese d’origine gli conferisce un andamento leggiadro e umilmente silenzioso. Poche parole espresse, tante giocate da salvare nella memoria. È il numero 10 della squadra più vincente degli ultimi anni, il Real Madrid allenato da Zidane, uno che già da giocatore prediligeva l’utilità ma con una buonissima dose di dilettevole e che quindi sa anche come individuarlo.
Modric è la dimostrazione di come la genialità, come l’eleganza, sia incantevole se posta al servizio dei compagni. Che a prescindere da chi possa beneficiare del colpo, è qualcosa che va condiviso. A differenza di altri la sua genialità porta trofei, la sua inventiva costante, motore della manovra merengue, soddisfa anche il palato fine ed esigente del Bernabeu, che si è fatto sentire pochi giorni fa, quando contro il Milan, gli ha tributato una standing ovation, a contrastare la paura e le voci di mercato che lo davano in partenza, pronto a vestire la maglia dell’Inter.

Stesso paese ma maglia degli acerrimi rivali: Andrés Iniesta Lujan ha fatto per anni il brutto e il cattivo tempo a Barcellona, il Camp Nou, specie nelle partite più importanti è stato teatro di monologhi speciali con i quali il genio di Fuentealbilla ha regalato prima a Riijkaard e Guardiola e poi ai successori trofei da inserire in bacheca. Accompagnato da Xavi, Messi e altri campioni, il merito di Iniesta è stato elevarsi al di sopra con la sua pacatezza glaciale e la riservatezza appartenente più ad un reale che ad uno sportivo. Il suo tocco studiato ha da sempre lasciato presagire che l’invenzione fosse dietro l’angolo. I compagni, devoti e gentili benefattori, ne riconoscevano l’importanza, gli spettatori lo hanno ribattezzato “Don Andrés”, quasi come a sottolineare un’eleganza e un’accortezza, coltivata con fierezza nella Masia, la culla del successo blaugrana. Guardiola in un recente messaggio proprio per Iniesta ha ammesso che quando lo ha visto giocare avrebbe scommesso sul suo approdo in prima squadra. Il caso ha voluto che il primo a godersi i primi spettacoli del genio con il numero otto fosse proprio Pep che l’ha plasmato e reso uno dei centrocampisti più forti della storia del calcio.

La seconda coppia è più vicina e simile di quanto si possa pensare. Per anni i club in cui hanno vissuto i momenti migliori si sono giocati il primato di più titolati, Boca Juniors e Milan, rispettivamente Juan Román Riquelme e Dejan Savicevic. Entrambi con il passo cadenzato, arricchito da giocate sporadiche e improvvise. Apparentemente stizziti, sembravano quasi quei poeti che, per dispetto, privano del loro componimento migliore una platea quasi ingrata e che si sarebbe gustata la loro migliore versione quando gli stessi protagonisti l’avrebbero deciso.

Juan Román, uno che ha riservato gran parte della sua magia all’amata Argentina e alla Bombonera, per sua stessa ammissione il giardino di casa sua. Ha vinto una Libertadores da solo nel 2007 e quasi riusciva nell’impresa di portare il semi sconosciuto Villarreal ad una sorprendente finale di Champions League nel 2006. L’errore che lo impedì, dal dischetto contro l’Arsenal in semifinale, fu suo, vinto da quell’emotività che a volte schiaccia quei geni costretti a sorprendere prima di tutto se stessi. Ambasciatore del tocco di suola, che in Argentina è tradotto con il più azzeccato “pisar”, con la maglia azul y oro Riquelme è diventato l’idolo di un popolo che scambia il calcio per una vera religione e che probabilmente alla fine dei conti preferisce lui a Maradona.

Schivo e a volte antipatico, ha mostrato tutta la sua genialità quando c’era da trainare il suo popolo, magari contro i rivali del River, ammettendo di non essere altro che un tifoso che aveva avuto il privilegio di indossare la camiseta e scendere in campo.
Anni prima e in una parte d’Europa che aveva vissuto periodi più tranquilli, in mezzo a geni calcistici del calibro di Stojkovic e Boban, si affermava anche il più eccentrico Dejan Savicevic, uno dei pupilli di Fabio Capello che gli perdonava anche qualche eccesso e errore tattico  di troppo. In una delle finali più sorprendenti della storia, in cui il Milan battè il Barcellona per 4-0, il sigillo del 3-0 è un colpo di genio del montenegrino: pallone rubato a Nadal e pallonetto da posizione defilata a Zubizarreta. Tra le linee come un ballerino aggraziato, Savicevic stregò tutti a colpi di mancino. Chi giocò con lui afferma quanto fosse meraviglioso vederlo da vicino, ma sarà uno dei dieci che tra poco molti affermeranno di conoscere poco. Profilo sempre deciso e verticale, anche nello sguardo, figlio di una cultura silenziosa e affascinante come quella dell’Est; Savicevic ha regalato perle di inestimabile valore senza quasi esigere nulla in cambio ed è con questa norma comportamentale che i geni approdano e restano in un’olimpo destinato crudelmente a pochi.

Quattro giocatori con un linguaggio comprensibile solo da loro stessi, che hanno fondato, con l’aiuto di tanti altri, un mondo fatato in cui il requisito per entrare a farne parte è la pura genialità, notoriamente donato a pochissimi individui.