Di questi tempi il campo semantico della guerra, della reclusione e della prigionia, così come quello opposto e agognato della pace, della libertà e del ritorno a una vita normale s’inseguono in maniera quasi eccessiva su tutti i social media e anche sugli organi di stampa: la necessità di rapportare la situazione presente all’ultimo grandissimo e drammatico sacrificio a cui l’umanità intera è stata chiamata – la seconda guerra mondiale – sembra doveroso, necessario e funzionale.

Pur non condividendone le ragioni di fondo – il fenomeno è di portata mondiale ma non di certo bellica – ho deciso di sfruttare questo immaginario al quale le autorità hanno deciso di fare appello, per riproporvi un classico della cinematografia americana, svelandovi anche qualche aneddoto forse non noto a tutti; sto parlando di Fuga per la vittoria (Victory, titolo originale), film uscito nel 1981, diventato famoso per la presenza cinematografica di grandi stelle del calcio come Ardiles ma soprattutto per quelle di Bobby Moore e Pelé, rispettivamente capitano della nazionale inglese vincitrice del Mondiale 1966 e icona calcistica per eccellenza a pari merito con El pibe de oro, prima dell’arrivo di CR7 e Messi.

Celebre di Pelé, con alle spalle le bandiere e i simboli delle forze naziste

La trama che si profila nella pellicola di John Huston  presenta due storie tra loro interconnesse: la prima è quella relativa al tentativo di un comando di alleati prigionieri, tra i quali ritroviamo Sylvester Stallone e Michel Caine, di fuggire dalle forze naziste impersonificate dal maggiore Karl von Steiner, interpretato da un insolito Max von Sydow; la seconda, che però occupa gran parte del film, è la partita organizzata tra le forze alleate e il comando tedesco. Il match, pur immerso in una cornice bellica – i gerarchi nazisti assistono al match in qualità di spettatori-sentinella – è un vero divertissement capace, attraverso l’adrenalina della partita e la bellezza di vedere sul grande schermo icone come Bobby Moore e O’Rey, di portare lo spettatore lontano da pensieri tristi, con una nota di simpatia per gli alleati. L’intenzione di John Huston di fare un film sul secondo conflitto mondiale, facendo del calcio una sottile metafora della lotta per la libertà è riuscitissimo: l’immedesimazione con la squadra degli alleati è spontanea, tramutando il sentimento d’avversione per le forze naziste in un sano antagonismo sportivo.

Ancora più interessante è però sapere che la storia raccontata da Huston, per quanto romanzata, è realmente avvenuta. Il film infatti è liberamente ispirato a quella che venne chiamata «la partita della morte», disputata tra ufficiali tedeschi e giocatori ucraini nel 1942. Eroe della storia sembrerebbe essere Iosif Kordik, dirigente di un panificio di Kiev e amante del calcio che, con l’aiuto di Nikolai Trusevic, ex portiere della Dinamo Kiev, riuscì a comporre una squadra di ex-giocatori della sua squadra e della Lokomotyv Kiev che diede vita alla START FC. La squadra venne sfidata da un comando tedesco, speranzoso di vincere e di poter così, attraverso la propaganda calcistica, convincere la città ucraina a cedere; la squadra guidata da Kordik mostrò ancora una volta il suo valore, mandando all’aria i progetti delle forze tedesche: una vittoria che forse non aveva ancora il gusto della libertà, ma che sicuramente riaccendeva la fiaccola della speranza di piegare le spietate forze nazifasciste, in un momento della guerra molto difficile.

Un’immagine della START FC, al momento della foto di rito, nel film di John Huston.

Quanto ci sia di vero e quanto di romanzato in questa storia è difficile dirlo e, non è un caso che a proposito di questa partita esista più di una versione storica. Huston, pur basandosi sugli elementi più romanzeschi della vicenda– quelli non confermati dalla critica storica – è riuscito a fare un film, che non è né storico, né sportivo in senso stretto, ma che ricorda a ogni spettatore l’importanza di non chinare la testa davanti alle avversità e di quanto l’unione possa fare la forza, nello sport come nella vita: “è arrivato il momento degli eroi”.