Quattro gol e tre assist nelle ultime quattro partite, record stagionale di punti già superato e un ruolo che sembra far fruttare appieno le sue caratteristiche: il talento di Luca Fazzini sembra essere in via di esplosione. “Finalmente” si diranno in molti, probabilmente quelli che troppo spesso si dimenticano la data di nascita dell’ala del Lugano: 17.03.1995. Ventuno anni e, come conferma il diretto interessato, “ancora un’intera carriera di fronte”. Appunto. Con lui facciamo un salto nel passato, stazioniamo nel presente, per poi tuffarci nel futuro, mantenendo sempre un occhio di riguardo per i giovani. Perché, checché se ne dica, non tutti sono Fazzini: pochi lo saranno, ma tanti vorrebbero diventarlo.

Luca, cosa ti ha spinto all’hockey?

“È uno sport che mi piaceva sin da bambino e che è stato facile scegliere, visto che mio papà mi ha messo da subito sul ghiaccio per imparare a pattinare. Fino ai 10-12 anni praticavo anche altre attività, come calcio e tennis, ma poi ho dovuto prendere la mia strada e ho deciso di concentrarmi esclusivamente sull’hockey”.

Fin da subito eri considerato un talento e in te erano riposte molte aspettative. Pensi che questa pressione ti sia servita a diventare ciò che sei o più che altro ha rappresentato un ostacolo?

“È difficile da dire. Credo però che mi abbia aiutato nelle giovanili per poi ritorcersi contro non appena compiuto il salto tra gli adulti. Da un lato era sicuramente positivo sentirsi dire che avevo tutte le carte in tavola per diventare un professionista, dall’altro, una volta giunto in prima squadra, non sono sempre riuscito a dimostrare il mio livello a causa proprio delle forti aspettative”.

In che momento allora hai capito che l’hockey avrebbe potuto essere il tuo lavoro?

“Quando ho firmato il mio primo contratto da semiprofessionista a 16 anni. Era un periodo molto positivo per me, siccome sia il Lugano sia la Nazionale mostravano interesse nei miei confronti. Oggi non posso che essere felice di quanto fatto, ma davanti a me c’è ancora una lunga carriera, bisogna avere pazienza e non smettere di lavorare duramente”.

Quali differenze hai riscontrato tra gli juniori e la prima squadra?

“In generale il livello è completamente diverso. Le prime volte che mi sono confrontato con la prima squadra era però molto evidente il cambiamento fisico e di velocità d’esecuzione. Per riuscire ad emergere oggi un giovane deve possedere una dote che sia nettamente più sviluppata rispetto alla media. Io sin dalle giovanili ho avuto la fortuna di riuscire a trovare tanti punti sia con il club che con la Nazionale, ciò ha facilitato il mio processo di ambientamento una volta entrato nel giro dei grandi”.

Come mai rispetto al passato sono notevolmente diminuiti i giovani che riescono a fare il salto?

“Ho visto tanti giocatori con potenziale che avrebbero potuto sfondare ma che non avevano la testa per arrivare. Ci sono diverse distrazioni fuori dal ghiaccio che possono rovinare la carriera di un giocatore e non è sempre facile fare la scelta giusta. Anche io ho dovuto imparare ad essere più professionale. Oggi non è più come ai tempi in cui c’erano due partite a settimana e si poteva sgarrare, bisogna essere consapevoli e allo stesso tempo furbi”.

Da quest’anno però è stato lanciato il progetto Ticino Rockets, pensi potrà essere d’aiuto?

“Non credo che tutti ora riusciranno a strappare un contratto nel massimo campionato, ma sicuramente le possibilità aumentano. Si tratta di un progetto serio e importante, ideale per quei giovani che terminano gli juniori élite e che faticherebbero a trovare spazio in Lega Nazionale A, soprattutto perché peccherebbero a livello fisico. Inoltre i Rockets permettono di mettersi in mostra in un campionato comunque ottimo e di maggiore visibilità come quello di Lega Nazionale B”.

 C’è una persona a cui ti sei ispirato, un idolo d’infanzia?

“Sinceramente no, non ho mai avuto un idolo d’infanzia. Come giocatore mi piaceva però tantissimo Glen Metropolit, è fantastico quello che ha fatto con il Lugano nel 2006 quando hanno vinto il titolo, gli bastava una giocata per risolvere le partite! Ricordo anche con piacere il periodo del lockout, quando ho avuto la fortuna di giocare con Patrice Bergeron”.

E un allenatore che ti ha lasciato il classico “qualcosa in più”?

“Non posso dimenticare l’esordio in prima squadra in amichevole quando in panchina c’era Barry Smith, oppure la mia prima partita di campionato con Larry Huras. Ma tutti gli allenatori sono stati importanti per me. Dopo di loro c’è stato Patrick Fischer e ora Doug Shedden. Ognuno mi ha insegnato diverse cose e tutti hanno contribuito alla mia crescita allo stesso modo”.

Sei un luganese DOC, cosa rappresenta per te l’Hockey Club Lugano?

“Si tratta di un club che mi ha dato tanto, a cui sono grato. Grazie al Lugano ho potuto esordire in prima squadra e farmi notare in Lega Nazionale. Qui poi ho la famiglia e gli amici vicino, è una cosa importante che può darti una spinta ulteriore”.

E…l’Ambrì?

“È un avversario, in tutti i sensi! Già nei Moskito e nei Novizi Elite si vive una sorta di competizione interna tra le due squadre e le partite sono qualcosa di veramente speciale. Ora poi ci sono pure i tifosi che rendono l’atmosfera fantastica. Sono comunque felice se l’Ambrì riesce a mantenere il suo posto in Lega Nazionale A, questa grande rivalità sportiva è uno stimolo in più per fare meglio”.

Stai vivendo un ottimo momento a livello personale, reputi sia questo il periodo migliore della tua giovane carriera? Qual è il tuo obiettivo personale?

“Penso di sì, è la prima volta che mi capita di andare regolarmente a punti come nelle ultime partite. Sto giocando tanto e questo sicuramente non può che aiutarmi. Il mio obiettivo? Punto ad avere una lunga e bella carriera in LN A. E poi, perché no, vincere un titolo”.