Nel mese di gennaio del 1961 le cose furono piuttosto movimentate negli Stati Uniti. Washington è il fulcro dei grandi cambiamenti. Fa freddo quella mattina. Dentro la Casa Bianca ancora tutto tace, mentre il verde dei giardini è mitigato dalla brina, comparsa in maniera copiosa anche in quel 3 gennaio. Uno squillo dall’ufficio presidenziale squarcia quel silenzio troppe volte dimenticato dagli States. Un secondo “drin” si ripropone quasi infastidito. Qualcuno risponde a quel vecchio telefono in bachelite color nero che funge da ferma carte per alcuni incarti segreti al mondo. C’è il Líder Máximo dall’altra parte. Non è sereno, è dubbioso sulle reali intenzioni degli americani all’Avana. Vuole tutelarsi. “Il vostro personale diplomatico a Cuba va ridotto”. Non sembra solo una richiesta, appare come un’imposizione. Eisenhower, 34esimo presidente americano, ci pensa, ma nemmeno troppo, tanto sta per lasciare i suoi appartamenti. “Saran poi affari del prossimo”. La risposta è piuttosto spiazzante. Dal quartier generale di Washington fanno sapere che le relazioni diplomatiche tra i due Paesi cessano immediatamente.

La storia del Mondo stava per aggiungere un’altra pagina, impregnata di sangue.

David Dwight Eisenhower salutò cordialmente il popolo il 17 gennaio, lasciando lo studio Ovale alla Nuova Frontiera di John Fitzgerald Kennedy, uno presentatosi con il leggendario “Ask not what your country can do for you – ask what you can do for your country” che non ha bisogno di traduzioni. Il democratico Kennedy provò poi a cambiare le tradizioni, cercando di cancellare dal mondo una parola malsana presente sulla bocca di molti: discriminazione, in tutte le sue forme.

Quella che vi proponiamo oggi è una storia di coraggio e di discriminazione, in un periodo in cui il diverso trovava spesso le porte del successo sigillate, chiuse come le menti degli stolti.

Per farlo dobbiamo attraversare l’Atlantico e spostarci in Inghilterra. Siamo sempre a inizio anno del 1961. Nel Nord-Est di Londra Patrick e Pearl Fashanu hanno seguito l’insediamento del Presidente della superpotenza mondiale con un po’ di speranza in più nel cuore. Il pancione di Pearl, guyanese, non lascia più dubbi: il piccolo Justin sta per conoscere il sole. È il 19 febbraio quando il babbo nigeriano corre a dare la bella notizia agli altri suoi amici barrister.

Ma le cose non vanno con l’arrivo del secondogenito, John. L’amore tra i genitori svanisce come polvere al buio. I due ragazzi nella loro cameretta hanno tante domande e ancor più dubbi, le loro valigie sono ormai stracolme di vestiti. Poi dalla finestra che dà sullo stradone, ecco una Bristol 404 fermarsi proprio sotto casa. Sono due giovani educatori del Dr Barnardo’s Home, che portano i due bambini nell’istituto, dove impareranno a essere bambini.
Un mercoledì di cinque anni più tardi riecco la medesima scena. C’è una valigia da riempire in fretta e furia, perché non c’è molto tempo. Alf e Betty Jackson stanno firmando le ultime carte per l’adozione. Si va ad Attleborough, nella contea di Norfolk.

Poi c’è il calcio, ovviamente. Entrambi crescono con il desiderio di diventare star del pallone e la strada sembra ben tracciata. Ma è soprattutto Justin e mostrare le potenzialità migliori, tanto che gli osservatori del Norwich quando lo vedono giochicchiare in giro per la contea ne restano letteralmente stregati. Justin viene integrato nelle giovanili, dove crescerà fino a debuttare in prima squadra nel 1979. A Carrow Road ci mettono poco a capire quanto sia bravo il ragazzo. Presenza fisica, velocità e piedi educati, questo è il giovane che sta per prendersi la luna. Ne sa qualcosa il Liverpool del grande Bob Paisley, che il 9 febbraio del 1980 saggia tutte le qualità dell’attaccante. Sotto 3-1, i canarini stanno provando a tornare in partita. La palla giunge sui piedi di John Ryan, che serve di prima Fashanu, posto spalle alla porta sulla destra dell’area. Il forte numero 9 si libera di Alan Kennedy con un sublime tocco di destro, che gli permette di far girare la palla verso il centro del campo. Senza pensarci due volte scaglia un terrificante e preciso sinistro al volo che va a insaccarsi all’incrocio. Sarà il gol dell’anno per la BBC. Quello che resta oltre a quel magistrale gesto tecnico è però la sua pacatezza nell’esultanza. Non un sorriso, non un gesto fuori dagli schemi. Solo un breve cenno al cielo con la mano destra, come se confezionare una cosa del genere contro i campioni in carica fosse una cosa normale.

Le serate in cima alla collina a contemplare il castello stanno per finire. Fashanu lì si sente un po’ il padrone di casa, come se fosse il prescelto per abitare quei salotti, dopo aver conquistato la città a suon di prestazioni convincenti. Fashanu è ormai un nome caldo, caldo come il cuore di chi quel giorno a Carrow Road c’era, e quel giorno di fatto decise che sarebbe dovuto essere proprio Justin a rimpiazzare Trevor Francis nel suo Forest. È estate, Brian Clough non sembra temere quella pioggerella che pare essere di casa a Nottingham. Il passo spedito verso la sede centrale del club è scandito dal ticchettio delle gocce sulla parte superiore dell’ombrello, rigorosamente SmithSon. Brian Appleby è già seduto nella sua poltrona, aspettando l’arrivo del suo allenatore. Clough entra senza nemmeno bussare, tanto lui può farlo.

“Presidente, mi compri Fashanu, da noi farà faville”. La richiesta non risuona come una novità, tanto che il numero 1 dei Tricky Trees ha già spedito il fax destinato a Norwich tre giorni prima.
“Mio caro Brian, venga vicino, guardi qui con i suoi occhi…”, Appleby con la punta della penna indica una cifra sul foglio ritornato da Norwich: 1’000’000 £. Un milione. Questo è il costo che il Nottingham dovrebbe sborsare per far percorrere a Fashanu le 122 miglia che portano dalla prima alla seconda città.
“Tricky, si fidi, li spenda”.

Cloughie è difficile che in quel periodo non venga ascoltato e così il Nottingham staccò l’assegno che farà diventare Justin il primo calciatore di colore ad essere pagato 1 milione.
Fashanu ha l’opportunità di spiccare il volo, ci sono tutte le circostanze per primeggiare, ma così non sarà, perché qualcosa va storto. In campo l’attaccante non sembra più se stesso, ma è la sua vita privata a tenere bando, perché il giovane si rende protagonista di diverse notti brave nei locali della città, locali non ancora abituali per la cultura dell’epoca. Memorabile in questo senso una conversazione con il proprio tecnico.

“Dove vai se vuoi una pagnotta, Justin?”
“Immagino dal fornaio, mister”
“E se cerchi un cosciotto d’agnello invece?”
“Da un macellaio, mister”
“Esattamente Justin, e allora spiegami, perché continui ad andare in quei cazzo di locali per froci?”

È l’inizio della fine, del Fashanu ammirato sul rettangolo verde non c’è più nemmeno il ricordo. La sua avventura con i Garibaldi Reds finisce presto. Gira molte squadre, senza trovare quella serenità che tanto gli avrebbe giovato. La mazzata finale arriva tra le fila del Notts County. Il ginocchio fa crack, quasi non riuscisse a sostenere tutto quel peso mediatico creatosi attorno a lui. Il responso medico è di quelli che fanno male: 4 anni di stop.

Il ritorno in campo avviene negli States. Fashanu non è più nessuno, calcisticamente parlando, eppure le voci corrono, le malelingue sono sempre pronte a rendergli l’esistenza impossibile. Fashanu non ce la fa più, cede sotto quella gogna creatasi attorno alla sua figura. Il 22 ottobre del 1990, in un’intervista al Sun, Justin Fashanu si palesa per quello che realmente è. Quella chiacchierata con il tabloid lo fa diventare il primo calciatore della storia a dichiarare pubblicamente la propria omosessualità.

Con questo gesto Fashanu tenta di porre fine a quel processo che da troppo tempo lo vede come imputato. Eppure la sua ammissione si rivela un altro autogol. Prima è la comunità nera inglese a ripudiarlo, poi colui il quale non ti aspetteresti mai: John, il fratello minore. Justin ora è davvero solo.
Per otto anni cerca una sistemazione adeguata in giro per il mondo, senza mai trovare la terra promessa.
La situazione precipita nel 1998, quando Justin è passato alla panchina, facendo l’allenatore per i ragazzi del Maryland Mania Club.

La mattina del 25 marzo, un 17enne citofona alla polizia di Ashton Woods, denunciando Fashanu per violenza sessuale. Il giovane racconta di essere stato drogato da Justin con della marijuana, prima di subire un abuso sessuale.
Il tentativo di difesa è inutile, nessuno vuole aiutarlo. Dopo qualche tempo il processo viene archiviato per mancanza di prove. Ma è tardi. La mattina del 2 maggio Justin Fashanu viene trovato impiccato in un garage a Shoreditch. Accanto a lui un biglietto riporta più o meno queste parole:

“Desidero dichiarare che non ho mai e poi mai stuprato quel giovane. Sì, abbiamo avuto un rapporto basato sul consenso reciproco, dopodiché la mattina lui mi ha chiesto denaro. Quando io ho risposto no, mi ha detto: aspetta e vedrai.
Spero che qualcuno lassù mi accolga: troverò la pace che non ho avuto in vita”