L’Ambrì ha finalmente scelto di ripartire dalle proprie radici: da Paolo Duca in qualità di direttore sportivo e da Luca Cereda quale Head Coach, due persone che incarnano a 360 gradi i valori del club leventinese. Una scelta logica, scontata e richiesta a gran voce dalla stragrande maggioranza del popolo biancoblù, mai come quest’anno pericolosamente allontanatosi dalla realtà. Mancava identificazione, che siamo certi ora verrà ritrovata, ma soprattutto obiettività. Da qui si deve ripartire, per cancellare una stagione che ha scritto una delle pagine più tristi dell’intera storia della società.

Ma iniziamo proprio dall’estate dello scorso anno, quando una campagna acquisti promettente solo sulla carta aveva ingannato i tifosi e gli stessi dirigenti. Alla Valascia erano sì giunti giocatori dal calibro di Peter Guggisberg, definito dall’ormai ex direttore sportivo Zanatta “un artista in grado di risolvere le partite da solo”, e soprattutto Matt D’Agostini, reduce da due stagioni con il Ginevra Servette culminate da 92 punti in 105 partite; ma si sono probabilmente sottovalutate le partenze di due “figli della valle” quali Inti Pestoni e Daniele Grassi. Lo scollamento, forse inconsciamente, è cominciato da lì e si spera sia stato interrotto solamente qualche settimana fa nello spareggio poi vinto agevolmente per 4-0 contro il Langenthal, fresco vincitore del titolo di Lega Nazionale B. In mezzo una miriade di errori che l’Ambrì ha rischiato di pagare a caro prezzo: con una retrocessione che per tanti significherebbe fine di una storia gloriosa.

Per fortuna così non è stato, e ora sembra che si sia imparato dal passato per costruire un futuro per forza di cose legato alla nuova Valascia e al mantenimento del posto in Lega Nazionale A. Se per il progetto pista non ci sentiamo di entrare nel merito, diverso è per quanto riguarda la questione salvezza. Come detto, nell’ultima annata, oltre all’identificazione è mancata l’obiettività. Ed è proprio qui che sta il nodo fondamentale. L’Ambrì è una realtà particolare, follemente legata al proprio territorio e ai propri tifosi. È dunque inutile sbandierare ai quattro venti obiettivi irraggiungibili ed illegittimi per le risorse economiche ed umane disponibili, quando i primi a saperlo sono proprio i tifosi.

Ci vuole chiarezza, fiducia reciproca e soprattutto pazienza. E allora che non si affermi “siamo da playoff” ad inizio stagione, che non si dichiari “siamo da quinto posto” dopo nemmeno dieci partite di campionato, che non ci si lamenti dopo tre sconfitte consecutive e che non si licenzi l’allenatore nei momenti di crisi. La realtà oggi dice che ci sono almeno nove squadre ben più attrezzate dell’Ambrì e che negli ultimi undici anni i biancoblù hanno fatto parte delle otto elette una sola volta. Qualcosa vorrà pur dire: è giunta l’ora di crescere uniti attraverso le sconfitte.