Le prime ore del mattino a Rosario non sono replicabili in nessun’altra parte del pianeta. Sulla sponda destra del Paranà la vita inizia sotto ritmo, con le persone che cadenzano i loro passi armonicamente, quasi a non voler arrecare disturbo a chi non ha ancora trovato le forze per congedarsi dal proprio letto. Le parole sibilline scambiatesi tra gli indigeni si contano sul palmo di una mano, gli sguardi svagati sembrano voler allontanare ulteriormente la vitalità che già di per sé fatica a giungere in città.

I fratelli Ramon non fanno differenza, dimostrando un’attitudine invidiabile allo stile di vita rosarino. Alle 08.45 si accingono ad addentare la seconda facturas, della prima non restano che spigolose briciole sparse sul tavolo intagliato del bar del Mundo, la loro casa adottiva. Luis, detto “el Cochurru”, è il più vecchio dei due, ha poco più di 70 anni e come d’abitudine indossa una larga camicia smunta. La barba chiazzata si confonde con i pochi capelli rimasti sui lati del capo, gli occhi azzurri sembrano essere l’unica cosa viva in quell’ambiente silenzioso. In faccia a lui siede Hugo, “el garduña”, 65 anni, occhiali crepati ad alleggerire le pupille dal peso dell’anonima quotidianità e poco voglia di tirare sera. I due non hanno alcun tipo di stress: disoccupati da anni, vivono grazie all’eredità di papà Manuel, uomo d’affari che in città conoscevano tutti. Anche quel mercoledì sembra destinato a procedere come tutti gli altri giorni della settimana.

L’Argentina non sta vivendo un periodo particolarmente stabile: è trascorso giusto un anno dalle elezioni generali del 1973, che videro il ritorno prepotente del peronismo e la fuga dei buoni propositi. Tornato dall’esilio ventennale paraguaiano, Juan Domingo Perón approfittò del “gran rifiuto” di  Héctor José Cámpora per ricandidarsi e stravincere le elezioni del 27 settembre 1973.
C’è sgomento in tutto il Paese, il futuro è un enorme punto interrogativo e di spensieratezza nemmeno l’ombra. A Rosario ci si comporta di conseguenza, anche se qui c’è qualcosa di diverso, un fattore capace di scongelare l’apatia generale e far tornare a vivere la popolazione, almeno per 90 minuti. Il calcio. Ed è il fútbol a cambiare la routine di quei due perdigiorno.

Sfogliando le fresche pagine di Olé di quel 17 aprile, Hugo sobbalza dallo schienale, attirando l’attenzione di Luis. “Oggi a Rosario gioca l’Argentina!”, esclama il secondo dei Ramon. A quelle parole Luis si porta la mano destra sulla fronte, inarcando la schiena all’indietro per dare un po’ di elasticità alla colonna. “Me n’ero letteralmente scordato”, risponde con tono grave. Dopo qualche secondo in cui gli occhi di uno interrogavano quelli dell’altro, la discussione prosegue. “È un evento imperdibile, speriamo di trovare ancora due biglietti”, riprende Hugo levandosi violentemente dal collo il tovagliolo. “No te preocupes, adesso andiamo dal Molinero e vedrai che risolveremo tutto”, lo rassicura Luis.

Il Mulinero non è altro che Roberto Guarallo, ciabattino di fiducia della famiglia. Uomo di poche parole ma dalla mano lesta e dalle conoscenze infinite, tanto da essere in ottimi rapporti con gli scout che lavoravano al Rosario Central, una delle due squadre del paese. A poche ore dal fischio d’inizio, lui e solo lui poteva ancora trovare due pass per i fratelli, che per nulla cosa al mondo si sarebbero persi quell’avvenimento. Cos’aveva di tanto speciale quella partita è presto detto. L’Albiceleste avrebbe affrontato in amichevole la rappresentativa rosarina, a pochi mesi dal via del Mondiale in Germania. Vladislav Cap, CT della Nazionale, aveva dunque deciso che uno dei test pre Coppa del Mondo si sarebbe svolto qui, contro una selezione formata da giocatori dal Central e dall’altra squadra di Rosario: il Newell’s Old Boys. Per non far litigare le due compagini decisero di farne giocare cinque per squadra. l’Undicesimo? Ci arriveremo.

Usciti dal Mundo, i due si incamminano lungo la via principale, per raggiungere a casa sua il Mulinero. Ai lati della strada si affacciavano i primi artigiani, pronti finalmente ad animare la giornata di Rosario. Dopo una decina di minuti ecco apparire l’inconfondibile cancello giallo della casa di Guarallo, che con ogni probabilità era già almeno alla terza ora di lavoro. Superato il varco, un prato che di verde aveva soltanto i ricordi li divideva dall’ingresso. La porta socchiusa e la maniglia alzata erano indizi probanti: Roberto era in casa.

“Oh oh, i fratelli Ramon, qual buon vento vi porta da queste parti? Di nuovo quelle maledette scarpe in pelle eh? Ve lo dicevo io che i miracoli non posso farli”. “No, quelle tengono ancora Roberto, siamo qui per la partita di questa sera”, annuncia quasi solennemente Hugo. “Mh, va bene, entrate”. Fatti due passi in avanti, Hugo e Luis videro finalmente Roberto, seduto sullo sgabello intento a sistemare delle calzature da donna sotto quel fascio luminoso derivante dalla lampada da scrivania. Senza distogliere lo sguardo dai suoi arnesi, il ciabattino continuò: “Il problema è uno solo: ho tre biglietti. Uno per me e due per Santiago Casol, che ha deciso di portarci anche la moglie”. In tutta risposta sul viso di Hugo si abbassò un alone di disperazione. Luis sembrava più sereno, come chi sa che alla fine a spuntarla in qualche modo sarà lui. “Senti, ci conosciamo da sempre, ti abbiamo dato sempre lavoro. Non facciamo scherzi. Quel merdon di Casol può farsi fottere, quanto costano i biglietti?”, domandò facendo qualche metro in avanti Luis. “25 pesos l’uno”, rispose Roberto dopo aver tirato fuori dal cassetto i ticket. “Bueno, te li paghiamo 40 l’uno, ti accompagniamo allo stadio e domani ti riverniciamo questa spelonca. Chiama Santiago e digli che l’affare è saltato”.

Levatosi i guanti da lavoro, Guarallo si alzò dallo sgabello e si diresse lentamente verso i due fratelli. Scuro in volto e con gli occhi socchiusi, arrivò a pochi centimetri dalla faccia del più grande dei Ramon. “Vedete di non tardare, esta noche juega el Trinche”, disse poi sorridendo il vecchio padrone di casa.
Puntuali come sanno fare gli argentini quando c’è di mezzo un pallone, i Ramon alle 18.45 si presentarono all’appuntamento, caricarono il vecchio Guarallo e imboccarono la strada che portava allo stadio. Più i minuti passavano più si intravedevano nelle macchine persone con sciarpe, maglie, bandiere e quant’altro ancora. Abbandonata la macchina nei pressi dell’impianto, finalmente i tre fecero il loro ingresso sugli spalti.

Il clima era già caldo, gli orologi segnavano le 20.15: mezz’ora al fischio d’inizio. In campo intanto i nazionali ultimavano il riscaldamento in un clima giocoso. In un angolo ecco el Inglés Babington palleggiare in tutta solitudine, mentre in mezzo al campo Bargas parlottava con Yazalde.
Dopo qualche birra e qualche coro tradizionale, le due rappresentative entrarono sul manto erboso, disponendosi per il calcio d’inizio: 11 nazionali, 5 del Central, 5 del Newell’s e poi il famoso undicesimo, il giocatore più forte del mondo.

La vita sa regalare momenti indimenticabili quando meno te lo aspetti. Quel giorno nacque e morì la leggenda di Tomas Carlovich, per tutti semplicemente El Trinche. Eroe universale per 45′, pusher della felicità una volta a settimana il resto dei giorni. Il Trinche era un calciatore fuori dagli schemi, uno capace di far impazzire letteralmente gli spalti. Giocate beffarde, tocchi degni dei più grandi e una malizia che gli permetteva di anticipare la giocata di qualche istante. Praticamente giocava avanti nel tempo.
Quel giorno il pubblico era spaccato in due, chi sosteneva la selezione e chi la Nazionale, che di lì a poco sarebbe dovuta partire alla conquista del mondo.

L’arbitro diede il via libera allo show personalissimo del “volante” che stava per deridere la Nazionale, da solo. Carlovich si posizionò davanti alla difesa in modo da accentrare il gioco su di sè. Il tifo impazzì dopo pochi istanti, quando il Trinche fece venire il mal di testa a Pancho Sà, accolto con un doppio tunnel clamoroso. Ventun calciatori intenti a giocare a pallone e uno che si districava in faccende sue, intrattenendo la platea con numeri funambolici, come due sombreri rifilati a Brindisi sul finire di tempo. Il resto lo fecero Jorge Gonzalez, Obberti e Kempes, autori delle tre marcature con cui la selezione stava annichilendo l’Argentina.
Negli spogliatoi Menotti è fuori di sé. Fatti entrare nello sgabuzzino i suoi ragazzi, il mister lasciò un attimo la stanza, dirigendosi verso il corridoio che portava al campo. Lì fermò Grigul e Montes, i due selezionatori rosarini, implorandoli di sostituire il Trinche.

Nella ripresa Cocco accorciò il disavanzo, ma questo poco interessa. I locali si limitarono a gestire il vantaggio, mostrando un possesso palla elegante e fluido. Gli spalti del Coloso si infuocarono dopo pochi minuti, quando il Trinche venne richiamato in panchina. Un’ovazione pazzesca e omogenea. Un tributo che lui si gustò percorrendo il tragitto fino alla panchina con passo lento, quasi non volesse mai giungere alla fine di quel tappeto rosso immaginario.

Si è scritto molto, si è detto anche troppo su questo eroe benevolo. Le leggende, i racconti, le storie di chi l’ha vissuto da vicino. Quattro anni più tardi, l’Argentina si apprestava ad ospitare i Mondiali. Il CT Menotti si vide privato di uno dei pochi leader della squadra scelta, Jorge Carrascosa. E allora chi chiamare se non lui, Tomas Carlovich? La telefonata che da Buenos Aires raggiunse Rosario andò a buon fine, perché dopo qualche titubanza iniziale, il Trinche diede il suo consenso. L’occasione di una vita, la possibilità di entrare nella storia per davvero è lì a un passo.

Preparato il borsone, Carlovich partì alla volta della capitale. Ma poi – si dice – si fermò per una siesta nei presso di un fiume, immergendo in quelle acque la sua canna da pesca. Le trote abboccarono, e anche in abbondanza. Il Nostro a quei Mondiali non ci arriverà mai, perché il suo pellegrinaggio verso la gloria si arrestò lì, tra quelle trote e tanta spensieratezza. In fondo, per uno che amava l’essenza del calcio, il divertimento puro senza compromessi, giocare una Coppa del Mondo con l’Albiceleste o un torneo minore in qualche polveroso campo dimenticato, non faceva differenza.