Capita molto spesso nella vita di ognuno di noi di fermarsi e riflettere sulle proprie scelte. Sono momenti di ricerca interiore in cui tentiamo di carpire ciò che il nostro inconscio ci trasmette attraverso diversi tipi di emozione. Sono infatti quegli attimi in cui pensieri ansiogeni arrovellano il nostro contorto encefalo provocandoci innumerevoli sensazioni di inquietudine. E così iniziamo ad autoassillarci con una lunga serie di domande semi-esistenziali quali “Ma è veramente ciò che voglio fare nella vita?”, “Che ne sarà di me tra dieci anni?” e chi più ne ha più ne metta. E così ti accorgi che la tua vera vocazione non è quella di rincorrere un pallone, che le emozioni della folla non ti coinvolgono e che il gol non è l’obiettivo che ti eri da sempre prefissato di raggiungere. In realtà, la vita ti ha riservato un altro destino che si alberga latente nel profondo del tuo Io. Ebbene sì, capita anche al calciatore di fare riflessioni di questo tipo, sebbene la loro vita sia edulcorata da un’enorme quantità di danaro. Capita infatti spesso di ritrovare i propri miti di infanzia (beh, non sempre li si può definire in questo modo visto il modesto percorso calcistico di alcuni di loro) sotto un’altra veste, dimendicandoci piano piano del loro passato pallonaro.

L’ultimo di questi è sicuramente Andy Van Der Meyde, ex ala destra olandese passata dalla sponda neroazzurra di Milano. Dopo essersi messo piano piano in mostra, il “cecchino” (questo era il suo soprannome) riesce a diventare pedina fondamentale della principale squadra di Amsterdam, condividendo il rettangolo verde con i promettenti Zlatan Ibrahimović, Wesley Sneijder, Rafael Van Der Vaart e Christian Chivu. Sebbene all’Inter non abbia lasciato un vivido ricordo, i tifosi non potranno certamente dimenticare il suo gol di destro al volo segnato all’Highbury contro l’Arsenal, in cui i neroazzurri si imposero per 3-0 sui Gunners sfoderando una grandissima prestazione. Piccoli acuti, quelli relativi alla sua campagna milanese, destinati a perdersi in un abisso molto oscuro. Dopodiché il declino, un finale di carriera (con intermezzi contraddistinti da una vivace vita notturna) ad elemosinare contratti a destra e a manca senza più lasciare il segno. Ed ecco la svolta: circolano ormai da settimane numerose immagini ritrenti l’esterno olandese intento a sfoggiare il suo fisico nerboruto. La sua vecchia morfologia è soltanto un ricordo. Ora il cecchino ha cambiato armi, passando dalla metaforica mitragliatrice pedestre alla potente forza delle proprie mani. Van Der Meyde ha una gran voglia di indossare i guantoni da boxe e di sferrare violentissimi colpi al sacco, scaricando la rabbia per non essere riuscito ad ottenere il massimo dalla sua carriera calcistica.

E sempre in Olanda (oramai possiamo dire vera e propria terra prolifica di casi del genere) troviamo un altra ex-promettente stella del calcio totale, ritiratosi prematuramente dal calcio giocato dopo un lungo periodo di smarrimento esistenziale. Sto parlando di Royston Drenthe. Esattamente. Lui. Quel velocissimo terzino sinistro che dominava la fascia di competenza grazie alla sua incommensurabile rapidità, nonché al suo fisico roccioso. Arrivato a Madrid nel 2007 sponda merengue per compiere il definitivo salto di qualità, il promettente olandese riesce solamente ad offrire alcuni spunti interessanti, facendosi definitivamente soffiare il posto da Marcelo (il tempo confermerà che tale decisione si rivelò saggia). Altro olandese, altra parabola. Royston cerca di rimettersi in gioco, ma evidentemente il calcio per lui era solamente un ripiego. Cercherà fortune nell’Hercules Alicante (retrocesso), poi nell’Everton, nei russi dell’Alanja Vladivkavkaz (mi sarei potuto limitare a scrive solamente Alanja, ma non ho resistito alla tentazione. Ah giusto, dimenticavo: retrocesso), scenderà di categoria andando a giocare in Championship prima al Reading, poi allo Sheffield Wednesday; ritenterà l’avventura nella massima serie turca coll’Erciyesspor (retrocesso; imputare tutte le colpe al caso e alla sfortuna mi sembra ormai eccessivo), ed infine accetterà le lusinghe degli emiratini del Baniyas. Niente. Drenthe rimane svincolato nel giugno del 2016, e nessuno sembra disposto (posso anche capirne i motivi) ad offrirgli un contratto. Evidentemente questo suo calo di prestazioni nascondeva un disagio molto più grande di quel che poteva sembrare. La vera vocazione di Royston non era la fascia sinistra, ma le rime metropolitane. A soli 29 anni Royston lascia il calcio dichiarando al mondo di volersi concentrare esclusivamente al rap, presentandosi al pubblico come Roya2Faces, incidendo il suo primo singolo dal titolo Paranoia in cui sfodera un modesto beat gangsta. Una vera e propria svolta nella di Drenthe, a cui auguriamo i più sinceri auguri per il nuovo impiego.

Mollo tutto 1

Ma gli esempi non finiscono qui, naturalmente. Qualcuno si ricorda di Tim Wiese? Ma sì, quel portiere del Werder Brema resosi protagonista nel marzo 2006 di una clamorosa papera al minuto 88 che concesse all’allora bianconero Emerson di segnare il 2-1 eliminando definitivamente i tedeschi dalla competizione (personalmente mi ricordo inoltre della sua discutibilissima casacca rosa fluorescente sfoderata durante quell’incontro). Ebbene, dopo una modesta carriera, il portierone tedesco decide di appendere le scarpette al chiodo e dedicarsi al body building, attività che pian piano lo porterà a firmare un contratto con la WWE, e a ricalcare il ring in cui si sono esibiti miti del calibro di Brock Lesnar, Rey Mysterio e The Undertaker. E che dire di Taribo West, idolo delle tifoserie neroazzurre, diventato celebre per le sue particolari treccine variopinte? Beh, l’ex difensore della nazionale nigeriana ha scelto un percorso mistico, decidendo di dedicarsi a portare il Verbo in qualità di pastore pentecostale nella congregazione “Shelter in the Storm” nella periferia milanese e ad intonare le notte di Oh Happy Day assieme ai fedeli. Già durante la sua carriera da calciatore Taribo aveva mostrato un profondo attaccamento alla spiritualità: Lippi racconta infatti che un giorno, mentre tutta la squadra era a pranzo, notò che Taribo non sedeva a tavola coi compagni. Andò quindi a cercarlo, e dopo averlo trovato Taribo gli disse: “Stavo pregando mister, Dio mi ha detto che oggi devo giocare”. Al che il tecnico viareggino rispose: “strano, a me Dio non ha detto niente…”.

Eppure, il caso più eclatante di tutti rimane Faustino Asprilla. Non so se propriamente si possa effettivamente parlare di cambio di vita per l’ex attaccante del Parma, poiché in un modo o nell’altro il colombiano continua a svolgere il ruolo di bomber. Già ai tempi della gloriosa epopea gialloblu, che vide gli emiliani protagonisti sia in campo italiano che europeo, molti dei suoi compagni avevano notato le sue grandissime doti fisiche. innumerevoli sono stati i tentativi da parte dei registi a luci rosse di accaparrarselo, ma non c’è stato nulla da fare. Faustino si è dimostrato molto astuto, ha saputo osservare e comprendere le possibilità offerte dal mercato per poi lanciare “Tino”, linea di profilattici pronti a soddisfare le esigenze di ex sostenitori e non (leggo inoltre che sono disponibili anche al gusto fragola e ciccolato).

Fare il calciatore, come abbiamo visto, potrebbe non essere lo scopo della vita di ogni giocatore. Di esempi ce ne sarebbero tantissimi, come Eva Roob che a soli 23 anni decide di lasciare il calcio femminile per dedicarsi interamente al cinema hard, oppure di Daniel Osvaldo (a cui avevamo per l’appunto dedicato un articolo) che di colpo, a 31 anni, decide di appendere le scarpe al chiodo per iniziare la carriera di rockstar (Drenthe copione). Tutti esempi di personaggi che si sono ritrovati tra i piedi un grande talento, ma che in realtà avrebbero voluto condurre un altro tipo di vita. Per noi profani, invece, quel pallone rimarrà un sogno nel cassetto, lasciandoci solamente la possibilità di emozionarci ogni volta che qualcuno lo calcia.