“È la rivalità perfetta, uno gioca da fondo campo, l’altro invece va sempre a rete, uno è calmo e misurato mentre l’altro.., il sangue freddo nordico contro l’impertinenza newyorkese, l’uomo di ghiaccio contro il super monello.”

Tutti gli appassionati di tennis – e probabilmente non solo loro – avranno sicuramente intuito all’istante di chi stiamo parlando, o meglio, di chi parla il film preso in analisi questo mese nell’ambito della nostra rubrica cinematografica: lo svedese Björn Borg e l’americano John McEnroe, i primi veri divi di uno sport che da lì in poi iniziò a sfornare talenti capaci di far parlare di sé anche al di fuori del rettangolo di gioco.

Borg McEnroe (2017), co-produzione scandinava diretta dal danese Janus Metz qui ancora alle prime armi  con la fiction e con opere interpretate da attori professionisti, tratta infatti la celebre rivalità tra i due tennisti Björn Borg e John McEnroe (i quali si sono affrontati ben quattordici volte tra il 1978 ed il 1981, con sette vittorie ciascuno), focalizzandosi sulla sfida che li ha visti protagonisti durante la straordinaria finale del torneo di Wimbledon del 1980 decisa in 5 set dopo il drammatico tie-break del 4° set conclusosi 18-16 per l’americano. Quinta coppa consecutiva del più antico e prestigioso evento tennistico portata a casa dall’Imperatore, il primo a riuscirci nell’era Open, record poi eguagliato da un certo Roger Federer che lo vinse ininterrottamente dal 2003 al 2008 .

Come accadde quattro anni prima con Rush, anche in questo caso viene trasposta sul grande schermo un’accesa, coinvolgente e storica rivalità sportiva tra due atleti dalla personalità apparentemente antitetica ma in realtà molto simile. La pellicola ci presenta infatti i due tennisti come diametralmente opposti sia dal punto di vista sportivo che da quello del modo di intendere la vita: “McEnroe ha più talento ma giocare con Borg è come farsi prendere a martellate. E se Borg è un martello pneumatico, McEnroe invece è una lama affilata: un taglio qui, un taglio là e all’improvviso sei ricoperto di sangue. Anche se le ferite non sono tanto profonde, alla fine… muori dissanguato” dice un commentatore proprio all’inizio per introdurli. Se da una parte il gentiluomo scandinavo oltre ad essere preda dei suoi (veri) riti scaramantici, della superstizione e della sua mania del controllo, è apparentemente privo di emozioni in qualsiasi situazione possibile e sta per sposarsi, dall’altra invece l’uomo che il New York Times ha definito il peggior rappresentante dei valori americani dai tempi di Al Capone è uno scapolo tutto festini, punk (in una scena indossa pure la maglia dei Ramones), caos e improvvisazione che non si fa problemi a dare libero sfogo alla sua ira mandando a quel paese arbitri, pubblico e avversari. Eppure, siccome ogni partita di tennis è un po’ come una vita in miniatura, per arrivare fin lì e per convivere con i riflettori e con il peso della popolarità, entrambi hanno combattuto e combattono quotidianamente contro i propri demoni interiori e contro le proprie paure. Oltre a queste fragilità dell’anima, i due fuoriclasse hanno in comune qualcos’altro: l’ossessione per la vittoria, il desiderio ai limiti del patologico di essere (e restare per sempre) il migliore. Due facce della stessa medaglia potremmo dire.

In Borg McEnroe la mano del regista spicca in maniera più che marcata, siamo infatti in presenza di un mezzo capolavoro di montaggio visivo e acustico la cui eleganza culmina nel match finale dove la tensione diventa palpabile grazie appunto alla sua costruzione e raffinatezza a livello tecnico. Il tennis è sicuramente uno sport non facile da filmare per il cinema, allora Janus Metz cosa fa? In pratica decide di non decidere, ovvero si avvale di tutti i tipi possibili di inquadrature (da quella televisiva a quella laterale, dai primi piani, alle inquadrature zoomate da lontano, i totali, i dettagli, quelle in plongée) mescolandole e, nella maggior parte dei casi, focalizzandosi su un gesto, un tic, un rumore o una reazione anziché su ciò che sta accadendo. E il risultato finale risulta essere più che efficace.

L’intera narrazione pone poi le sue basi sul costante alternarsi tra presente (la 94esima edizione di Wimbledon) e passato (quello dei due protagonisti, tra l’altro in questi flashback ad interpretare il ruolo del padre in età preadolescenziale abbiamo Leo Borg). Insomma, oltre alla pallina gialla, a scorrere freneticamente sullo schermo ci sono anche le immagini raffiguranti la giovinezza e gli stati d’animo dei due campioni. Il problema – probabilmente l’unico di questo biopic – è che in generale la backstory di Borg e il rapporto con la famiglia di McEnroe risultano poco chiari in quanto solo abbozzati in fase di sceneggiatura. Peccato, allungando fino a due ore la lunghezza dell’opera (dura circa 1h e 40) si poteva sicuramente approfondire e armonizzare il tutto, perché in fondo, oltre alle vicende sportive di due tra i tennisti più importanti di sempre, si sta raccontando la storia di due uomini. Detto ciò, un film sportivo che, grazie alla sua bella fotografia, al suo buon ritmo, ai suoi personaggi ben scritti  – ma che come detto potevano essere ulteriormente sfaccettati e analizzati – e al suo montaggio eccelso riesce a coinvolgere con tale intensità anche chi non segue regolarmente questa disciplina, merita sicuramente di essere visto e apprezzato.