Friborgo, 23 giugno

Ho finito gli esami da 3 giorni. Ne avrei ancora uno, ma ho deciso di presentarmi alla prossima sessione, dando prova di grande immaturità. Ivan e io aspettiamo da troppo tempo questo viaggio, e la partenza non si può più rimandare. Mentre salgo sull’aereo penso solo ad arrivare.

Isola di Giava, Jakarta, 25 giugno

Ci siamo fatti inghiottire dalle interminabili vie, dove della prospettiva, gli occhi, si disfano ben volentieri.
Hanno lo sguardo più profondo che io abbia mai visto, il più profondo da questa parte del mondo. Hanno imparato a vivere cullati dai vulcani, e i loro occhi affilati hanno il colore del fumo e della cenere.
Ci passiamo attraverso. Ci siamo persi. Non ne siamo più usciti. Le vie brulicano di vita, e la loro vita ci spoglia per sezionarci.
L’Occidente pare non essere mai esistito su queste isole. Il mondo caotico e trafelato sembra non essere mai attraccato a Sunda Kelapa Harbour. L’hanno sognato, interpretandolo e costruendo frettolosamente un’immagine che hanno coltivato dietro le palpebre. Grattacieli infiniti, schermi abbacinanti, autostrade sovrapposte.
Ne hanno sentito parlare ma non sono sicuri di dove si trovi, l’incredulità li pervade quando si accorgono di te. Ai loro occhi sei alieno, l’eccezione momentanea, magari, di una vita intera.
Sanno farti sentire raro, anche solo per quell’attimo. Non amato forse. Diverso. Speciale.
È bellissimo qui.

Eppure l’Occidente si è fatto conoscere prepotentemente su queste 17 507 isole che tessono l’arcipelago più vasto al mondo. La Compagnia olandese delle Indie orientali nel primo ventennio del 1600 aggira l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza e si tuffa in un mare più azzurro. Attracca su una lingua di terra non precisata e decide di non lasciarla più.
Si prendono tante cose gli olandesi. Le stoffe, il predominio delle rotte commerciali e del paese intero. Come sempre, in cambio lasciano la birra (perché la Bintang, la birra più bevuta d’Indonesia non è altro che una sottomarca della Heineken) e il calcio.

1938.
Sono passati 2 anni da quando Adolf Hitler ha voluto dimostrare la supremazia della razza ariana organizzando le Olimpiadi nella sua Berlino.
Politicamente e militarmente l’Europa è sull’orlo di un baratro, e come sempre, lo sport e in particolare il calcio, diviene inconsapevole specchio dei tempi che corrono.

Il pallone prova a rotolare senza curarsi dei terribili venti di guerra che gli spirano intorno. Jules Rimet vuole organizzare il terzo mondiale, e sarà la sua Francia ad ospitarlo, a discapito di un’Argentina imbestialita e derubata del diritto di organizzarlo (che originariamente doveva essere alternato fra una nazione sudamericana e una nazione europea) che per ripicca decide di non presentarsi più fino al 1958. L’Uruguay, campione della prima edizione, segue gli argentini sferrando un colpo duro a Rimet, che si scervella giorno e notte nel suo studio per capire chi portare a questo benedetto Mondiale.

L’Italia, campione uscente, conferma la sua presenza. Sono lontani i tempi degli Azzurri, perché la penisola è soggiogata dal volere di Benito Mussolini, che impone il saluto romano e la divisa nera a Meazza, Piola e compagni. Ci sarà anche la Germania che ha vinto la medaglia d’oro ai giochi Olimpici del Reich, ma sconfitta su altri fronti, perché un velocissimo ragazzo nero d’ebano proveniente da Oakville Alabama ha sfidato e battuto il nazismo sui 100 metri. Gli inglesi come al solito snobbano la competizione che non ritengono consona al loro livello, mentre la Spagna, lacerata dalla guerra civile, non ha 11 uomini da mandare in campo. Si presentano però tante nazioni esordienti che hanno voglia di mettersi sulla mappa, come la Norvegia, la Polonia che quasi elimina il Brasile nella partita più bella del mondiale, e persino Cuba.

Miracolosamente, Rimet mette insieme 16 squadre e con queste si parte. I terribili venti però, soffiano fin dentro le urne di Parigi.
Si sarebbe qualificata l’Austria più forte di tutti i tempi, il Wunderteam medaglia d’argento ai giochi Olimpici di Berlino, capitanata da un Annibale che ha terrorizzato mezza Europa con  il suo Austria Vienna. Lo chiamano “Carta velina” perché è esile, fragile, tanto che un infortunio al menisco capitatogli a 18 anni per un tuffo in piscina quasi lo nega al calcio mondiale. Indosserà per tutta la carriera una fascia sul ginocchio malandato, ma se possibile diventa ancora più aggraziato, come un cigno ferito. È elegante, sfrontato, fantasioso. È il Mozart del pallone che vuole battere a tutti i costi il suo unico grande avversario, la Germania. Ma l’Austria non andrà mai a questo Mondiale. È costretta a rinunciare appena dopo il sorteggio. Ci si è messa di mezzo la storia a fare a botte col calcio. L’annessione al Terzo Reich impedisce all’Austria di partecipare, ma non ai suoi migliori giocatori che saranno “gentilmente invitati” a giocare per la Germania, tra cui il capitano. Matthias Sindelar, cortesemente ma non troppo, declina. È un dichiarato oppositore del regime nazista, in un tempo dove il coraggio non è virtù gradita. Pagherà con la vita il suo rifiuto, avvelenato dal monossido di carbonio nel suo appartamento, in circostanze misteriose ma tutt’altro che inspiegabili.

Jules Rimet non sa come uscire da questo impasse. Ha 13 squadre europee, 2 sudamericane e nessuno che voglia o possa giocare questo Mondiale.
Sarà che la lungimiranza dell’uomo che ha inventato la kermesse più seguita al mondo, viene supportata dalla proverbiale botta di culo. I Paesi Bassi, partecipanti già confermati, salvano il Mondiale con una frase.

“Monsieur Rimet, se volete, noi un’altra squadra ce l’avremmo.”.

È il 1919 quando gli olandesi decidono di fondare la prima federazione calcistica da questa parte dell’Impero, la Nederlandsche Indische Voetbal Bond (NIVB), pensata da e per olandesi di seconda e terza generazione al fine di avere una presa ancor più forte sul popolo indonesiano, che però scalpita. La FIFA non riconosce le altre federazioni costituite dalle minoranze etniche di forte ispirazione nazionalista che vogliono utilizzare il calcio per promuovere l’identità di una nuova Indonesia indipendente. Sarà il Persatuan Sepakraga Seloeroeh Indonesia (PSSI), federazione che nasce dall’unione nemmeno troppo nascosta con il gruppo nazionalista Sumpah Pemuda, a rivendicare per primo una partecipazione maggiore nel movimento calcistico, dal momento che la nazionale della NIVB gioca e vince in Asia, ma senza convocare i giocatori del PSSI. I conflitti continuano fino al 1937, quando gli olandesi si rendono conto di non poter più escludere gli indonesiani. Le federazioni si uniscono, e Jules Rimet non può più ignorare un paese nuovo, vivo e che vuole prendere coscienza di sé, con un pallone fra i piedi.

Servirebbe almeno qualche partita di qualificazione per mandarli al Mondiale però. Dovrebbero incontrare il Giappone, ma la storia prende ancora il sopravvento sul calcio. L’Indonesia vince 3-0 a tavolino dal momento che il Giappone è logorato dalla seconda Guerra Sino-giapponese e non è minimamente in grado di partecipare a quella partita. Si trovano quindi a dover giocare una sorta di spareggio contro gli Stati Uniti a Rotterdam qualche settimana prima dell’inizio del Mondiale, ma anche qui, inspiegabilmente, gli Stati Uniti non si presentano. L’International Board non ha alternative. L’Indonesia parteciperà al Mondiale di Francia senza aver giocato nemmeno una partita di qualificazione.

Con il nome di Indie Orientali Olandesi, guidata da Johan Mastenbroek in panchina e dal capitano miope Achmad Nawir, primo giocatore a indossare gli occhiali in una partita del Mondiale, 60 anni prima di Edgar Davids, giocherà al Vélodrome di Marsiglia l’ottavo di finale contro la grande Ungheria che si arrenderà solo all’Italia nella finale di Parigi. Achmad stringe la mano a Gyorgi Sarosi, il capitano della squadra che sarà la madre dell’Aranycsapat di Hidekguti, Czibor e Ferenc Puskas, medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1952.

Si guardano. Uno occhialuto, capelli in piega, e che raggiunge a stento il metro e 60, in divisa arancione, pantaloncini bianchi e calzettoni azzurri per omaggiare l’impero coloniale. L’altro é, insieme a Sindelar e Meazza, il giocatore più forte d’Europa, possente, distinto e con quel fascino est-europeo che fa impazzire le ragazze dell’epoca, in divisa totalmente bianca. Non hanno una parola in comune, e più che due calciatori paiono due studenti in Erasmus che si scambiano sorrisi di circostanza imbarazzati. Paragone azzeccato, perché, senza saperlo, si stanno stringendo la mano il Dottor Nawir e il Dottor Sarosi, laureati rispettivamente in medicina e giurisprudenza. Finirà con un tennistico 6-0 per l’avvocato, ma non importa.

È la prima nazionale asiatica a prendere parte al Mondiale.

È l’inizio di un viaggio dissestato e affascinante.

È un viaggio in Indonesia.