Tempi ormai scappati via come le ore supplementari di luce nei mesi estivi, eppure ce li ricordiamo bene, specie di questi tempi, specie dopo quella maledetta giornata sulla neve di tre anni fa. Il fato ha voluto così, ha voluto essere beffardo per Michel Schumacher, ha voluto portargli via la vita vera con la medesima velocità con cui il tedesco correva in pista. Del Schumi pilota restano mille storie, tante testimonianze, altrettante rivalità. Una in particolare. Mika Hakkinen.

Del tedesco si sa quasi tutto, il suo nome è sinonimo di Formula 1 tanto quanto quello di Jordan lo è del Basket, Federer del Tennis e Rossi delle moto. Decisamente meno vip il finnico, poco incline ai riflettori, ma più a suo agio quando c’era da dare gas. In pista trovava il suo confort in maniera quasi inimitabile. Mika Hakkinen è stato il mio primo idolo, quando ancora ero uno sbarbatello che beveva l’Ovomaltina con i Kellogg’s mentre sulle frequenze di Rete Uno davano il rumore misterioso. La Formula 1 era ben diversa da quella attuale, i livelli più vicini delle macchine permettevano di mettere in mostra il talento dei piloti, fattore che influiva molto più di adesso. Nella classe delle elementari, e più in generale tra tutti i ragazzi, il Mondiale era molto seguito. Il più amato? Naturalmente il teutonico, ma non per me.

Il finlandese entrò nella mia vita una mattina, facendomi conoscere un Paese dal nome così familiare a quello di una nazione confinante alla Svizzera. Unica differenza: lì c’erano i canguri e non le sachertorte. Con gli occhi ancora impiastricciati vidi per la prima volta una corsa di Formula 1, innamorandomi subito di quel pilota alla guida di una macchina che mi trasmetteva eleganza. Nella stessa giornata lo stesso Schumacher decise che era giunto il momento di fissare il suo nome nella mia testa. Il motore del tedesco esplose, il finlandese vinse in virtù del gentile omaggio del compagno Coulthard, che si fece sfilare come gli ordinarono dai box. In quel momento iniziò la battaglia durata tre anni, tre stagioni ricche di emozioni e gare memorabili. Due i successi Mondiali del finlandese, uno quello del germanico, che nel corso del secondo anno dovette alzare bandiera bianca, andando a sbattere fragorosamente contro i copertoni protettivi di Silverstone. Fuori lui, a far rampare il Cavallino ci provò il suo alfiere, quell’Eddie Irvine capace di lottare con la freccia d’argento di Hakkinen fino alle ultime curve dell’ultimo GP.

Anni diversi, dove il predominio di una sola squadra non era così marcato. I pretendenti al titolo erano più di uno, e sovente appartenevano a scuderie diverse. La lotta interna c’era, ma non era quella a tenere banco per tutto il mondiale. Coulthard era si veloce e competitivo, ma non fu mai la prima scelta della squadra inglese. Il prescelto era l’uomo venuto dal nord. Stessa cosa in casa Ferrari, con re Schumi assoluto leader e gli altri solo comparse pronte a fargli da bodyguard su ogni cordolo. La pista li vedeva sempre rivaleggiare, sempre insieme, a lottare per quei punti decisivi per il Mondiale. Una guerra strategica che si consumava anche all’interno dei box, dove i secondi risparmiati ai pit-stop erano vitali. Quei secondi risparmiati permettevano poi a l’uno o all’altro di mettere i propri piedi sul gradino più alto del podio.

Le rivalità sportive tendono a durare anni, segnando vere e proprie ere. Qui la storia è un po’ diversa, la battaglia è durata solo tre anni. Anni nei quali concentrare tutto quello che c’era da dare, come se si costringesse una persona a ingurgitare in sole tre portate un ricco e costoso menù di natale.
Nel 2001 Hakkinen chiuse quinto un anno malinconico con pochi picchi. La voglia di proseguire si ghiacciò come il carattere del finnico, che si congedò dal Mondiale con lo stesso silenzio che l’aveva accolto anni prima. Mai più un ripensamento, mai un ritorno, se non solo balenato da alcuni media poco informati.  Abbandonato un mondo che l’aveva visto primeggiare forse per troppo poco, il suo nome è sparito dalle cronache sportive.

Schumi invece è andato avanti, ha battagliato contro altri, ha assistito in prima persona al cambiamento della Formula 1, poi se n’è andato per ritornare anni dopo, quando però il Mondiale aveva già trovato altri protagonisti, decisamente contrariati anche solo all’idea di cedere il palco al vecchio tedesco che torna non per fare da comparsa. Il comeback non è però fortunato, un terzo posto nel 2012 è il miglior risultato prima di salutare definitivamente.

Il 29 dicembre del 2013 poi il destino ha voluto iscriverlo all’ultimo Mondiale della sua carriera, un Mondiale terribilmente indesiderato e tristemente duro da conquistare, quello della vita.